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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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639. Un indovinarello

 

Disse uno un giorno a ccerte ggente dotte:
«Spiegate cuesta cqui. Noi semo in zette,
e a ttavola oggni ggiorno sce se mette
venti fujjette1 e ttrentasei paggnotte.

 

Ma cquanno che svinassimo le bbotte2
s’apparecchiò cco ssedisci sarviette:
e in tutti se finí tra ggiorno e nnotte
diesci paggnotte e ddodisci fujjette».

 

Pare una cosa che ggnisuno intenna,
una cosa da mettese er braghiere,3
che ppiú ssete4 a mmaggnà, mmeno se spenna.5

 

Eppuro oggi è vvienuto un cavajjere
che l’ha pprovata a ccalamaro e ppenna,
e ccià mmesso er ziggillo un tesoriere.6

 

Roma, 21 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Foglietta: misura di vino, 1/108 di un barile.

2 Svinammo le botti. Nel giorno della svinatura, cioè del travasamento dei vini dopo il fermento, si suole far convito al luogo della operazione.

3 Ridere fino a contrarne ernia.

4 Siete.

5 Spenda.

6 In una percezione a dieciottienno del dazio sul macinato dei grani, si è fra le altre fraudi assegnato dal percettore un provento minore nell’anno 1825, nel quale, come anno santo, la popolazione di Roma fu almeno triplicata. Tutte le sottrazioni di quell’appalto si fanno ascendere dai due ai tre milioni di scudi in una dimostrazione a stampa presentata ai tribunali il 9 novembre 1832. Vedila.

 

 






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