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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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816. Li Morti de Roma

 

Cuelli morti che ssò1 dde mezza tacca2
fra ttanta ggente che sse va a ffà fotte,3
vanno de ggiorno,4 cantanno a la stracca,
verzo la bbúscia5 che sse l’ha dda iggnotte.6

 

Cuellantri,7 in cammio,8 c’hanno la patacca9
de Siggnori e dde fijji de miggnotte,10
ppiú cciovili,11 e ttiengheno la cacca12
de fuggí er Zole, e dde viaggià dde notte.13

 

Cc’è ppoina terza sorte de figura,
’n’antra spesce14 de morti, che ccammina
senza moccoli e ccassa in zepportura.

 

Cuesti semo noantri,15 Crementina,
che ccottivati16 a ppesce de frittura,
sce17 bbutteno a la mucchia de matina.

 

Roma, 23 gennaio 1833

 




1 Sono.

2 Di mezzana condizione.

3 Perisce.

4 Il così detto «giorno» è lo spazio della giornata che corre dal mezzodì al tramontar del sole.

5 Buca.

6 Inghiottire.

7 Altri.

8 In cambio.

9 Patente.

10 Bagasce. Credesi che i bastardi abbiano in vita buona fortuna.

11 Civili.

12 Vanità.

13 Vanno dall’ave-maria alle due ore di notte.

14 Specie.

15 Noi altri.

16 Vedi il Sonetto...

17 Ci.

 

 






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