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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1211. L’Arbanista

 

No, ssor Luca mio caro: ducassette
tutta-nosce, imbrunite e ffilettate,
nun ve le posso ssi1 nun me date
la granne unisci scudi e llantra sette.2

 

Men d’accusí nnun ve le posso mette;3
e ccredeteme a mmé cche ssò arrubbate.4
Maa,5 averete ducose arissettate6
com’e dduorloggi de Sacchesorette.7

 

Voi vedete er lavore; e ppoi sur resto,
ggiulio8 ppiú, ggiulio meno, tra de noi
nun ce sarà cche ddí: nnun parlo onesto?

 

Dunque accusí arrestamo.9 Quella sciuca10
l’averete oggi a otto, e llantra poi
pe ppasqua. Oh, arivedendosce11 sor Luca.

 

19 aprile 1834

 




1 Se.

2 Intendi: per la grande, ecc., e per l’altra, ecc.

3 Mettere: apprezzare.

4 Credetemi che le avete gratis.

5 Ma. Si è scritto con due a allo scopo di far prolungare quella vocale in suono solenne: e intanto devesi alzar la mano tutta aperta, col pollice e l’indice congiunti per l’estremità.

6 Rassettate: esatte, accurate.

7 La celebrità della perfezzion degli oriuoli d’Isaac Soret non si è mai estinta presso il volgo, che li reputa la più mirabile opera della meccanica.

8 Giulio, Paolo: moneta di dieci baiocchi.

9 Così restiamo d’accordo.

10 Ciura: piccola.

11 I volgari, e varii altri non volgari, non dicono nel lasciarsi fra loro a rivederci, ma a rivedendoci.

 

 






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