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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • LIBRO II
    • Cap. 28 Opere apostoliche di Alfonso stando in Napoli, e sua grave angustia volendosi dal Re Arcivescovo di Palermo.
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Cap. 28

Opere apostoliche di Alfonso stando in Napoli, e sua grave angustia volendosi dal Re Arcivescovo di Palermo.

 


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Se la sussistenza della Congregazione, perchè Opera di Dio era a cuore ad Alfonso, egli colle medesime Opere di gloria di Dio ne promoveva la fermezza. Queste in senso suo erano i migliori Avvocati. Trattenendosi in Napoli rubava il tempo, diciam così, e tutto impiegavalo in beneficio delle Anime, e per la gloria di Dio.

Invitato dal Rettore del Seminario Urbano, non una, ma più volte vi si portò per animare colle sue esortazioni quei tanti giovanetti a star lontani dal peccato, ed a stringersi con Gesù Cristo. Fece loro vedere cosa sia Grazia di Dio, e quanto importi per mantenervisi la meditazione di Gesù addolorato, la frequenza della santa Comunione, e l'esser divoti di Maria Santissima. Capito e sperimentato il frutto, se ne invogliarono i Seminaristi, ed il Rettore ve lo volle replicatamente per vie più infervorarli nel servizio di Dio.

I Monasteri delle Monache tra gl'altri vedevansi la maggior parte anziosi di qualche sua esortazione, ed Alfonso consolavane or l'uno, or l'altro. Tante volevanlo al Confessionale per conferir con esso la propria coscienza. Tutte consolava Alfonso, e compiacevasi vedendone il profitto. A tante anche diede i santi esercizj. Avrebbe voluto moltiplicarsi, per render tutte soddisfatte, ma si può dire, che niuna restò attrassata.

 

Non una, ma più volte il Padre D. Gennaro Fatigati lo volle sopra il Collegio de' Cinesi. Aveva Alfonso special passione per quell'Opera di gloria di Dio, e di bene di que' tanti, che languiscono in Cina nel mezzo dell'Idolatria. Considerando que' giovanetti come altrettanti


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Apostoli, vi fu con suo sommo compiacimento. Esortolli all'amore di Gesù Cristo, ed alla salvezza di quelle Anime: fece vedere di quanta gloria sia per Gesù Cristo il dilatamento della Santa Fede, e di qual merito per un Operario l'impiegarsi a dilatarla. Ne restarono così presi que' giovanetti, che insistettero per averlo altre volte.

 

Godeva Alfonso per queste sue tante applicazioni di gloria di Dio; ma un turbine inaspettato perturbò la sua pace.

Essendo vacata agli undeci di Luglio di quest'anno 1747 la Chiesa di Palermo, per la morte di Monsig. Rossi, il Re erasi determinato volerla provvedere in persona sua. Troppo alta era l'idea, che di lui avevane conceputa; e ben gli era nota la nascita, i suoi talenti, e soprattutto il gran zelo per le Anime, e per la gloria di Dio. Comunicando al Marchese Brancone suo Segretario questa risoluzione: Se il Papa, disse, fa delle buone proviste, io voglio farle migliori del Papa. Miglior occasione non ebbe il Marchese per veder sodisfatte le sue premure. Approvò subito la scelta, anzi magnificò, come da Dio, una tale ispirazione.

Avendosi chiamato Alfonso, gli significò per parte del Re quanto erasi determinato. Gelò Alfonso in sentirne la proposta, pianse, e pose in veduta del Marchese lo scandolo, che avrebbe cagionato tra suoi Congregati, e che mancando esso, sarebbe mancata con danno delle Anime, e del Regno tutto, anche l'Opera delle Missioni, per cui il Re vedevasi tanto invogliato.

Pregò voler presentare al Sovrano i suoi ringraziamenti, esporgli il detrimento dell'Opera, ed il voto ch'egli aveva di non accettare qualunque dignità. Pregò, e piangendo gli disse: se amava la sua pace volerlo coadiuvare a far che il Re mutasse pensiere. Afflisse il Marchese la somma angustia in cui lo vide; ed il Re in sentirne la ripulsa, anzi che darsi in dietro maggiormente restò confermato nel suo proposito.

Rendendolo scusato il Marchese, specialmente pel voto, che aveva, di rifiutare qualunque dignità, il Papa, disse il Re, dispensa a tutto; e fattosi di fuoco soggiunse: Questi tali riescono buoni Vescovi, che non vogliono esser Vescovi.

In quale e quanta afflizione si vide Alfonso per questa fermezza del Re, non è da credersi. Prevedendo, che col Re si sarebbe unito anche il Papa, non trovava pace di giorno, di notte. E' tempo d'orazione, e di preghiere, così scrisse in Caposele al Padre Cafora suo direttore, perchè mi vedo in una grave persecuzione, e sommo travaglio. Il Re ha stabilito eleggermi Arcivescovo di Palermo, ma io piuttosto anderò ad intanarmi in un bosco, che accettare una tal Dignità.

Così scrisse ancora a tutte le Case. Ricorse a molti servi di Dio, ed a varj Monasteri di Monache; e per meritarsi le divine misericordie, non mancò aiutarsi colla mortificazione, e colla macerazione di se medesimo. Assisteva di continuo al Marchese Brancone per averlo suo Avvocato presso il Re, lasciò mezzo per impegnarlo a suo favore.


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Persistendo il Re circa un mese in questa sua idea, altrettanto fu Alfonso in un continuo batticuore. Se un motivo di zelo mosso aveva il Sovrano a volerlo Arcivescovo, un altro motivo di zelo lo fece dare in dietro.

Un giorno, cogliendo il tempo il Marchese, mentre il Re stava nel bagno, gli fece presente il meno bene, che Alfonso far poteva come Arcivescovo, ed il maggiore che colla sua predicazione era per risultarne al Regno tutto; e che l'Opera delle Missioni, per cui viveva tanto impegnato, mancando il capo, era anche per dimettersi. Questi motivi fecero impressione, e se il Re si arrese, non fu che con sommo suo rincrescimento.

 

A più d'uno dispiacque questa ripulsa di Alfonso.

Un giorno ritrovandosi in Nola con Monsignor Caracciolo, anche questi ne dimostrò dispiacimento. Monsignore, rispose Alfonso, il Vescovado non fa per me: Io capo di Chiesa? Io, che neppure sono buono per capo fuoco? Ringraziatene Iddio, che vi è venuta buona, disse il Consiglier Caracciolo, che ci stava presente: credetemi, che al Re è molto dispiaciuto la vostra negativa.

Dispiacque ancora al Marchese Tanucci. Il Re non però raffreddata la cosa, ne restò edificato, ed ebbe motivo d'informarsi maggiormente, e formare idea più vantaggiosa della nostra Congregazione. Discorrendo col Marchese Brancone, ottimo sarebbe, gli disse, se per li Vescovi si facesse prescelta di taluni di questi. Più d'uno de' nostri avrebbe avuto un tal onore.

Informando Alfonso il Marchese di questa idea del Re, non mancò rilevargli il gran male, che risultar poteva all'Opera delle Missioni, aprendosi la strada, con queste cariche, allo spirito di ambizione. Vescovi, gli disse, per le Chiese non mancano, ma operai per affaticarsi in salute delle Anime, specialmente ne' villaggi, non è così facile il ritrovarli.

 

Fu per pochi giorni Alfonso, tra queste emergenze, nella Casa di Ciorani. Ritornato in Napoli, subito che seppe il suo arrivo il Parroco D. Giuseppe Porpora, e fu la mattina de sei di Agosto, non mancò invitarlo per aprir la sera in S. Giovanni Maggiore la Novena di Maria Assunta. Arrischiò l'invito il Porpora, persuaso del quanto gli fosse a cuore encomiare Maria Santissima. Non ritrovavasi Alfonso gli scritti, e molto meno aveva respiro di tempo per aiutarsi co' libri; ma non ebbe lo spirito di dargli la negativa: Dirò, risposegli, quattro parole come Maria Santissima me le mette in bocca.

Il soggetto delle prediche, come mi disse, e notò il P. de Robertis, fu questo. Umiltà di Maria in contrapposto colla superbia umana: Amore ardente di Maria verso Dio, e freddezza de' cuori umani verso il medesimo: Unione della volontà di Maria colla volontà divina, ed empia opposizione di quella dell'uomo a quella di Dio: contrappose la preziosa morte di Maria a quella de' peccatori orribile, e spaventosa.


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La sera susseguente, prendendo motivo dalla predica antecedente, rinvangò gli assalti, che dal demonio si danno in morte a peccatori, e la difesa, che de' suoi ne prende Maria SS. In seguito esagerò lo spavento, che si ha in morte del peccatore, vedendosi in procinto di dannarsi, e la pace, con cui muore il divoto della Vergine. Pose in veduta l'Eternità beata di chi muore in grazia, e la dannata di chi muore in peccato, animando tutti alla confidenza in Maria Santissima.
Specificò la penultima sera la sicurezza, che ha in morte di sua salute chi è divoto della Madonna: finalmente l'impegno, che ha la Vergine in salvare i suoi divoti; ma nel giorno dell'Assunta, con ammirazione di tutti, si singolarizzò Alfonso individuando il trionfo di Maria.

Non fu questa, a senso comune, una Novena, ma una intera Missione. Migliaia di Anime invecchiate nel peccato, come l'attestarono molti Confessori, si videro contrite. Quello non però che fece maggior stupore si è, che non avendo né scritti, né tempo da riflettere, tirava le prediche anche per un ora e mezza, con catena di Padri, e di Scritture.

 

Ritrovandosi Superiore delle apostoliche Missioni il Canonico D. Niccolò Borgia; e volendo questi maggiormente infervorare i Confratelli per lo zelo delle Anime, obbligò Alfonso a' ventotto del medesimo mese per un discorso nella comune Congregazione. Ubbidì; e tra l'altro si estese sopra l'obbligo che da essi si aveva di predicarsi, più che da ogni altro, Cristo Crocefisso e non se stessi. Si dolse sentendo adottato da taluni, specialmente ne' sermoni morali, e sopra le virtù de' Santistile limato con frasche e fiori.

In questo si scagliò con sommo zelo contra un celebre Panegerista già defonto, che in senso suo tradiva le Anime e la divina parola: maggiormente, che taluni de' Congregati anche industriavansi imitarlo. Tutti, disse, vogliono fare il Padre N., ma non , che se ne ricava di profitto per le Anime. I sermoni de' Santi si fanno per imitarsi; quando non sono all'Apostolica, non se ne ricava frutto, e si ci perde il tempo. Io mi contento, soggiunse, ma con empito di spirito, che il Padre N. per aver impastata di frasche la parola di Dio, non sia per piangere in Purgatorio la sua vanità anche fino al giorno del Giudizio.

Questo Apostolico rimprovero offese taluni giovanetti. Uno, tra gli altri, ne riprovò lo zelo, e la libertà: Metter bocca, disse, al Padre N., ed in pubblico? Fattone inteso Alfonso dal nostro Padre de Robertis, ch'era presente, ed intese il bisbiglio. Non è pubblico, disse, una Congregazione privata; ma più arse di zelo vedendone il patrocinio. Se ne compiacque bensì il Borgia, e così tutti i Vecchi.

Invitato di nuovo Alfonso per un altro sermone, rinnovò un tal argomento. Sento, disse, essersene offesi taluni, avendo io riprovato lo stile fiorito, e la condotta del Padre N. Aveva pensato confessarmene, ma vedendo mancarmi il proposito,


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me ne sono astenuto. Così dicendo, rilevò di nuovo il tradimento, che si fa alle Anime, e l'ingiuria a Gesù Cristo, adulterandosi la divina parola. Similmente declamò sopra una certa attillatura, che con ammirazione, vedevasi nel vestire in qualche Congregato. Più che il primo fu fruttuoso il secondo sermone, ed ognuno ne uscì col capo chino.

 

Abbiamo tra questo tempo un'altro atto di singolar zelo in Alfonso. Celebrando Messa nella Chiesa de' Padri Gerolimini, e volgendosi per comunicare gli altri, fatta la funzione, un Cavaliere che stava nel recinto dell'Altare, vedevasi seduto, e con una gamba accavalciata sull'altra. Alfonso avendo detto la prima volta: Ecce Agnus Dei, e quello non dimostrando segno di riverenza al Sagramento, gli disse in alto tuono, ma tutto acceso di zelo: che sei cionco, che non t'inginocchi? Lo fece il Cavaliere tra la confusione, e la vergogna. Offeso non però del ricevuto rimprovero, sbruffa, si macera, e rendesi impaziente per lo dippiù della Messa. Prima che Alfonso calasse dall'Altare, già era in Sagristia. Informandosi chi fosse il Pretazzolo, che aveva celebrato, in sentire Alfonso Liguori, cala più confuso la testa, ed esce di Sagrestia prima che Alfonso fosse rientrato.

 

Non respirava Alfonso trattenendosi in Napoli. Portandosi un giorno, e fu a' sei di Settembre dal Marchese Brancone, si fermò per dir messa in S. Giovanni Maggiore; ma tanto fu il fermarsi, quanto esser richiesto dal Paroco Porpora, per una Predica nel Venerdì susseguente. Invitollo similmente a voler predicare le glorie di Maria nel giorno della Nascita. Non essendo sazio il Porpora di udirlo, insistette per un altro sermone nella Domenica tra l'ottava, correndo il Nome della Vergine. In tutto lo compiacque Alfonso, e l'assunto nella Domenica fu, quanto sia dolce a' peccatori, ai giusti, ed ai Santi in Cielo il nome Santissimo di Maria. In questa predica, come si disse, Alfonso superò se stesso, non sembrando uomo, ma un Angelo, che parlasse tutto fuoco della Gran Madre di Dio.

 

Dai venticinque di Agosto, ed è cosa da riflettersi, Alfonso fino a' tredici di settembre fu sempre travagliato per diciannove giorni da uno spasimo continuato ne' denti, e non per questo lasciò travagliare per le Anime, né mancò encomiare con tanto zelo i pregi della Divina Madre.

Abbiamo tra questo tempo anche due atti di somma umiltà. Vedendosi travagliato con ispasimi di morte nell'undecimo giorno, e duodecimo di questo mese, essendosi risoluto strapparsi la mola, anzicché chiamarsi un Professore in casa,  così spasimante qual' era, si porta a piedi dal nostro ospizio, ch'è fuori la Porta di S. Gennaro, fino al largo del Castello, ed ivi, come ogni misero Prete, fece tirarsela


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in una bottega. Accortosi che il Fratello Francesco avevasela conservata, chiedendola per osservarla, la buttò nel fosso del Castello.

Nella metà di Settembre ritornò in Nocera; e passando in Conza stabilì maggiormente con Monsig: Nicolai gl'interessi della fondazione di Caposele.

Avanzato l'Autunno di nuovo si vide in armi contra l'Inferno colle Sante Missioni. Fu nel Casale di Torello nella Baronìa di Siano: così nell'altro detto di S. Angelo nel tenimento di Calvanico; e di mano in mano passò in altri luoghetti ajutando le Anime, e facendo guerra al peccato.




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