Carlo Goldoni
Il bugiardo

ATTO SECONDO

Scena Dodicesima. Pantalone e Lelio

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Scena Dodicesima. Pantalone e Lelio

 

PAN. L'è curioso quel to servitor. E cusì, come che te diseva, fio mio, t'ho da parlar.

LEL. Son qui ad ascoltarvi con attenzione.

PAN. Ti ti l'unico erede de casa mia, e za che la morte del povero mio fradello t'ha lassà più ricco ancora de quello che te podeva lassar to pare, bisogna pensar alla conservazion della casa e della fameggia: onde, in poche parole, vôi maridarte.

LEL. A questo già ci aveva pensato. Ho qualche cosa in vista, e a suo tempo si parlerà.

PAN. Al tempo d'ancuo, la zoventù, co se tratta de maridarse, no pensa altro che a sodisfar el caprizio, e dopo quattro zorni de matrimonio, i se pente d'averlo fatto. Sta sorte de negozi bisogna lassarli manizar ai pari. Eli, interessai per el ben dei fioi più dei fioi medesimi, senza lassarse orbar né dalla passion, né dal caldo, i fa le cosse con più giudizio, e cussì col tempo i fioi se chiama contenti.

LEL. Certo che senza di voi non lo farei. Dipenderò sempre da' vostri consigli, anzi dalla vostra autorità.

PAN. Oh ben, co l'è cussì, fio mio, sappi che za t'ho maridà, e giusto stamattina ho stabilio el contratto delle to nozze.

LEL. Come! Senza di me?

PAN. L'occasion no podeva esser meggio. Una bona putta de casa e da qualcossa, con una bona dota, fia d'un omo civil bolognese, ma stabilio in Venezia. Te dirò anca, a to consolazion, bella e spiritosa. Cossa vustu de più? Ho chiappà so pare in parola, el negozio stabilio.

LEL. Signor padre, perdonatemi: è vero che i padri pensano bene per i figliuoli, ma i figliuoli devono star essi colla moglie, ed è giusto che si soddisfacciano.

PAN. Sior fio, questi no quei sentimenti de rassegnazion, coi quali me avè fin adesso parlà. Finalmente son pare, e se per esser stà arlevà lontan da mi, no avè imparà a respettarme, son ancora a tempo per insegnarvelo.

LEL. Ma non volete nemmeno che prima io la veda?

PAN. La vederè, quando averè sottoscritto el contratto. Alla vecchia se fa cussì. Quel che ho fatto, ho fatto ben: son vostro pare, e tanto basta.

LEL. (Ora è tempo di qualche spiritosa invenzione.)

PAN. E cussì, cossa me respondeu?

LEL. Ah, signor padre, ora mi veggo nel gran cimento, in cui mi pone la vostra autorità; non posso più a lungo tenervi celato un arcano.

PAN. Coss'è? Cossa gh'è da niovo?

LEL. (s'inginocchia) Eccomi a' vostri piedi. So che ho errato, ma fui costretto a farlo.

PAN. Mo via, di' su, coss'astu fatto?

LEL. Ve lo dico colle lagrime agli occhi.

PAN. Destrighete, parla.

LEL. A Napoli ho preso moglie.

PAN. E adesso ti me lo disi? E mai no ti me l'ha scritto? E mio fradello no lo saveva?

LEL. Non lo sapeva.

PAN. Levete su, ti meriteressi che te depennasse de fio, che te scazzasse de casa mia. Ma te voio ben, ti el mio unico fio, e co la cossa fatta, no ghremedio. Se el matrimonio sarà da par nostro, se la niora me farà scriver, o me farà parlar, fursi fursi l'accetterò. Ma se ti avessi sposà qualche squaquarina...

LEL. Oh, che dite mai, signor padre? Io ho sposato una onestissima giovane.

PAN. De che condizion?

LEL. È figlia di un cavaliere.

PAN. De che paese?

LEL. Napoletana.

PAN. Ala dota?

LEL. È ricchissima.

PAN. E d'un matrimonio de sta sorte no ti me avvisi? Gh'avevistu paura, che disesse de no? No son miga matto. Ti ha fatto ben a farlo. Ma perché no dir gnente né a mi, né a to barba? L'astu fursi fatto in scondon dei soi?

LEL. Lo sanno tutti.

PAN. Ma perché taser con mi e co mio fradello?

LEL. Perché ho fatto il matrimonio su due piedi.

PAN. Come s'intende un matrimonio su do piè?

LEL. Fui sorpreso dal padre in camera della sposa...

PAN. Perché geristu andà in camera della putta?

LEL. Pazzie amorose, frutti della gioventù.

PAN. Ah disgrazià! Basta, ti maridà, la sarà fenia. Cossa gh'ala nome la to novizza?

LEL. Briseide.

PAN. E so pare?

LEL. Don Policarpio.

PAN. El cognome?

LEL. Di Albacava.

PAN. Xela zovene?

LEL. Della mia età.

PAN. Come astu fatto amicizia?

LEL. La sua villa era vicina alla nostra.

PAN. Come t'astu introdotto in casa?

LEL. Col mezzo d'una cameriera.

PAN. E i t'ha trovà in camera?

LEL. Sì, da solo a sola.

PAN. De , o de notte?

LEL. Fra il chiaro e l'oscuro.

PAN. E ti ha avudo cussì poco giudizio de lassarte trovar, a rischio che i te mazza?

LEL. Mi son nascosto in un armadio.

PAN. Come donca t'ali trovà?

LEL. Il mio orologio di ripetizione ha suonate le ore, e il padre si è insospettito.

PAN. Oh diavolo! Coss'alo dito?

LEL. Ha domandato alla figlia da chi aveva avuta quella ripetizione.

PAN. E ella?

LEL. Ed ella disse subito averla avuta da sua cugina.

PAN. Chi ela sta so cugina?

LEL. La duchessa Matilde, figlia del principe Astolfo, sorella del conte Argante, sopraintendente alle cacce di Sua Maestà.

PAN. Sta to novizza la gh'ha un parentà strepitoso.

LEL. È d'una nobiltà fioritissima.

PAN. E cussì, del relogio cossa ha dito so pare? S'alo quietà?

LEL. L'ha voluto vedere.

PAN. Oh bella! Com'èla andada?

LEL. È venuta Briseide, ha aperto un pocolino l'armadio, e mi ha chiesto sotto voce l'orologio.

PAN. Bon; co ti ghel davi, no giera altro.

LEL. Nel levarlo dal saccoccino, la catena si è riscontrata col cane d'una pistola che tenevo montata, e la pistola sparò.

PAN. Oh poveretto mi! T'astu fatto mal?

LEL. Niente affatto.

PAN. Cossa ai dito? Cossa stà?

LEL. Strepiti grandi. Mio suocero ha chiamata la servitù.

PAN. T'hai trovà?

LEL. E come!

PAN. Me trema el cuor. Cossa t'ali fatto?

LEL. Ho messo mano alla spada, e sono tutti fuggiti.

PAN. E se i te mazzava?

LEL. Ho una spada che non teme di cento.

PAN. In semola,6 padron, in semola. E cussì, xestu scampà?

LEL. Non ho voluto abbandonar la mia bella.

PAN. Ella coss'ala dito?

LEL. (tenero) Mi si è gettata a' piedi colle lagrime agli occhi.

PAN. Par che ti me conti un romanzo.

LEL. Eppure vi narro la semplice verità.

PAN. Come ha fenio l'istoria?

LEL. Mio suocero è ricorso alla Giustizia. È venuto un capitano con una compagnia di soldati, me l'hanno fatta sposare, e per castigo mi hanno assegnato venti mila scudi di dote.

PAN. (Questa la fursi la prima volta, che da un mal sia derivà un ben.)

LEL. (Sfido il primo gazzettiere d'Europa a inventare un fatto così bene circostanziato.)

PAN. Fio mio, ti andà a un brutto rischio, ma za che ti riuscio con onor, ringrazia el cielo, e per l'avegnir abbi un poco più de giudizio. Pistole, pistole! Cossa ste pistole? Qua no se usa ste cosse.

LEL. Da quella volta in qua, mai più non ho portate armi da fuoco.

PAN. Ma de sto matrimonio, perché no dirlo a to barba?

LEL. Quando è successo il caso, era gravemente ammalato.

PAN. Perché no scriverlo a mi?

LEL. Aspettai a dirvelo a voce.

PAN. Perché no astu menà la sposa con ti a Venezia?

LEL. È gravida in sei mesi.

PAN. Anca gravia? In sie mesi? Una bagattella! El negozio no tanto fresco. Va , che ti ha fatto una bella cossa a no me avvisar. Dirà ben to missier che ti gh'ha un pare senza creanza, non avendoghe scritto una riga per consolarme de sto matrimonio. Ma quel che non ho fatto, farò. Sta sera va via la posta de Napoli, ghe voggio scriver subito, e sora tutto ghe voggio raccomandar la custodia de mia niora e de quel putto che vegnirà alla luse, che essendo frutto de mio fio, el anca parto delle mie viscere. Vago subito... Ma no me arrecordo più el cognome de Don Policarpio. Tornemelo a dir, caro fio.

LEL. (Non me lo ricordo più nemmen io!) Don Policarpio Carciofoli.

PAN. Carciofoli? Non me par che ti abbi dito cussì. Adesso me l'arrecordo. Ti m'ha dito d'Albacava.

LEL. Ebbene, Carciofoli è il cognome, Albacava è il suo feudo: si chiama nell'una e nell'altra maniera.

PAN. Ho capio. Vago a scriver. Ghe dirò che subito che la in stato de vegnir, i me la manda a Venezia la mia cara niora. No vedo l'ora de vèderla: no vedo l'ora de basar quel caro putello, unica speranza e sostegno de casa Bisognosi, baston della vecchiezza del povero Pantalon. (parte)

 

 





p. -
6 Detto burlesco, derisorio, che vuol dire mettere la spada nella crusca.



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