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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1605. Una capascitàta a cciccio1

 

De grazzia, sete voi quer figurino
che mme ffuscilà2 ccor uno sputo?
Bbravo: je lo faremo conzaputo;3
e ssaccòmmidi intanto in cammerino.4

 

Co mmé nnun rescitamo er brillantino,5
perch’io, sor merda de villan futtuto,
me sento in gamma,6 cor divinajjuto,
de favve er barbozzetto gridellino.7

 

Pe vvostra addistruzzione,8 io, da pivetto9
ho mmesso lègge a cquanti rispettori10
teneveno Atticciati e Mmerluzzetto.11

 

Figuratev’a vvoi! s’io ppe ccristo
nun ve manno addrittura dar drughiere
a crompavve12 un carlín de muso-pisto.13

 

29 agosto 1835

 




1 Un convincimento a dovere.

2 Che mi vuole fucilare.

3 Glielo faremo sapere: modo ironico.

4 Intanto favorisca pure, si accomodi al suo piacere.

5 Con me non recitiamo l’ardito.

6 Mi sento in gamba.

7 Di farvi il mento, ecc.

8 Per vostra istruzione.

9 Da fanciullo.

10 Ho dato legge a quanti ispettori.

11 Atticciati e Merluzzi: due commissari di polizia sotto la invasione francese.

12 A comperarvi.

13 Di viso pesto.

 

 






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