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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO TERZO
    • Scena 3
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Scena 3

           

Tigellino. Signor...

Nerone.           Che rechi, o Tigellin? favella.

Tigellino. Vieppiù feroce la tempesta ferve:

            rimedio sol, resta il tuo senno. — Appena

            ode la plebe, che un sovran comando

            Ottavia in Roma ha ricondotto, a gara

            chiede ogni uom di vederla. In te cangiato

            credono, stolti, il tuo primier consiglio:

            e v’ha chi accerta, che di nuovo accolta

            nel tuo talamo l’hai. Chi corre insano

            al Campidoglio, e gioia sparge, e voti;

            altri di alloro trionfal corona

            ripon sopra le immagini neglette

            di Ottavia: altri, ebro d’allegrezza, ardisce

            atterrar quelle di Poppea: tant’oltre

            giunge l’audacia, che infra grida ed urli

            nel limo indegnamente strascinate

            giacciono infrante. Ogni più infame scherno

            di lei si fa: colmo è Neron di laudi:

            ma in bando almen voglion Poppea: né manca

            chi temerario anco sua morte grida.

            Inni festivi, e in un minacce udresti;

            poi preghi, indi minacce, e preghi ancora.

            Arde ogni cor; dell’obbedire è nulla.

            Tentan duci e soldati argine farsi

            alla bollente rapidissimonda;

            invan; disgiunti, sbaragliati, o uccisi,

            è un sol momento. — Omai, che far? Che imponi?

Nerone. Che far?... Si mostri or questa Ottavia al volgo;

            su via, si mostri; — indi si sveni.

Ottavia.                                                           Il petto

            eccoti inerme: svenami, se il vuoi.

            Pur che a te giovi!... Alla infiammata plebe

            mostrami spenta: ogni colpevol gioia

            rintuzzerai tosto così. Sol chieggio,

            che un’urna stessa il freddo cener mio

            di Britannico in un col cener serri.

            Base al tuo seggio alta e perenne il nostro

            sepolcro avrai. Perché più indugi? or questo

            mio capo prendi; al tuo furore il debbo.

Seneca. Se perder vuoi seggio ad un tempo e vita,

            Neron, sicuro è il mezzo; Ottavia uccidi.

Nerone. Vendetta avronne ad ogni costo.

Ottavia.                                                           Ah! mille

            morti vogl’io, non ch’una, anzi che danno

            lieve arrecare al signor mio.

Tigellino.                                             Ma il tempo

            più stringe ognora. Odi tu gli urli atroci?

            Impeto tal non vidi io mai; di tanto

            meno affrontabil, chi di gioia è figlio.

            Sceglier partito è forza.

Ottavia.                                               E dubbio fia?

            Nerone, a tor per ora ogni tumulto,

            ei t’è mestier l’uccidermi, o l’amarmi:

            l’uno, né mai pur finger tu il potevi;

            l’altro brami, è gran tempo: osa tu dunque;

            svenami; ardisci: o se da ciò l’istante

            fausto or non è, temporeggiar momenti

            ben puoi. La plebe credula, e ognor vinta

            pur che deluso sia l’impeto primo,

            per te s’inganni: è lieve assai; sol basta,

            ch’io m’appresenti in placida sembianza,

            come se in tuo favor tornata io fossi;

            sol, ch’io mi finga tua. Così la calca

            fia spersa tosto; ogni rumor fia queto;

            tempo così di sguainar tua spada,

            e di segnar tue vittime t’acquisti.

Nerone. A Roma, io sì, te mostrerò: ma pria

            chiarir voglio, se in Roma il signor vero

            son io. — Tu corri, Tigellino, al campo;

            tacitamente i pretoriani aduna;

            terribil quindi esci improvviso in armi

            sovra gli audaci; e i passi tuoi sien morte

            di quanto incontri.

Tigellino.                     Io l’ardirò; ma incerto

            ne fia l’evento assai. Feroce l’atto

            parrà, col ferro il rintuzzar la gioia.

            E se in furor si volge? è breve il passo. —

            Mal si resiste a una città: supponi

            ch’io co’ miei forti cada; in tua difesa

            chi resta allora?

Nerone.                       È ver... Ma, il ceder pure

            parrebbe...

Tigellino.         Or credi a me: periglio grave

            non far di lieve: il sol tuo aspetto forse

            può dissiparli appieno.

Nerone.                                   ... Io di costei

            rimango a guardia. In nome mio tu vanne,

            mostrati lor: ben sai che sia la plebe;

            seco indugiar fia il peggio. A piacer tuo,

            fingi, accorda, prometti, inganna, uccidi:

            oro, terror, ferro, parole adopra;

            pur che sien vinti. Va’, vola, ritorna.

           




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