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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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871. L’ammalato

 

Nun ha ffrebbe?1 e cche ssò2 cquelli gricciori3
che sse4 sente oggni notte a ora tarda?
Nun sta mmale? e cche ssò cquelli colori
ggiall’e nnero che ppare una cuccarda?

 

Pe pparte mia5 vorebbèsse bbusciarda,
ma abbasta de vedé, ssori dottori,6
come straluna l’occhi e ccome guarda,
pe ppotejje7 intimà: ffijjo, tu mmori.

 

Che sserve de passalla in comprimenti?
Je puzzava la vita?8 e mmó la sconta,
e llanima la tira co li denti.9

 

Lui10 le cose io le scàtolo11 da tonta12
ha ttempo a ppijjà13 mmedicamenti:
nu la rippezza14 ppiú, nnu la ricconta.15

 

Roma, 8 febbraio 1833

 




1 Febbre.

2 Sono.

3 Brividi.

4 Si.

5 In quanto a me.

6 Questo è sempre un modo ironico.

7 Poterli.

8 Ciò dicesi di coloro ai quali, pel disordini che fanno, pare che sia grave la vita.

9 Tirar l’anima codenti: trattenerla quasi tra la morte e la vita.

10 I seguenti due versi sono di una costruzione o sintassi tutta volgare.

11 Le butto giù.

12 Con semplicità da ignorante.

13 Ha bel prendere ora.

14 Non la rappezza: non la rimedia.

15 Non la racconta: muore.

 

 






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