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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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459. Le scôle

 

Sai cuant’è mmejjo a llavorà llumini1


e a ffrabbicà le cannéle de segó,2
o annà a le quarant’ore3 a ffà cquadrini
co le diasille e ccor devoto prego;

 

che de mette li fijji a li latini
e a bbiastimà ccor paternostro grego,
tra cquella frega4 de Scisceroncini5
indove in cammio d’io c’è scritto Diego?6

 

Causa de sti vorponi ggesuiti
che sfotteno e ssinzogneno la notte
come potecce ttutti aruditi.

 

Pe li mi’ fijji a sti fratacci fessi
è ddègheta,7 e sse vadino a ffà fotte
loro e cquer Papa che cce l’ha arimessi.

 

Roma, 18 novembre 1832 - Der medemo

 




1 Lumini per la notte.

2 Candele di sevo.

3 La periodica esposizione della eucaristia per le chiese di Roma per tutto il corso dell’anno; chiamata dalle Quarant’ore. I ciechi sogliono assidersi in due ale fuori dalle porte del tempio, invitando i fedeli a soccorrerli, in contracambio di diesille e di devoti preghi, che offrono loro per suffragio delle anime del purgatorio.

4 Moltitudine.

5 Ciceroncino è chiamato per le scuole il libro delle selectae di M. Tullio.

6 Un chierico, interrogato dal sagristano come si svolgesse in latino il pronome io, rispose ius, ii.Sagris: Di’ ego. – Chierico: Ah! è vero: Diego, Diegonis.

7 È nulla, è pensiero fallito, ecc.

 

 






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