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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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931. La quaresima

 

Come io nun cristiano! Io fo la spesa,
oggni ggiorno der zanto maritozzo.1


Io nun cenavo mai, e mmó mme strozzo
pe mmaggnà ottoncia come la cchiesa.2

 

Ciò avuta la scaletta,3 e mme ppresa
pe l’amor de Ggesú ssin ar barbozzo4
una pianara o ddua d’acqua de pozzo,
e llacqua Iddio lo sa cquanto me pesa.

 

Io fo ar zutempo li portoni rotti
co la mazzola:5 io, ssciorte le campane,6
sparo la divozzione de li bbotti.

 

Io pijjo pascua pe mmé e le mi’ poste;7
e, ppe ttappo8 dell’opere cristiane,
fo bbenedí er zalame e llova toste.9

 

Roma, 4 aprile 1833

 




1 I maritozzoli sono certi pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero, e talvolta canditure, o anaci, o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno.

2 Il maximum nella tariffa delle commestioni serali in quadragesima. Alcuni troppo semplici, o troppo scaltri, opinano quella essere obbligatoria meta delle refezioni extra horam, non oltrepassabile né in più né in meno.

3 Nel giovedí che taglia la quadragesima in due parti eguali, si usa di appiccare delle carte, tagliate in forma di scala, per di dietro alle persone; e contro quelle gridare acqua, e gittarne. Quest’uso però, come altri, va ad estinguersi, per la prepotenza della fatale civilizzazione del tempo.

4 Mento.

5 Sono generalmente i fanciulli che con mazzuole di legno vanno, nel giovedí e venerdí santo, percuotendo le porte delle case e botteghe, imitando il fragore e le altre convulsioni della natura nella morte del Figliuolo di Dio.

6 Le campane tacciono fortunatamente in Roma per due giorni, dalla mattina del giovedí a quella del sabato santo, nel qual giorno, a cui si anticipa dalla odierna chiesa la risurrezione di Cristo, riprincipiano tutte insieme uno scampanare arrabbiato, lo che dicesi sciogliersi, e si sciolgono infatti davvero per rifarsi del tempo perduto. Allora si sparano per la città colpi di ogni specie di fuoco artifiziato e di armi, negli orecchi e sugli occhi de’ galantuomini che passano.

7 Prender pasqua: è il quarto precetto della chiesta. Alcuni pietosi ripetono la soddisfazione dell’obbligo per varie volte e in varie parrocchie, e poi vendono alle lor poste (avventori) i biglietti giustificativi che si danno al comunicato contemporaneamente colla particola. Ecco un’opera buona, che salva molti cristiani da molti buoni fastidi, cioè ammonizioni, minacce, citazioni, e finalmente infamia e scomunica notata il 25 di agosto sulla porta della chiesa di San Bartolommeo all’isola. La lista annuale però di questi contumaci non suole, fra 150.000 romani, comporsi che di una cinquantina di nomi dell’ultima oscurità.

8 Compimento.

9 Si benedicono il sabato santo dai preti che girano in cotta per le case. Vedi il Sonetto

 

 






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