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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1908. Er compositore de la stamparia

 

Grazzie, n’avemo trenta, è er fin der mese:
lo so, ssí,1 è er giorno c’ha da usscí er giornale.
E ssi nun essce? è ppeccato mortale?
fina er monno? subbisseno le cchiese?

 

vve2 state a pijjà ttutte ste sscese
de capo,3 finirete a lo spedale.
Un giorno ppiú, uno meno, è ppoco male.
Tutte-quante le smanie a sto paese!

 

Mica è ppoi pane: mica è ggran4 che ccasca.
Oggi o ddomani nun fa ppreggiudizzio:
nun 5 ccose che ppassino bburrasca.

 

Er giornale se lega6 ar fin dell’anno:
dunque... Ebbè, ssoggi vengheno a l’uffizzio
lassateli vení: cce torneranno.

 

3 marzo 1837

 




1 Se.

2 Se vi.

3 Affanni, pensieri, sollecitudini.

4 Grano. In questa frase il popolo usa veramente l’apocope da noi adoperata. In generale ripeteremo che tutto quanto si legge ne’ versi del 996 è della schietta prosa de’ Romaneschi.

5 Non sono.

6 Si lega.

 

 






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