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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1252. Er rispetto a li suprïori1

 

Chi mmette 2 er padrone? Uno è cquer zozzo3
bbrutto vecchio bbavoso cataletto
der zor Mastro-de-Stalla: e a llui ggià ho ddetto
che ttant’ha da finí cch’io me lo strozzo.

 

L’antro poi che l’inzòrfora4 è un pivetto5
c’un mesaddietro jamancava er tozzo,6
e mmó cch’è entrato in scuderia pe mmozzo,
tiè una ruganza7 da Cacàmme-in-ghetto.8

 

E nnu lo ccapí cch’io ccucchiere,9
e cc’ho ppiú età de lui, e cche ppe cquesto
lui m’ha da rispettà ccom’è ddovere.

 

Lo soo,10 ttutta farina11 der vecchiaccio.
Ma io te ggiuro, da quell’omo onesto
che mme posso avvantà,12 cch’io je la faccio.13

 

28 aprile 1834

 




1 Superiori.

2 Metter su: indisporre l’animo di chicchessia.

3 Sozzo.

4 Insolfa: accende.

5 Ragazzotto.

6 Gli mancava il tozzo.

7 Tiene una arroganza.

8 Cacàm o cacan del Ghetto degli Ebrei.

9 Sono cocchiere.

10 Lo so. In segno di perfetta persuasione si pronunzia colla o prolungata, quasi fosse doppia.

11 Tutto maneggio.

12 Vantare.

13 Lo uccido.

 

 






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