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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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252. La corda ar Corzo

 

Cquì, e cquant’è ggranne Roma1 l’aricorda,
propio in ner mezzo a sta ritiratella,
c’era piantato un trave e una ggirella
dove prima sce daveno2 la corda.

 

Sto ggiucarello era una lima sorda,
o ffussi a tratti oppuro a ccampanella,3
che cchi ss’è intesa in petto la rotella
de le spalle, pe ddio nun ze ne scorda.

 

Sia benedetto sempre er cavalletto!
Armanco tte n’eschi con onore,
e nun ce fai li cardinali in petto.4

 

Ché ffor de quer tantino de bbrusciore,
un galantomo senza stacce5 a lletto
annà pper fatto suo com’un ziggnore.

 

Roma, 21 novembre 1831 - De Pepper tosto

 

 




1 Roma tutta intiera. Lo ricorda anche l’autore di questi versi, benché giovane.

2 Ci davano.

3 Il tirar su e poi ricalare il paziente, senza abbandonarne il peso a se stesso come si usava ne’ tratti, da’ quali, restando il corpo sospeso e legato per le mani dietro il dorso, riceveva l’infelice dolore acutissimo e slogamento di ossa.

4 Sputi di sangue. Metafora presa dal riserbarsi che talora fa il Papa de’ Cardinali in petto, per pubblicarli in tempo avvenire. Fare i cardinali, vale: «sputar sangue».

5 Starci.

 

 






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