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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1920. Er conto de le posate

 

Eccole tutte cqui nne la sarvietta
come l’ho ttrove.1 Io doppo sparecchiato
c’ho aripassato er conto, ho aripassato,
ciamancava2 un cucchiaro e una forchetta.

 

E llei crede a Lluscía? Si sta sciovetta
bbutta la bbroda3 addoss’a mmé ha sbajjato.
Ma ggneente:4 io nun capisco; io nun 5 stato,
e nnun vojjo abbozzacce6 una saetta.7

 

Sta faccenna sarà ccome sto lujjo
che ssuccesse l’affare der grisolito
der padrone, e cce fu cquer battibbujjo.8

 

De quello puro9 ggià sta bbona pezza10
dava la colpa11 a mmé ssiconner zolito,
eppoi s’aritrovò ffra la monnezza.12

 

6 marzo 1837

 




1 Trovate.

2 Ci mancava.

3 Getta la colpa.

4 Niente. Vi si son poste due e onde insinuare il modo della pronunzia, che in questa occasione deve prolungare la e quasi fosse doppia.

5 Non sono.

6 Non voglio abbozzarci, cioè: «tacermivi, tollerare».

7 Affatto, per nulla.

8 Altercazione clamorosa.

9 Pure.

10 Cattivo suggetto.

11 Colpa.

12 Immondezza.

 

 






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