Carlo Goldoni
Il buon compatriotto

ATTO PRIMO

SCENA TERZA   Rosina e Leandro.

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SCENA TERZA

 

Rosina e Leandro.

 

LEAN. Questo vostro servitore mi pare un uomo particolare.

ROS. È ammirabile la sua fedeltà. Con altri non mi sarei compromessa d'intraprendere questo viaggio.

LEAN. Venite voi di lontano?

ROS. Da Milano, signore.

LEAN. Per trattenervi in Venezia?

ROS. Può essere qualche tempo.

LEAN. Per piacere, o per interessi?

ROS. E per l'uno e per l'altro.

LEAN. Scusatemi. Siete voi maritata?

ROS. Sono vedova.

LEAN. In Venezia avete amici, avete parenti?

ROS. Signor mio garbatissimo, voi m'avete fatto delle belle interrogazioni. Vi siete compiaciuto benignamente di voler saper tutt'i fatti miei; poss'io prendermi la libertà di voler saper qualche cosa di voi?

LEAN. Sì signora, è giustissimo, e vi dirò tutto sinceramente. Io mi chiamo Leandro de' Bilancioni. Di patria bolognese, ma allevato in Roma. Cittadino di nascita, e non senza qualche favore della fortuna. Mio padre è dottor legale, e sta da molti anni in Venezia, dirigendo gli affari di due de' nostri patrizi.

ROS. Siete voi ammogliato?

LEAN. Non lo fui finora: ma si vorrebbe che quanto prima io lo fossi. Mio padre mi chiama in Venezia. So che ha intenzione d'accompagnarmi colla figlia di certo signor Pantalone de' Bisognosi, mercante. So che ha nome Isabella, so che fu allevata in Livorno. Ma non l'ho veduta, non so chi sia, e non vorrei avere da sagrificar a mio padre la mia pace, la mia libertà, il mio cuore.

ROS. Siete voi nemico del matrimonio?

LEAN. Mi par di no veramente. Ma vorrei che la sposa mia fosse di mio genio.

ROS. In questo vi compatisco. Guai a chi lo fa senza amore.

LEAN. Per esser io pienamente contento, bisognerebbe che la sposa mia avesse le amabili qualità che voi possedete.

ROS. Ah signore, mi fa troppa grazia. (con una riverenza)

LEAN. Mi sarà permesso in Venezia di potervi servire?

ROS. Perché no? Mi farà finezza, se verrà a favorirmi.

LEAN. Non son cavaliere; ma ho sempre avuta la sorte di trattar con persone del vostro rango.

ROS. Ed io non son vaga né di titoli, né di grandezze. Mi piacciono le persone colte e gentili, come siete voi.

LEAN. Volesse il cielo, ch'io potessi meritare la vostra!

ROS. Ma voi andate ora a Venezia, per impegnarvi ad un matrimonio.

LEAN. Non mi ci sono ancora impegnato.

ROS. Vostro padre vorrà essere da voi obbedito.

LEAN. L'obbedirò fino a un certo segno. Spero ch'ei non vorrà essere con me tiranno.

ROS. E se la sposa vi piace?

LEAN. È difficile, ora che ho avuta la sorte di star un giorno con voi.

ROS. Caro signor Leandro, sarei troppo contenta, s'io vi potessi creder sincero.

LEAN. Ah Contessa mia, ve lo giuro. I vostri begli occhi hanno avuto il potere d'incatenarmi in tal modo...

ROS. È troppo presto, signor Leandro.

LEAN. Amore sa far prodigi. Mi ha incatenato col primo sguardo, e conoscendo che il vostro gentil costume corrisponde alla vostra bellezza...

ROS. Via, via, basta così. Ho un cuor troppo tenero. Non mi state a dir d'avvantaggio.

LEAN. Abbiate compassione di me.

ROS. Sono un poco stanca di stare in piedi; andiamo a seder in burchiello, se vi contentate.

LEAN. Vi servirò, se mel permettete. (le offre la mano)

ROS. La vostra compagnia mi è carissima.

LEAN. (Finalmente è una dama. Mio padre non ne potrà essere malcontento).

ROS. (La saria bella che fusse vegnua per Pasquin, e che me toccasse Marforio). (partono per il burchiello)

 

 

 


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