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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1616. Er corzè de la scalandrona1

 

Madama Dorotea, me manna cqui
la mi’ padrona pe ppijjà er corzè
fatto a l’usanza de Monzú Ggabbè,2
che jje serve stasera c’ha da usscí.

 

Anzi, m’ha ddetto lei che vv’ho da
che vvenite voi puro3 in cco mmé,
a mmettéjjelo4 in prova pe vvedé
ssi5 cc’è cquarche ddifetto llí pper .

 

E ddisce che vve dichi6 d’abbadà
che, in quant’a la larghezza, vienghi7 un po’
ppiú assestato de quer d’un anno fa.

 

Perché ddisce che mmó llei de cqua ggiú
è ppiú ggrossa d’allora, e cche pperò
ce ppiú stretto un par de deta8 e ppiú.

 

settembre 1835

 




1 Donna pingue e di carni flosce.

2 Francesco Gabbet, oriundo francese, inventore o propagatore in Roma di una foggia di corsaletti da donna composti di molti pezzi rivolti a filo contro il senso della forza dilatante del corpo, onde, meno cedendo, più lo stringono senza incomodarlo. Raccomanderemo il signor Gabbet al tipografo della Volpe al Sassi in Bologna, onde lo annoveri nella sua edizione di vite e ritratti de’ benefattori della umanità.

3 Pure.

4 A metterglielo.

5 Se.

6 Che vi dica.

7 Venga.

8 Un paio di dita.

 

 






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