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| Vittorio Alfieri Ottavia IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 6
Poppea. Dimmi, o Nerone: al fianco tuo m’hai posta sul trono tu, perch’io bersaglio fossi alla insolenza del tuo popol vile? Ma che veggio? mentr’io son presa a scherno, tacito, e dubbio, e inulto, stai tu appresso alla cagion d’ogni tuo danno? In vero signor del mondo egli è Nerone! il volgo pur la sua donna a lui prefigge. tu di Nerone il core: omai, che temi? Io prigioniera vile, io son l’ostaggio della ondeggiante fé d’audace plebe. Ti allegra tu: queta ogni cosa appena, le tue superbe lagrime rasciutte tosto saranno con tutto il mio sangue. Nerone. Tosto in luce verran gli obbrobri tuoi; Roma vedrà qual sozzo idol s’ha fatto. Gli avuti oltraggi, a te, Poppea, verranno ascritti a onor; a infamia sua gli onori. Ottavia. E se pur v’ha chi me convincer possa d’infamia a schiette prove, io già t’ho scelta, in mio pensier, Poppea; giudice sola te voglio. Il variar del cor gli affetti, tu sai qual sia delitto, e qual mercede a chi n’è rea si debba. — Ma innocente io son, pur troppo, anco ai vostr’occhi. Or via, tu, che sì altera in tua virtù ti stai; tu, né pur osi or sostener miei sguardi. Nerone. Che ardisci tu? Del tuo signor rispetta Poppea. Eh lascia. Ella ben sceglie il suo giudice in me: qual mai ne avrebbe benigno più? Qual potrei dare io pena a chi l’amor del mio Neron tradisce, quale altra mai, che il perderlo per sempre? e pena a te, qual fia più lieve? il vile tuo amor, che ascondi invano, appien ti fora per me concesso il pubblicarlo: degna d’Eucero amante, degnamente io farti a iniquità più vil di lui. Ma teco io non contendo: a ciò non nacqui: ardita non son io tanto... Nerone. A chi se’ omai tu pari? Te fa minor d’ogni più vile ancella tua turpe fiamma: appien dal prisco grado, dalla tua stirpe appien scaduta sei. Ottavia. Tu meno assai mi abborriresti, s’io scaduta fossi or d’ogni cosa; o s’anco tu il pur credessi. Ma, se il vuoi, ti dono, tranne sol l’innocenza, ogni mia cosa. — Crudel Neron, qual che tu sii, né posso cessar d’amarti, né arrossirne: immensa ben m’è vergogna in ver, rival nomarmi di Poppea: ma nol son; mai non ti amava costei: tuo grado, il trono, e quanto intorno ti sta, ciò tutto, e non Nerone ell’ama. Ottavia. E tu, quand’io t’impresi ad amar, tale, ah! tu non eri: al bene nato eri forse: indole tal ne’ primi anni tuoi, no, mai non mostrasti. Or, ecco chi cangia in te l’animo, e il cor; costei ti affascinò la mente; ella primiera, ella ti apprese a saporare il sangue: l’eccidio ell’è di Roma. Io taccio i danni miei, che i minori fieno: ma sanguigno corre il Tebro per te; fratello, e madre... Nerone. Cessa, taci, ritratti, o ch’io... merta costei del signor mio? Gli oltraggi son le usate de’ rei discolpe vane. Se offendermi ella, o se prestarle fede potessi tu, solo un de’ motti suoi punto m’avria. Che disse? ch’io non t’amo? Tu sai... Ottavia. Tu il sai più ch’egli: ei lo sapria, se il trono un dì perdesse: appien qual sei conosceriati allora. — Ahi! perché il trono, sola cagion per cui Neron mi abborre, era mia culla? ah! che non nacqui io pure di oscuro sangue! a te spiacevol meno, meno odiosa, e men sospetta io t’era. Nerone. Meno odiosa a me? tu sempre il fosti; e il sei vieppiù: ma, omai per poco. Poppea. E s’io di sangue vil son io perciò? Ma, s’anco il fossi pur, non figlia esser mi basta di Messalina. Ottavia. Avean miei padri regno; noti ad ogni uomo i loro error son quindi: ma, degli oscuri o ignoti tuoi chi seppe cosa giammai? Pur, se librar te meco alcun si ardisse, a Ottavia appor potria gli scambiati mariti? avanzo forse son io d’un Rufo, o d’un Ottone? di morte sei, per breve tempo. Omai del tuo perire, incerto è solo il modo; ma nol cangi, che in peggio. — Esci; e frattanto t’abbian tue stanze: va’; ch’io più non t’oda.
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