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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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558. Un’antra usanza

 

Povero sor Canonico! è schiattato:
se n’agnede1 a l’entrà dde primavera.
Come ch’ebbe er bijjetto de prelato
je pijjò un accidente, e bbona sera.

 

Li creditori, appena fu ccrepato,
jabbifforno la casa e cquanto scera;
perché llui pe spuntà cquer prelatato
ce se spese, a ddí ppoco, una miggnera.2

 

Bbono c’a le nipote ebbe cuscenza
d’ottenejje dar Papa sto conforto
de li scinquanni de sopravvivenza.3

 

Sibbè in cuesto er Capitolo scià storto,4
discenno ch’è una granne impertinenza
d’eguajjà un prete vivo a un prete morto.

 

Roma, 5 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Se ne andò.

2 Miniera.

3 È uso non infrequente a Roma, sì nel civile, come, anche di più, nell’ecclesiastico, di accordare agli stipendiati alcuni anni di onorari dopo la lor morte, che per lo più servono a pagare i vizi della vita.

4 Ci ha storto: dal verbo «starcere», storce, cioè: «torcere la bocca» in segno di disapprovazione o disgusto.

 

 






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