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Seconda parte del
terzo dialogo.
1
\ SOFIA\ Allora Saturno fece instanza a Giove, che nel
disponere delle altre
sedie fusse più
ispedito, perché la sera s'approssimava; e che solamente
s'attendesse al
negocio principale di levare e mettere; e quanto a quello
ch'appartiene a
l'ordine con cui le virtù di dee ed altri si debano governare,
si determinarà
verso la più prossima festa principale, quando converrà
ch'un'altra volta
li dei convegnano insieme, che sarà la vigilia del Panteone.
Alla cui proposta
con un chino di testa fêrno segno tutti gli altri dei di
consentire,
eccetto la Pressa, la Discordia, l'Intempestività ed altri. - Cossì
pare ancora a me,
disse l'altitonante. - Su, dunque, soggionse Cerere: dove
vogliamo inviar
il mio Triptolemo, quel carrettiero che vedete là, quello per
cui diedi il pane
di frumento a gli uomini? Volete ch'io lo mande alle contrade
de l'una e
l'altra Sicilia, dove faccia la residenza; come vi ha tre tempii
miei, che per sua
diligenza ed opra mi fûro consecrati, l'uno nella Puglia,
l'altro nella
Calabria, l'altro nell'istessa Trinacria? - Fate quel che vi piace
del vostro
cultore e ministro, o figlia, disse Giove. Alla cui sedia succeda, se
cossì pare a voi
ancora, dei, la Umanità, che in nostro idioma è detta la dea
Filantropia; di
cui questo auriga massimamente par che sia stato il tipo. Lascio
che lei fu che
spinse te, Cerere, ad inviarlo, e che poi guidò lui ad eseguire i
tuoi benefìci
verso il geno umano. - Cossì è certo, disse Momo; percioché lei è
quella per cui
Bacco fa ne gli uomini sì bel sangue, e Cerere sì bella carne
quale essere non
posseva nel tempo de castagne, fave e ghiande. A questa dunque
la Misantropia
fugga avanti con la Egestade; e come è consueto e raggionevole,
de le due ruote
del suo carro la sinistra sia il Conseglio, la destra sia
l'Aggiuto; e de'
doi mitissimi draghi che tirano il temone, da la sinistra sarà
la Clemenzia, da
la destra il Favore.
2
Propose appresso Momo a Mercurio quel che volesse fare del Serpentauro,
perché gli parea
buono ed accomodato per inviarlo a far il Marso chiarlatano,
avendo quella
grazia di maneggiar senza timore e periglio un tale e tanto
serpente. Propose
anco del serpente al radiante Apolline, se lo volea per cosa
da servire a'
suoi maghi e malefici, come è dire alle sue Circe e Medee per
esecutar gli
veneficii; o ver lo volea concedere a' suoi medici, come è dire ad
Esculapio per
farne tiriaca. Propose oltre a Minerva, se quest'uno gli avesse
possuto servire
per inviarlo a far vendetta di qualche risorto nemico Laocoonte.
Prendalo chi lo vuole, disse il gran Patriarca; e facciane quel che si voglia,
tanto del serpe,
quanto de l'Ofiulco, pur che si tolgano da là; ed in suo luogo
succeda la
Sagacità, la qual suole vedersi ed admirarsi nel Serpente. - Succeda
dunque la
Sagacitade, dissero tutti, atteso che non è men degna del cielo che la
sua sorella
Prudenza; perché dove quella sa comandare e mettere in ordine quel
che s'è da fare e
lasciare per venire a qualche dissegno, questa sappia prima e
poi giudicare per
forza di buona intelligenza, che la è; e discaccia la
Grossezza,
Inconsiderazione ed Ebetudine da le piazze, dove le cose si metteno
in dubio o in
consultazione. Dalli vasi della sapienza imbeva il sapere, onde
concepa e
parturisca atti di Prudenza.
3
- Della Saetta, disse Momo, perché io mai fui curioso di saper a chi
appartenesse,
cioè, se fusse quella con cui Apolline uccise il gran Pitone, o
pur quella per
cui madonna Venere fece al suo poltroncello impiagar il feroce
Marte, che per
vendetta poi a quella cruda ficcò un pugnal sotto la pancia in
sino a l'elsa; o
pur una memorabile con la qual Alcide dismese la Regina de le
Stimfalidi; o
l'altra per cui l'apro Calidonio dié l'ultimo crollo; o ver sia
reliquia o trofeo
di qualche trionfo di Diana la castissima. Sia che si vuole,
riprendesila il
suo padrone, e se la ficche là dove gli piace.
4
- Bene, rispose Giove, tolgasi da là insieme con la Insidia, la Calumnia, la
Detrazione, atto
de Invidia, e la Maldicenza; ed ivi succeda la buona
Attenzione,
Observanza, Elezione e Collimazion di regolato intento. E soggionse:
De l'Aquila,
ucello divino ed eroico e tipo de l'Imperio, io determino e voglio
cossì, che vada a
ritrovarsi in carne ed in ossa nella bibace Alemagna: dove più
che in altra
parte si trovarà celebrata in forma, in figura, in imagine ed in
similitudine, in
tante pitture, in tante statue, in tante celature, quanto nel
cielo stelle si
possono presentar a gli occhi de la Germania contemplativa. La
Ambizione, la
Presunzione, la Temeritade, la Oppressione, la Tirannia ed altre
compagne e
ministre di queste dee non bisogna che le mene seco là dove li
bisognarebbe a
tutte star in ocio; percioché la campagna non è troppo larga per
esse; ma prendano
il suo volo lungi da quel diletto almo paese, dove gli scudi
son le scudelle,
le celate son le pignatte e lavezzi, gli brandi son l'ossa
inguainate in
carne salata, le trombe son gli becchieri, urcioli e gli bocali,
gli tamburi son
gli barilli e botte, il campo è la tavola da bere, volsi dir da
mangiare; le
forterezze, gli baloardi, gli castegli, li bastioni son le cantine,
le popine, le
ostarie, che son di più gran numero che le stanze medesime. - Qua
Momo disse: -
Perdonami, gran padre, s'io t'interrompo il parlare. A me pare che
queste dee
compagne e ministre, senza che vi le mandi, vi si trovano; perché
l'Ambizione circa
l'essere superiore a tutti in farsi porco; la Presunzione del
ventre, che
pretende di ricevere non meno di alto che da alto vaglia mandar a
basso il
gorgazuolo; la Temeritade, con cui vanamente il stomaco tenta digerire
quel che or ora,
presto presto è necessario di vomire; la Oppressione de sensi e
natural calore;
la Tirannia della vita vegetativa, sensitiva ed intellettiva
regnano più in
questa sola che in tutte l'altre parti di questo globo. - È vero,
o Momo, soggionse
Mercurio; ma tali Tirannie, Temeritadi, Ambizioni ed altre
simili cacodee,
con le loro cacodemonesse, non son punto aquiline, ma da
sanguisughe,
pacchioni, sturni e ciacchi. Appresso, per venire al proposito
della sentenza di
Giove, la mi par molto pregiudiziosa alla condizione, vita e
natura di questo
regio ucello; il quale, perché poco beve e molto mangia e vora,
perché ha gli
occhi tersi e netti, perché è veloce nel corso, perché e con la
levità de l'ali
sue sopravola al cielo ed è abitante di luoghi secchi, sassosi,
alti e forti, non
può aver simbolo ed accordo con generazion campestre; ed a cui
la doppia soma
degli bragoni par che a forte contrapeso le impiomba verso il
profondo e
tenebroso centro; e che si fa gente sì tarda e greve, non tanto
inetta a
perseguitare e fuggire, quanto buona a tener fermo ne le guerre; e che
per la gran parte
è soggetta al mal degli occhi, e che incomparabilmente più
beve che mangia.
- Quel che ho detto, è detto, rispose Giove. Dissi, che vi si
presente in carne
ed in ossa per veder gli suoi ritratti; ma non già, che vi
stia come in
prigione, o che manca di trovarsi là, dovunque è in spirito e
veritade con
altre e più degne raggioni con gli già detti numi: e questa sedia
gloriosa lancie a
tutte quelle virtudi, de le quali può esser stata vicaria:
come è dire, a la
dea Magnanimità, Magnificenza, Generosità ed altre sorelle e
ministre di
costoro.
5
- Or che faremo, disse Nettuno, di quel Delfino? Piacevi ch'io lo metta nel
mar di Marseglia,
onde per il Rodano fiume vada e rivegna a volte a volte,
visitando e
rivisitando il Delfinato? - Cossì si faccia presto, disse Momo;
perché, a dire il
vero, non mi par cosa meno da ridere, se alcuno
Delphinum
caelis appinxit, fluctibus aprum,
che se
Delphinum
sylvis appinxit, fluctibus aprum.
6
- Vada, dove piace a Nettuno, disse Giove; ed in suo luogo succeda la figurata
Dilezione,
Affabilità, Officio con gli suoi compagni e ministri. - Dimandò
Minerva che il
cavallo Pegaseo, lasciando le vinti lucide macchie e la
Curiositade, se
ne vada al fonte caballino già per molto tempo confuso,
destrutto ed
inturbidato da bovi, porci ed asini; e veda, se con gli calci e
denti possa far
tanto che vendiche quel loco da sì villano concorso: a fin che
le Muse, veggendo
l'acqua del fonte posta in buono ordine e rassettata, non si
sdegnino di
ritornarvi, e farvi gli lor collegii e promozioni. Ed in questo
luogo del cielo
succeda il Furor divino, il Rapto, l'Entusiasmo, il Vaticinio,
il Studio ed
Ingegno con gli lor cognati e ministri, onde eternamente da su
l'acqua divina,
per lavar gli animi ed abbeverar gli affetti, stille a gli
mortali. -
Tolgasi, disse Nettuno, questa Andromeda, se cossì piace a voi dei;
la quale per la
mano de l'Ignoranza è stata avinta al scoglio dell'Ostinazione
con la catena di
perverse raggioni e false opinioni, per farla traghiuttir dal
ceto della
perdizione e final ruina, che per l'instabile e tempestoso mare va
discorrendo; e
sia commessa alle provide ed amiche mani del sollecito, laborioso
ed accorto
Perseo, ch'avendola indi disciolta e tolta, dall'indegna cattività la
promova al
proprio degno acquisto. E di quel che deve succedere al suo loco tra
le stelle dispona
Giove. - Là, rispose il padre de gli dei, voglio che succeda
la Speranza,
quella che, co' l'aspettar frutto degno delle sue opre e fatiche,
non è cosa tanto
ardua e difficile a cui non accenda gli animi tutti, i quali
aver possono
senso di qualche fine. - Succeda, rispose Pallade, quel santissimo
scudo del petto
umano, quel divino fundamento de tutti gli edificii di bontade,
quel sicurissimo
riparo della Veritade; quella che per strano accidente
qualsivoglia mai
si diffida, perché sente in sé stessa gli semi della propria
sufficienza, li
quali da quantunque violento polso non gli possono essere
defraudati;
quella in virtù della quale è fama che Stilbone vencesse la vittoria
de' nemici; quel
Stilbone, dico, il quale scampato da le fiamme che
gl'incinerivano
la patria, la casa, la moglie, i figli e le facultadi, a
Demetrio rispose
aver tutte le cose sue seco, perché seco avea quella Fortezza,
quella Giustizia,
quella Prudenza, per quali meglio possea sperar consolazione,
scampo e sustegno
di sua vita; e per le quali facilmente il dolce di questa
sprezzarebbe. -
Lasciamo questi colori, disse Momo, e vengasi presto a veder
quello che si de'
fare di quel Triangolo o Delta. - Rispose la astifera Pallade:
Mi par degno che sia messo in mano del Cardinal di Cusa, a fin che colui veda,
se con questo
possa liberar gli impacciati geometri da quella fastidiosa
inquisizione
della quadratura del circolo, regolando il circolo ed il triangolo
con quel suo
divino principio della commensurazione e coincidenza de la massima
e minima figura:
cioè di quella che costa di minimo, e de l'altra che costa di
massimo numero
degli angoli. Portisi dunque questo trigono con un circolo ch'il
comprende, e con
un altro che da lui sia compreso; e con la relazione di queste
due linee (de
quali l'una dal centro va al punto della contingenzia del circolo
interno con il
triangolo esterno; l'altra dal medesimo centro si tende a l'uno
de gli angoli del
triangolo) vegna a compirsi quella tanto tempo e tanto
vanamente cercata
quadratura.
7
Qua risorse Minerva, e disse: - Ma io, per non parer meno cortese a le Muse,
voglio inviar a
gli geometri incomparabilmente maggiore e meglior dono, che
questo ed altro
che sia sin ora donato; per cui il Nolano, al quale fia
primieramente
revelato, e dalla cui mano venga diffuso alla moltitudine, mi
debbia non
solamente una, ma cento ecatombi; perché in virtù della contemplazion
de l'equità che
si trova tra il massimo e minimo, tra l'extimo ed intimo, tra il
principio e fine,
gli porgo una via più feconda, più ricca, più aperta e più
sicura; la quale
non solamente dimostre como il quadrato si fa uguale al
circolo, ma, ed
oltre, subito, ogni trigono, ogni pentagono, ogni exagono, e
finalmente
qualsivoglia e quantosivoglia poligònia figura; dove non meno fia
uguale linea a
linea che superficie a superficie, campo a campo, e corpo a corpo
nelle
solide figure.
8
\ SAUL.\ Questa sarà cosa eccellentissima, ed un tesoro inestimabile per gli
cosmimetri.
9
\ SOFIA\ Tanto eccellente e degna, che certo parmi che
contrapese a
l'invenzione di
tutto il rimanente della geometrica facultade. Anzi da qua pende
un'altra più
intiera, più grande, più ricca, più facile, più esquisita, più
breve e niente
men certa; la quale qualsivoglia figura poligònia viene ad
comensurare per
la linea e superficie del circolo; ed il circolo per la linea e
superficie di
qualsivoglia poligonìa.
10
\ SAUL.\ Vorrei quanto prima intendere il modo.
11
\ SOFIA\ Cossì disse Mercurio a Minerva; a cui quella
rispose: - Prima (nel
modo che tu fatto
hai) dentro questo triangolo descrivo un circolo, che massimo
discriver vi si
possa; appresso fuor di questo triangolo ne delineo un altro che
minimo delinear
si possa sin al contatto de gli tre angoli; e quindi non voglio
procedere a
quella tua fastidiosa quadratura, ma al facile trigonismo, cercando
un triangolo che
abbia la linea uguale alla linea del circolo, ed un altro che
vegna ad ottenere
la superficie uguale alla superficie del circolo. Questo sarà
uno circa quel
triangolo mezzano, equidistante da quello che contiene il
circolo, e
quell'altro ch'è contenuto dal circolo; il quale lascio, che con il
proprio ingegno
altri lo prenda cossì, perché mi basta aver mostrato il luogo
de' luoghi.
Cossì, per quadrare il circolo, non fia mestiero di prendere il
triangolo, ma il
quatrangolo che è tra il massimo interno e minimo esterno al
circolo. Per
pentagonare il circolo, prenderassi il mezzo tra il massimo
pentagono
contenuto dal circolo e minimo continente del circolo. Similmente
farassi sempre,
per far qualsivoglia altra figura uguale al circolo in campo ed
in linea. Cossì
oltre, per essere trovato il circolo del quadrato uguale al
circolo del
triangolo, verrà trovato il quadrato di questo circolo pare al
triangolo di
quell'altro circolo, di medesma quantità con questo.
12
\ SAUL.\ In questo modo, o Sofia, si possono far tutte l'altre figure uguali
ad altre figure
con l'aggiuto e relazione del circolo, che fate misura de le
misure. Cioè, se
voglio far un triangolo equale al quatrangolo, prendo quel
mezzano tra gli
doi apposti al circolo, con quel mezzano tra doi quatrangoli
apposti al
medesimo circolo, o ver ad un altro uguale. Se voglio prendere un
quadrato uguale a
l'exagono, delinearò dentro e fuori del circolo e questo e
quello, e
prenderò quel mezzano tra gli doi de l'uno e l'altro.
13
\ SOFIA\ Bene l'hai capito. In tanto che quindi non
solamente s'ha la
equatura di tutte
le figure al circolo, ma ed oltre di ciascuna de le figure a
tutte l'altre
mediante il circolo, serbando sempre l'equalità secondo la linea e
secondo la
superficie. Cossì con picciola considerazione o attenzione ogni
equalità e
proporzione di qualsivoglia corda a qualsivogli'arco si potrà
prendere, mentre
o intiera, o divisa, o con certe raggioni aumentata viene a
constituir poligonìa
tale, che in detta maniera da cotal circolo sia compresa, o
lo comprenda.
14
- Or definiscasi presto, disse Giove, di quel che vogliamo collocarvi. -
Rispose Minerva:
- Mi par, che vi stia bene la Fede e Sinceritade, senza la
quale ogni
contratto è perplesso e dubio, si dissolve ogni conversazione, ogni
convitto si
destrugge. Vedete a che è ridutto il mondo, per esser messo in
consuetudine e
proverbio, che per regnare non si osserva fede. Oltre:
agl'infideli ed
eretici non si osserva fede. Appresso: si franga la fede a chi
la rompe. Or che
sarà, se questo si mette in prattica da tutti? A che verrà il
mondo, se tutte
le republiche, regni, dominii, fameglie e particolari diranno,
che si deve esser
santo col santo, perverso col perverso? e si faranno iscusati
d'esser
scelerati, perché hanno il scelerato per compagno o vicino? e pensaranno
che non doviamo
forzarci ad esser buoni assolutamente, come fusseno dei, ma per
commoditade ed
occasione, come gli serpenti, lupi ed orsi, tossichi e veneni? -
Voglio, soggionse
il padre, che la Fede sia tra le virtudi celebratissima; e
questa, se non
sarà data con condizione d'un'altra fede, mai sia lecito di
rompersi per la
rottura de l'altra, atteso che è legge da qualche Giudeo e
Sarraceno
bestiale e barbaro, non da Greco e Romano civile ed eroico, che alcuna
volta e con certe
sorte di genti, sol per propria commoditade ed occasion
d'inganno, sia
lecito donar la fede, con farla ministra di tirannia e
tradimento.
15
\ SAUL.\ O Sofia, non è offesa più infame, scelerosa ed indegna di
misericordia, che
quella che si fa ad uno per un altro, per causa che l'uno ha
creduto a
l'altro; e l'uno vegna offeso da l'altro, per avergli porgiuta fede,
stimandolo uomo
da bene.
16
\ SOFIA\ - Voglio dunque, disse l'altitonante, che questa
virtù compaia
celebrata in
cielo, acciò vegna per l'avenire più stimata in terra. Questa si
veda nel luogo in
cui si vedea il Triangolo, da cui comodamente è stata ed è
significata la
Fede; perché il corpo triangulare (come quello che costa di minor
numero di angoli
ed è più lontano da l'esser circulare) è più difficilmente
mobile che qualsivoglia
altrimente figurato. Cossì viene purgata la spiaggia
settentrionale,
dove comunmente son notate trecento sessanta stelle: tre
maggiori, diece
ed otto grandi, ottanta ed una mediocri, cento settanta sette
picciole,
cinquanta ed otto minori, tredeci minime, con una nebbiosa e nove
oscure.
17
\ SAUL.\ Or espediscasi d'apportare brevemente quel che fu fatto del resto.
18
\ SOFIA\ - Decerni, o padre, disse Momo, di quel che doviam
fare di quel
protoparente de
li agnelli; quello che primieramente fa da la terra uscire le
smorte piante,
quello ch'apre l'anno e di novo florido e frondoso manto
ricoprisce quella
ed invaghisce questo. - Perché dubito, disse Giove, mandarlo
con que' di
Calabria, o Puglia, o de la Campania felice, dove sovente dal rigor
de l'inverno sono
uccisi; né mi par convenevole inviarlo tra gli altri delle
Africane pianure
e monti, dove per il soverchio calore scoppiano; mi par
convenientissimo
ch'egli si trove circa il Tamisi, dove ne veggio tanti belli,
buoni, grassi,
bianchi e snelli. E non son smisurati, come nella regione circa
il Nigero; non
negri, come circa il Silere ed Ofito; non macilenti, come circa
il Sebeto e
Sarno; non cattivi, qual circa il Tevere ed Arno; non brutti a
vedere, come
circa il Tago; atteso che quel luogo quadra alla staggione a cui è
predominante, per
esservi, più ch'in altra parte, oltre e citra l'Equinoziale,
temperato il
cielo; ché dalla supposta terra essendo bandito l'eccessivo rigor
de le nevi e
soverchio fervor del sole, come testifica il perpetuamente verde e
florido terreno,
la fa fortunata, come di continua e perpetua primavera. Giongi
a questo che ivi,
compreso dalla protezion de le braccia dell'ampio Oceano, sarà
sicuro da lupi,
leoni ed orsi, ed altri fieri animali e potestadi nemiche di
terra ferma. E
perché questo animale tiene del prencipe, del duca, del
conduttiero; ha
del pastore, del capitano e guida; come vedete in cielo, dove
tutti li segni di
questo cingolo del firmamento gli correno a dietro; e come
scorgete in
terra, dove quando lui si balza o si precipita, quando diverte o
s'addrizza,
quando declina o poggia, viene facilissimamente tutto l'ovile ad
imitarlo,
consentirgli e seguitarlo; voglio ch'in suo luogo succeda la virtuosa
Emulazione, la
Exemplarità e buono Consentimento con altre virtudi sorelle e
ministre; a le
quali contrarii sono il Scandalo, il Male Essempio; che hanno per
ministra la
Prevaricazione, la Alienazione, il Smarrimento; per guida la Malizia
o l'Ignoranza, o
l'una e l'altra insieme; per seguace la stolta Credulitade; la
qual, come
vedete, è orba e tenta il camino tastando col bastone della oscura
inquisizione e
pazza persuasione; per compagna perpetua la Viltade e
Dappocagine; le
quali tutte insieme lascino queste sedie e vadano raminghe per
la terra.
19
- Bene ordinato - risposero li dei tutti. E dimandò Giunone, che far volesse
di quel suo
Tauro, di quel suo bue, di quel consorte del santo Presepio. Alla
quale rispose:
-Se non vuole andar vicino a l'Alpi, alle rive del Po, dico alla
metropoli del
Piamonte, dove è la deliciosa città di Taurino, denominata da lui,
come da Bucefalo
Bucefalia, dalle capri l'isole che sono al rimpetto di
Partenope verso
l'occidente, Corveto in Basilicata da' corvi, Mirmidonia da le
formiche, dal
Delfino il Delfinato, da gli cinghiali Aprutio, Ofanto da'
serpenti, ed
Oxonia da non so qual altra specie; vada per compagno al prossimo
Montone; dove
(come testificano le lor carni che per la commodità dell'erbe
fresche e
delicatura de pascoli vegnono ad essere le più preggiate del mondo) ha
gli più bei
consorti che veder si possano nel rimanente del spacio de
l'universo. - E
dimandò Saturno del successore; a cui rispose così: - Per esser
questo un animal,
che dura alle fatiche, pazientemente laborioso, voglio che sin
ora sia stato
tipo della Pazienza, Toleranza, Sufferenza e Longanimitade,
virtudi in vero
molto necessarie al mondo; e quindi seco si partano (benché non
mi curo che seco
vadano o non vadano) l'Ira, l'Indignazione, il Furore, che
sogliono
accompagnarsi con questo talvolta stizzoso animale. Qua vedete uscir
l'Ira figlia, che
è parturita da l'apprension d'Ingiustizia ed Ingiuria; e
partesi dolorosa
e vendicativa, perché gli par inconveniente ch'il Dispreggio la
guate e gli
percuota le guance. Come ha gli occhi infocati rivolti a Giove, a
Marte, a Momo, a
tutti! Come li va a l'orecchio la Speranza de la vendetta, che
la consola
alquanto e l'affrena, con mostrargli il favor della Possibilitade
minacciosa contra
il Dispetto, la Contumelia ed il Strazio, suoi provocatori! Là
l'Impeto, suo
fratello, che gli dona forza, nerbo e fervore; là la Furia
sorella, che
l'accompagna con le tre sue figlie, cioè Excandescenzia, Crudeltade
e Vecordia. O
quanto è difficile e molesto di contemprarla e reprimerla! O
quanto
malaggiatamente può esser concotta e digerita da altri dei, che da te,
Saturno; questa,
che ha le narici aperte, la fronte impetuosa, la testa dura,
gli denti
mordaci, le labbia velenose, la lingua tagliente, le mani graffiose,
il petto
tossicoso, la voce acuta, ed il color sanguigno. - Qua Marte fece
instanza per
l'Ira, dicendo ch'ella alcuna volta, anzi più de le volte, è
virtude
necessariissima, come quella che favorisce la Legge, dà forza alla
Verità, al
Giudicio; ed acuisce l'Ingegno, ed apre il camino a molte egregie
virtudi, che non
capiscono gli animi tranquilli. A cui Giove: - Che allora, ed
in quel modo con
cui è virtù, sussista e consista tra quelle, a quali si fa
propicia; però
mai s'accoste al cielo senza che gli vada innante il Zelo con la
lanterna de la
Raggione.
20
- E che farremo de le sette figlie d'Atlante, o Padre? -disse Momo. A cui
Giove: - Vadano
con le sue sette lampe a far lume a quel notturno e merinoziale
santo
sponsalizio; ed avertiscano d'andar prima che la porta si chiuda e che
comincie da sopra
a destillar il freddo, il ghiaccio, la bianca neve, atteso che
allora in vano
alzaranno le voci e picchiaranno, perché gli sia aperta la porta,
rispondendogli il
portinaio che tiene la chiave: Non vi conosco. Avisatele che
saran pazze, se
faranno venir meno l'oglio a la lucerna; la qual se fia umida
sempre e non mai
secca, averrà che non sieno tal volte prive di splendor di
degna laude e
gloria. Ed in questa region che lasciano, vegna a metter la sua
stanza la
Conversazione, il Consorzio, il Connubio, la Confraternitade,
Ecclesia,
Convitto, Concordia, Convenzione, Confederazione; ed ivi sieno gionte
a l'Amicizia,
perché, dove non è quella, in suo luogo è la Contaminazione,
Confusione e
Disordine. E se non son rette, non sono esse; perché mai si trovano
in verità (benché
il più de le volte in nome) tra scelerati; ma hanno verità di
Monopolio,
Conciliabulo, Setta, Conspirazione, Turba, Congiurazione, o cosa
d'altro nome ed
essere detestabile. Non sono tra irrazionali e quei che non
hanno
proponimento di buon fine; non dove è l'ocioso medesimo credere ed
intendere; ma
dove si concorre a medesima azione circa le cose similmente
intese.
Perseverano tra buoni; e son brevi ed inconstanti tra perversi, come tra
quei de quali
dissemo in proposito della Legge e Giudicio, nelli quali non si
trova veramente
concordia, come color che non versano circa virtuose azioni.
21
\ SAUL.\ Quei non sono concordi per parimente intendere, ma nel parimente
ignorare e
malignare e nel non intendere secondo diverse raggioni. Quelli non
consenteno in
parimente oprare a buon fine, ma in far parimente poco caso di
buone opre e
stimar indegni tutti gli atti eroici. Ma torniamo a noi. Che si fe'
de' doi giovanetti?
22
\ SOFIA\ Cupido le dimandò per il gran Turco; Febo volea
che fussero paggi di
qualche principe
italiano; Mercurio, che fussero cubicularii de la gran camera.
A Saturno parea
che servissero per iscaldatoio di qualche vecchio e gran
prelato, o pur a
lui, povero decrepito. A cui Venere disse: - Ma chi, o barba
bianca, le
assicura che non gli dii di morso che non li mangi, se gli tuoi denti
non perdonano a'
proprii figli, per gli quali sei diffamato per parricida
antropofago? - E
peggio, disse Mercurio, che è dubio, che per qualche ritrosa
stizza che
l'assale, non gli piante quella punta di falce su la vita. Lascio
che, se pur a
questi può esser donato di rimaner in corte de gli dei, non sarà
più raggione che
toccano a voi, buon padre, che ad altri molti non meno
reverendi che vi
possono aver aperti gli occhi. - Qua sentenziò Giove, che non
permetteva che in
posterum in corte de gli dei si admettano paggi o altri
servitori che non
abbiano molto senno, discrezione e barba. E che questi si
mettessero alle
sorti, mediante le quali si definisse a chi de gli dei toccasse
di farne
provisione per qualche amico in terra. - E mentre alcuni instavano che
ne determinasse
lui, disse che non volea per queste cose gelose generar
suspizion di
parzialità ne gli lor animi, quasi inchinando più ad una che ad
un'altra parte di
discordanti.
23
\ SAUL.\ Buono ordine, per riparare a le dissenzioni ch'arrebono possute
accadere per
questi!
24
\ SOFIA\ Chiese Venere che in luogo succedesse l'Amicizia,
l'Amore, la Pace,
con gli lor
testimoni Contubernio, Bacio, Imbracciamento, Carezze, Vezzi, e gli
tutti fratelli e
servitori, ministri, assistenti e circonstanti del gemino
Cupido. - La
dimanda è giusta, - dissero gli dei tutti. -Che si faccia, - disse
Giove. Appresso,
dovendosi definire del Granchio (il quale, perché appar
scottato
dall'incendio del foco e fatto rosso dal calor del sole, non si trova
altrimente in
cielo che se fusse condannato a le pene de l'inferno), dimandò
Giunone, come di
cosa sua, che ne volesse far il senato; di cui la più gran
parte lo rimese
al suo arbitrio. E lei disse che, se Nettuno, dio del mare, il
comportava,
arrebe desiderato che s'attuffasse a l'onde del mare Adriatico, là
dove ha più
compagni che non ha stelle in cielo. Oltre, che sarà appresso
l'onoratissima
Republica Veneziana la qual, come fusse anch'ella un granchio, a
poco a poco da
l'oriente sen va verso l'occidente retrogradando. Consentì quel
Dio che porta il
gran tridente. E Giove disse, che in loco del Cancro starà bene
il tropico della
Conversione, Emendazione, Repressione, Ritrattazione, virtudi
contrarie al Mal
progresso. Ostinazione e Pertinacia; e subito soggionse il
proposito del
Leone, dicendo: - Ma questo fiero animale guardisi di seguitar il
Cancro e di voler
là ancora farsegli compagno; perché, se va a Venezia, trovarà
ivi un altro, più
che lui essere possa, forte; percioché quello non solo sa
combattere in
terra, ma oltre guerreggia bene in acqua, e molto meglio in aria,
atteso che ha
l'ali, è canonizato, ed è persona di lettere: però sarà più
espediente per
lui di calarsene a gli Libici deserti dove trovarà moglie e
compagni. E mi
par che a quella piazza si debba transferir quella Magnanimità,
quella eroica
Generositade, che sa perdonar a' soggetti, compatir a gl'infermi,
domar
l'Insolenza, conculcar la Temeritade, rigettar la Presunzione e debellar
la Suberbia. -
Assai bene! - disse Giunone e la maggior parte del concistoro.
Lascio di
riferire con quanto grave, magnifico e bello apparato e gran comitiva
se ne andasse
questa virtude; perché al presente, per la angustia del tempo,
voglio che vi
baste di udire il principale circa la riforma e disposizione delle
sedie; essendo
che sono per informarvi di tutto il resto quando sedia per sedia
vi condurrò
vedendo ed essaminando queste corti.
25
\ SAUL.\ Bene, o cara Sofia. Molto mi appaga la tua cortesissima promessa;
però son
contento, che con la maggior brevità, che vi piace, mi doniate saggio
dell'ordine e
spaccio dato all'altre sedie e cangiamenti.
26
\ SOFIA\ - Or, che sarà della Vergine? - dimandò la casta
Lucina, la
cacciatrice
Diana. - Fategli, rispose Giove, intendere se la vuole andare ad
esser priora o
abbatessa delle suore o monache, le quali son ne' conventi o
monasterii de
l'Europa; dico, in que' luoghi dove non son state messe in rotta e
dispersione da la
peste; o pur a governar le damigelle de le corti, a fin che
non le assalte la
gola di mangiar li frutti avanti o fuor de la staggione, o
rendersi compagne
de le lor signore. - Oh, disse Dittinna, che non puote; e dice
che non vuole in
punto alcuno ritornar onde è una volta scacciata, e donde è
tante volte
fuggita. -Il protoparente suggionse: - Tegnasi dunque ferma in
cielo, e guardisi
bene di cascare, e veda di non farsi contaminare in questo
loco. - Disse
Momo: - Mi par che la potrà perseverar pura e netta, si
perseverarà di
esser lungi da animali raggionevoli, eroi e dei, e si terrà tra
le bestie, come
sin al presente è stata, avendo da la parte occidentale il
ferocissimo
Leone, e dall'oriente il tossicoso Scorpio. Ma non so come si
portarà adesso,
dove gli è prossima la Magnanimitade, l'Amorevolezza, la
Generositade e
Virilitade, che facilmente montandogli a dosso, per raggion di
domestico
contatto facendoli contraere del magnanimo, amoroso, generoso e
virile, da femina
la faranno dovenir maschio, e da selvaggia ed alpestre dea, e
nume da Satiri,
Silvani e Fauni, la convertiranno in nume galante, umano,
affabile ed
ospitale. - Sia quel che deve essere, rispose Giove; ed intra tanto,
gionte a lei
nella medesima sedia sieno la Castità, la Pudicizia, la Continenza,
Purità, Modestia,
Verecundia ed Onestade, contrarie alla prostituta Libidine,
effusa
Incontinenza, Impudicizia, Sfacciatagine; per le quali intendo la
Verginitade esser
una de le virtudi, atteso che quanto a sé non è cosa di
valore. Perché,
quanto a sé, non è virtù né vizio, e non contiene bontà,
dignità, né
merito; e quando non serve alla natura imperante, viene a farsi
delitto,
impotenza, pazzia e stoltizia espressa: e se ottempera a qualche
urgente raggione,
si chiama Continenza, ed ha l'esser di virtù, per quel che
participa di tal
fortezza e dispreggio di voluttadi: il quale non è vano e
frustratorio, ma
conferisce alla conversazione umana ed onesta satisfazione
altrui. - E che
farremo de le Bilancie? - disse Mercurio. - Vadano per tutto,
rispose il primo
presidente: vadano per le fameglie, acciò con esse li padri
veggano dove
meglio inchinano gli figli, se a lettere, se ad armi; se ad
agricoltura, se a
religione; se a celibato, se ad amore; atteso che non è bene
che sia impiegato
l'asino a volare e ad arare i porci. Discorrano le Academie ed
Universitadi,
dove s'essamine se quei che insegnano, son giusti di peso, se son
troppo leggieri o
trabuccanti; e se quei che presumeno d'insegnar in catedra e
scrittura, hanno
necessità d'udire e studiare: e bilanciandoli l'ingegno, si
vegga se quello
impenna over impiomba; e se ha della pecora o pur del pastore; e
se è buono a
pascer porci ed asini o pur creature capaci di raggione. Per gli
edificii Vestali
vadano a far intendere a questi ed a quelle, quale e quanto sia
il momento del
contrapeso, per violentar la legge di natura per un'altra sopra-
o estra- o
contranaturale, secondo o fuor d'ogni raggione e debito. Per le
corti, a fin che
gli ufficii, gli onori, le sedie, le grazie ed exenzioni
corrano secondo
che ponderano gli meriti e dignitade di ciascuno; perché non
meritano d'esser
presidenti a l'ordine, ed a gran torto della Fortuna presiedeno
a l'ordine quei che
non san reggere secondo l'ordine. Per le republiche, acciò
ch'il carrico
delle administrazioni contrapesi alla sufficienza e capacità de
gli suggetti; e
non si distribuiscano le cure con bilanciar gli gradi del
sangue, de la
nobilitade, de' titoli, de ricchezza: ma de le virtudi che
parturiscono gli
frutti de le imprese; perché presiedano i giusti,
contribuiscano i
facultosi, insegnino li dotti, guideno gli prudenti, combattano
gli forti,
conseglino quei ch'han giudicio, comandino quei ch'hanno autoritade.
Vadano per gli
stati tutti, a fin che negli contratti di pace, confederazioni e
leghe non si
prevariche e decline dal giusto, onesto ed utile commune,
attendendo alla
misura e pondo della fede propria e de quei con gli quali si
contratta; e nell'imprese
ed affari di guerra si consideri in quale equilibrio
concorrano le
proprie forze con quelle del nemico, quello che è presente e
necessario con
quello che è possibile nel futuro, la facilità del proponere con
la difficultà
delle exequire, la comodità dell'entrare con l'incomodo
dell'uscire,
l'inconstanza d'amici con la constanza de nemici, il piacere
d'offendere con
il pensiero di defendersi, il comodo turbar quel d'altri con il
malaggiato
conservare il suo, il certo dispendio ed iattura del proprio, con
l'incerto
acquisto e guadagno de l'altrui. Per tutti gli particulari vadano,
acciò ognuno
contrapesi quel che vuole con quel che sa; quel che vuole e sa con
quel che puote;
quel che vuole, sa e puote con quel che deve; lo che vuole, sa,
puote e deve con
quel che è, fa, ha ed aspetta. - Or, che metteremo dove son le
Bilancie? Che
sarà in loco della Libra? - domandò Pallade. Risposero molti: -La
Equità, il
Giusto, la Retribuzione, la raggionevole Distribuzione, la Grazia, la
Gratitudine, la
buona Conscienza, la Recognizion di se stesso, il Rispetto che
si deve a'
maggiori, l'Equanimità che si deve ad uguali, la Benignità che si
richiede verso
gl'inferiori, la Giustizia senza rigore a riguardo di tutti, che
spingano
l'Ingratitudine, la Temeritade, l'Insolenza, l'Ardire, l'Arroganza, il
poco Rispetto,
l'Iniquitade, l'Ingiuria ed altre famigliari di queste. - Bene,
bene! - dissero
tutti del concistoro. Dopo la qual voce s'alza in piedi il bel
crinito Apolline,
e disse: - È pur gionta l'ora, o dei, in cui si deve donar
degna ispedizione
a questo verme infernale che fu la principal caggione
dell'orribil caso
e crudel morte del mio diletto Fetonte; perché, quando quel
miserello
dubbioso e timido con gli mal noti destrieri guidava del mio eterno
foco il carro, questo
pernicioso mostro minaccioso venne a farsegli talmente
incontro con la
punta della sua coda mortale, che per l'orrendo spavento
facendolo di se
stesso fuori, li fe' dalle tenere mani cascar sul tergo de'
cavagli i freni:
onde la tanto signalata ruina del cielo, che ancor nella via
detta lattea
appare arso; il sì famoso danno del mondo, che in molte e molte
parti apparve
incinerito; e sì fattamente ontoso scorno contro la mia deitade ne
seguitasse. È pur
vergogna che tanto tempo una simil sporcaria abbia nel cielo
occupato il
spacio di doi segni.
27
- Vedi, dunque, o Diana, disse Giove, quel che vuoi far di questo tuo
animale, il qual
vivo è tristo, e morto non serve a nulla. - Permettetemi (se
cossì piace a
voi), disse la vergine dea, che ritorne a Scio nel monte
Chelippio; dove
per mio ordine nacque a mal grado del presuntuoso Orione, ed ivi
in quella materia
di cui fu prodotto, si risolva. Seco si partano la Fraude, la
Decepzione,
l'Inganno, la perniciosa Finzione, il Dolo, l'Ipocrisia, la Buggia,
il Pergiuro, il
Tradimento; e quivi succedano le contrarie virtudi, Sincerità,
Execuzion di
promesse, Osservanza di fede, e le lor sorelle, seguaci e ministre.
Fanne quel che ti piace, disse Momo; perché gli fatti di costui non ti saran
messi in
controversia, come a Saturno il vecchio quegli de' doi fanciulli. E
veggiamo presto
quel che si deve far del figlio Euschemico, che son già tante
migliaia d'anni
che con tema di mandarla via senza averne un'altra, tiene quella
vedova saetta
incoccata a l'arco, facendo la mira là dove si continua la coda
alla spina del
dorso di Scorpione. E certo, se, come lo stimo pur troppo
prattico in
prender mira, in collimare, come dicono, al scopo che è la metà de
l'arte
sagittaria, lo potesse ancor stimare non ignorante in quel rimanente
circa il tirare e
dar di punta al bersaglio, che fa l'altra metà de l'esercizio;
donarei conseglio
che lo inviassemo a guadagnarsi un poco di riputazione
nell'isola
Britannica, dove sogliono di que' messeri, altri in giubbarello ed
altri in saio
faldeggiante, celebrar la festa del prencipe Artur e duca di
Sciardichi. Ma
dubito che, mancandogli il verbo principale, per quanto
appartiene a
donar dentro al segno, non vegna a far ingiuria al mistiero. Per
tanto vedete voi
altri che ne volete fare; perché (a dir il vero, come la
intendo) non mi
par comodo ad altro che ad essere spaventacchio degli ucelli,
per guardia,
verbigrazia, delle fave o de' meloni. - Vada, disse il Patriarca,
dove vuole;
donegli pur alcun di voi il meglior ricapito che gli pare; e nel suo
luogo sia la
figurata Speculazione, Contemplazione, Studio, Attenzione,
Aspirazione,
Appulso ad ottimo fine, con le sue circonstanze e compagnie.
28
Qua soggionse Momo: - Che vuoi, padre, che si debba fare di quel santo,
intemerato e
venerando Capricorno? di quel tuo divino e divo connutrizio, di
quel nostro strenuo
e più che eroico commilitone contra il periglioso insulto
della protervia
gigantesca? di quel gran consegliero a guerra, che trovò il modo
di examinare quel
nemico che da la spelunca del monte Tauro apparve ne l'Egitto
formidando
antigonista de gli dei? di quello il quale (perché apertamente non
arremmo avuto
ardire d'assalirlo) ne dié lezione di trasformarci in bestie, a
fin che l'arte ed
astuzia supplisse al difetto di nostra natura e forze per
parturirci
onorato trionfo dell'aversarie posse? Ma, oimè, questo merito non è
senza qualche
demerito; perché questo bene non è senza qualche male aggiunto,
forse perché è
prescritto e definito dal fato, che nessun dolce sia absoluto da
qualche fastidio
ed amaro, o per non so qual'altra caggione. - Or che male,
disse Giove, ne
ha egli possuto apportar, che si possa dir esser stato congionto
a quel tanto
bene? che indignità, che abbia possuto accompagnarsi con tanto
trionfo? -
Rispose Momo: - Fece egli con questo, che gli Egizii venessero ad
onorar le imagini
vive de le bestie, e ne adorassero in forma di quelle; onde
venemo ad esser
beffati, come ti dirò. - E questo, o Momo, disse Giove, non
averlo per male,
perché sai, che gli animali e piante son vivi effetti di
natura; la qual
natura (come devi sapere) non è altro che dio |