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3 - LA
MORTE DEL DUCA D'OFENA
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Quando giunse di lontano il primo
clamor confuso della ribellione, Don Filippo Cassàura aprì subitamente le
palpebre che per solito gli pesavano su gli occhi, infiammate agli orli e
arrovesciate come quelle de' piloti che navigano per mari ventosi.
- Hai sentito? - chiese al
Mazzagrogna che gli stava da presso. E il tremito della voce tradiva lo
sbigottimento interiore.
Rispose il maggiordomo,
sorridendo:
- Non abbiate paura, Eccellenza.
Oggi è San Pietro. Cantano i mietitori.
Il vecchio stette un poco in
ascolto, poggiato sul gomito, con lo sguardo ai balconi. Le cortine
ondeggiavano ai soffi caldi del libeccio. Le rondini a stormi passavano e
ripassavano, rapide come frecce, nell'aria ardentissima. Tutti i tetti delle
case sottostanti fiammeggiavano, quali rossastri, quali grigi. Oltre i tetti si
distendeva la campagna immensa ed opulenta, quasi tutta d'oro in tempo di
mietitura.
Di nuovo chiese il vecchio:
- Ma, Giovanni, hai sentito?
Giungevano, infatti, clamori che
non parevano di gioia. Il vento, rafforzandoli a intervalli e spegnendoli o
mescendoli al suo fischio, li rendeva più singolari.
- Non ci badate, Eccellenza -
rispose il Mazzagrogna. - Gli orecchi v'ingannano. State quieto.
Ed egli si levò per andare verso
uno dei balconi.
Era un uomo tarchiato, con le
gambe in arco, con le mani enormi, coperte di peli sul dorso, bestiali. Aveva
gli occhi un poco obliqui, biancastri come quelli degli albini, tutta la faccia
sparsa di lentiggini, pochi capelli rossi su le tempie, e l'occipite occupato
da certe escrescenze dure e scure in forma di castagne.
Rimase in piedi alquanto, fra le
due cortine che si gonfiavano come due vele, a investigare il piano sottoposto.
Un alto polverìo levavasi dalla strada della Fara, come per passaggio di greggi
numerose; e i folti nugoli, gonfiati dal vento, crescevano in forma di trombe.
Di tratto in tratto, anche, i nugoli balenavano come se chiudessero gente
armata.
- Ebbene? - chiese Don Filippo,
inquieto.
- Nulla - rispose il Mazzagrogna;
ma aveva le sopracciglia corrugate profondamente.
Di nuovo, il soffio impetuoso
portò un tumulto di grida lontane. Una cortina, sforzata dall'urto, si mise a
sbattere e a garrire nell'aria come un gonfalone spiegato. Una porta si chiuse
d'improvviso, con violenza e con fragore. I vetri ne tremarono. Le carte,
accumulate sopra una tavola, si sparpagliarono per tutta la stanza.
- Chiudi! Chiudi! - gridò il
vecchio, con un moto di terrore. - Mio figlio dov'è?
Egli ansava, sul letto, affogato
dalla pinguedine, incapace di levarsi poiché aveva tutta la inferior parte del
corpo impedita dalla paralisìa. Un continuo tremor paralitico gli agitava i
muscoli del collo, i gomiti, le ginocchia. Le sue mani posavano sul lenzuolo,
contorte e nodose come le radiche dei vecchi olivi. Un sudore abondante gli
stillava dalla fronte e dal cranio calvo, rigandogli la larga faccia che era
d'un color roseo disfatto, sottilissimamente venato di vermiglio come la milza
dei buoi.
- Diavolo! - mormorò fra i denti
il Mazzagrogna, mentre chiudeva le imposte a viva forza. - Fanno davvero?
Ora si scorgeva su la strada
della Fara, alle prime case, una moltitudine d'uomini agitata e ondeggiante,
come un rigurgito di flutti, che dava indizio di un'altra maggior moltitudine
non visibile, nascosta dalla linea dei tetti e dalle querci di San Pio. La
legione ausiliaria delle campagne veniva dunque ad ingrossar la ribellione. A
poco a poco la folla diminuiva, internandosi nelle vie del paese e scomparendo
come un popolo di formiche nei labirinti d'un formicaio. Le grida, soffocate
dalle mura o ripercosse, giungevano ora come un rombo continuo, indistinte. A
volte mancavano; e allora si udiva il grande stormire degli elci dinanzi al
palazzo che pareva più solo.
- Mio figlio dov'è? - chiese di
nuovo il vecchio, con una voce che lo sbigottimento rendeva più stridula. -
Chiamalo! Lo voglio vedere.
Tremava forte, sul letto, non
soltanto perché egli era paralitico, ma perché aveva paura. Ai primi moti
sediziosi del giorno innanzi, agli urli d'un centinaio di giovinastri venuti a
schiamazzare sotto i balconi contro la più recente angheria del duca d'Ofena,
egli era stato preso da una così pazza paura che aveva pianto come una
femminetta ed aveva passata la notte invocando i santi del Paradiso. Il
pensiero della morte o del pericolo dava un indicibile terrore a quel vecchio
paralitico, già semispento, in cui gli ultimi guizzi della vita eran si
dolorosi. Egli non voleva morire.
- Luigi! Luigi! - si mise a
gridare, nell'ambascia, chiamando il figliuolo.
Tutto il palazzo era pieno
dell'acuto tintinnìo de' vetri all'urto del vento. Di tratto in tratto si udiva
il rimbombo d'un uscio sbattuto, o suono di passi precipitati e di voci brevi.
- Luigi!
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