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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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356. La Cchiesa dell’Angeli1

 

Li discorzi peccristo ch’io v’intavolo,
sor imbriaconaccio d’acquavita
che vve snerbate er culo ar Caravita,2
nun ccarote3 da rride un cavolo.

 

Ve dico che la cchiesa ch’er zor diavolo
sopr’a Ffuligno ha ttutta scompartita,4
s’ha da rifrabbicà, doppo finita
la bbasilica nostra de San Pavolo.5

 

E ggià in un antro cuccomo der Papa
disce6 che sse prepareno li fonni7
pe ffà un mijjone de fette de rapa.8

 

Diteme che ssi er cuccomo è dde vetro
com’er primo, c’è ’r caso che sse sfonni,
e li cocci arimanino a Ssan Pietro.9

 

21 gennaio 1832 - Der medemo

 

 




1 Chiesa assai vasta nella pianura sotto Assisi, rovinata dal tremuoto del 13  gennaio 1832.

2 Oratorio così detto dal padre Caravita, dove la sera alcuni divoti sogliono darsi la disciplina al buio.

3 Menzogne.

4 Aperta in più parti.

5 Notissima riedificazione, intrapresa con fondi largiti dai credenti dell’Orbe.

6 Si dice.

7 Ironia presa dalla cuccoma di caffè.

8 Piastre.

9 I maldicenti spargono essersi dalla Santa Sede distratti in altri usi i depositi di S. Paolo.

 

 






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