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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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669. Er pupazzaro e ’r giudisce

Sonetti 2

 

Io nun , mmojje mia, tanto merlotto,
ma mme ttrovo co le spalle ar muro.1


Propio er giudisce, lui, venne ar casotto!2
Che jj’avevo da ? «Sse servi puro».3

 

E cce vorze er conto, er galeotto!
Me diede duzecchini e un pezzoduro;
e llassò er zervitore de sicuro
pe ffàsseli aridà ssotto cappotto.4

 

Puntuale er decane5 torcimano,6
come le ggente se ne furno ite,
me fesce un ghiggno e ppoi stese la mano.

 

Che cce vòi ? stoccate7 pulite,
trucchi d’abbilità,8 stile romano.
Ma, ar meno, ce darà vvinta la lite.

 

Roma, 25 dicembre 1832 - Der medemo

 




1 Senza modo di scampo: compromesso.

2 All’ingresso dell’Avvento si ergono sulla Piazza di S. Eustachio alcune botteghe di legno, chiamate casotti, nelle quali, fino alla Natività di Cristo, vendonsi figurine di terra cotta per uso di presepio; e quindi, sino alla Pasqua Epifania, balocchi e cianfrusaglie per befane: di che vedi il sonetto

3 Si serva pure liberamente.

4 Per farseli rendere di soppiatto.

5 Vedi la nota 1 del sonetto.

6 Turcimanno, che, nel nostro caso, dicesi anche a Roma manutengolo.

7 Dare una scoccata vale: «chieder danaro senza esserne creditore».

8 Espilazioni astute.

 

 






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