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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1586. Er zole novo

 

Lo disceveno a ppranzo, è vvero Nina?,
che mmó, ppe alluminà strade e ppalazzi
s’abbruscia un fil de carcia1 fra dducazzi2
e la sera3 diventa una matina.

 

Disce che sta scuperta chimichina4
se ppuro5 addoprà da li regazzi;
e in Inghirterra trallantri6 rimpiazzi
l’hanno appricata ar Farro de Missina.7

 

Disce che cco sta carcia, pe le scòle,
quanno arimane nuvolo, arimane,
ce fanno inzino er negroscopio a ssole.8

 

Dunque cco sta lusce nun fa un corno9
si10 ppiove, e cce pòi le mediriane11 pe rrimette12 l’orloggi a mmezzoggiorno.

 

22 agosto 1835

 




1 Si brucia un pezzolin di calce.

2 Fra due gaz.

3 Si avverta che per sera intendesi in Roma, propriamente, le prime ore della notte.

4 Chimica.

5 Si può pure.

6 Fra gli altri.

7 Al Faro di Messina.

8 Sino il microscopio a sole. Comprendesi di leggieri che la portentosa scoperta della quale il nostro buon romanesco intese parlare servendo a tavola il suo padrone, è quella del calciossidrogeno, accaduta recentemente in Londra. Di questo nuova fonte di sfolgorantissima luce è celebre l’applicazione fatta in Inghilterra al sistema de’ microscopi solari, e la sostituzione alle lampade d’Angand, con meraviglioso successo tentata da Drummond nel Faro di Purfleet.

9 Non nuoce.

10 Se.

11 Ci puoi fare le meridiane.

12 Per rimettere.

 

 






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