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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • LIBRO II
    • Cap.32 Concorso di soggetti in Congregazione: nuova istanza del Mandarini per vedersi riunito: la Regola si accetta da tutti: Alfonso è confermato Rettore Maggiore, e situasi lo studentato nella Casa de' Pagani.
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Cap.32

Concorso di soggetti in Congregazione: nuova istanza del Mandarini per vedersi riunito: la Regola si accetta da tutti: Alfonso è confermato Rettore Maggiore, e situasi lo studentato nella Casa de' Pagani.

 


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Troppo rumore fece in Roma l'Approvazione della nostra Regola. Di altro non si parlava, che della nuova Congregazione de' Missionarj confermata dal Santo Padre, del fervore, in cui si viveva, e del gran bene, che questi operavano in beneficio delle Anime.

Fu tale l'idea, che se ne concepì, che fecero capo ad Alfonso, per essere ammessi in Congregazione non pochi soggetti, anche insigni per santità, e dottrina. Due Curati, ma ottimi Operai, avendo rinunciato la Pieve lasciarono Roma, e vennero a vivere ne' Ciorani. Si ritirò ancora il Diacono D. Giuseppe di Rosa, che a causa de' studi dimorava in Roma; ma Iddio, che destinato l'avea alla Chiesa di Policastro, se gradì la volontà, non vole l'effetto, perchè acciaccato in salute, dovette uscirsene.

 

Nel tempo istesso s'invogliò della nostra Congregazione, e del vivere apostolico di Alfonso, l'anzidetto Abbate, che, come dissi, erasi tanto adoperato per l'approvazione della nostra Regola. L'uomo era troppo degno. Oltre l'esser versato nelle scienze umane e divine, esercitavasi ancora e con frutto nel Ministero Apostolico. Ancorchè Alfonso stabilito avesse non ammettersi in Congregazione qualunque Regola o persona, che, anche a tempo, fosse vivuto in altra comunità, tutta volta bilanciando il merito, e l'obbligazione, che se li aveva, non ebbe difficoltà in accettarlo.

Vi concorse ancora con suo Breve il Santo Padre Benedetto XIV anzi l'animò. Avendo fatta la professione de' nostri Voti, con procura di Alfonso, in mano dell'Eminentissimo Orsini a' piè di S. Pietro nel Vaticano, tutto cuore, depose la cocolla, e vestendo il nostro abito, volò ne' Ciorani.

 

Questa risoluzione dell'Abate fece senso in Roma. Il di lui esempio, invogliò a volersi ritirare tra di noi anche il P. Abate del Pozzi, Generale, come dissi, de' PP. Basiliani. Anche questo era uomo di eccezione maggiore, e meritava ogni dispensa; ma prevenuto dalla morte, in tempo che ne faceva i maneggi, non potette eseguire quanto proposto si aveva.

Non ritrovavasi così contento in Roma, come si credeva, il fu nostro P. Sanseverino. La vocazione, non essendo opera dell'uomo, ma di Dio, ivi trovasi la pace, ove Iddio ci chiama. Vedevasi questi così stretto nello spirito, che giunse a dire al P. Villani, mi contenterei


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cambiar la mia vita col peggio facchino di Roma.
Pentito del passo dato, non mancò chiedere ad Alfonso voler di nuovo far ritorno tra di noi. Alfonso fu negativo: non conviene, disse, siffatto disgusto a' Padri Pii Operarii. I Padri Sportelli, e Villani, per l'opposto, volevano si fosse ricevuto: Se i Padri Pii Operarii, diceva lo Sportelli, se l'hanno preso da noi, non è mancanza, se noi cel ripigliamo da essi.

 Ma prevalse il sentimento di Alfonso.

Iddio però, i cui secreti sono imperscrutabili, nol voleva tra di noi, tra' Pii Operarii, ma lo voleva Arcivescovo di Palermo, ove, com'è noto, si segnalò col suo zelo, colla sua esemplarità, e colla sua dottrina.

 

Anche in Napoli si vide posta in altro credito la Congregazione, dopo la conferma del Papa. Divulgata la notizia, ci fu un concorso non ordinario di giovanetti virtuosi, e di Sacerdoti insigni in santità, e dottrina. Si ritirarono tra questo tempo il P. D. Giovanni Rizzo, uomo ben noto per la sua santità, ed erudizione; il P. D. Carlo Gayano Gentiluomo dello Stato di Sanseverino, che, essendo Paroco, rinunciò casa, e cura; il P. D. Francesco Pentimalli di S. Eufemia in Calabria, anche insigne, e dotto Operario.

Così varj secolari di merito non ordinario, e tra questi ripetette le sue istanze anche il Principe di Castellaneta D. Mattia Miroballo di Aragona. Alfonso si compiacque del desiderio, ma non istimò compiacerlo.

 

Anche in questo tempo, non lasciò fare un altro sforzo il buon Padre D. Vincenzo Mandarini per vedersi riunito con noi.

Subito che seppe la conferma dell'Istituto ottenuta in Roma dal S. Padre, si rallegrò con Alfonso, ed esibì la sua opera in Napoli, per veder riconfermata la grazia dal Re, come dalla sua lettera de' nove Marzo di detto Anno.
Fu di persona nella Casa de' Ciorani, ma non guadagnò cosa nel cuore di Alfonso. A' nove del susseguente Maggio avanzò anche lettera ad Alfonso in nome di tutte e quattro le Case il P. D. Geronimo Manfredi soggetto rispettabile della medesima Congregazione del Mandarini, protestandosi tutti per l'osservanza delle Regole, e riconoscerlo per comune Superiore.

S'intenerì Alfonso; ma il sentimento comune fu negativo. Disperata l'unione, premurose istanze fecero ancora per essere ammessi varj particolari, e tra questi il medesimo P. D. Geronimo Manfredi, co' Padri D. Angelo Antonio, e D. Michelangelo suoi nipoti: tutti e tre soggetti di ogni eccezione maggiore. Avrebbe gradito Alfonso il Manfredi, ma si fece scrupolo: Se ricevo questi, disse, va a crollare quella Congregazione, perchè questi sono, come la base, che la sostengono.

 

Nell'Ottobre di questo medesimo anno si tenne da Alfonso nella Casa di Ciorani un generale congresso. V'intervennero tutt'i Congregati, e per la custodia delle Case non ci restarono che i soli fratelli laici


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coll'assistenza di qualche Prete.

Aperto il Capitolo, Alfonso insinuò a tutti, per mezzo del P. Cafora, che ne fece l'apertura, che dovendosi accettare la Regola, e venirsi ad una Canonica elezione de' respettivi offici generali, ognuno, affinchè l'elezione fosse libera, spogliar si dovesse da qualunque impiego.

 Così fu fatto, ed egli fu il primo a darne l'esempio. Ancorchè confermato dal Papa Rettore Maggiore perpetuo, postosi in ginocchione in mezzo al Capitolo, spotestando se stesso, dimise in mano dell'Assemblea la sua carica. Si umiliò avanti a tutti, e piangendo cercò scusa de' suoi passati portamenti. In seguela di quest'atto, che attirò le lagrime de' Capitolari, ogni altro con pari umiltà si spogliò di qualunque prerogativa.

Perchè ognuno si fosse raccomandato a Dio, e riflettuto avesse al voto, ch'era per dare, volle Alfonso, che per tre giorni continui si fossero tutti trattenuti in un totale ritiramento, e soprattutto insinuò, che eletto si fosse Superiore Maggiore, chi secondo Dio stimato si fosse più conveniente a portarne la carica: in una parola, non lasciò mezzo per vedersi esentato dal peso, e dall'onore.

 

L'anima del Capitolo fu il P. Abate, perchè intesissimo di queste rubriche. Avendo ognuno rinunciato il proprio impiego, si venne all'elezione del Presidente del Capitolo, si lesse la Regola, che fu da tutti accettata con allegrezza, e consolazione comune, ed in quest'atto co' Sacerdoti intervennero anche i Chierici. Indi da tutti si rinnovarono i voti di Povertà, Castità, ed Ubbidienza, col Giuramento di Stabilità in Congregazione fino alla morte. Fatto ciò si misero i Padri Capitolari in totale ritiramento.

Radunati il quinto giorno i Padri nel Capitolo, si procedette all'elezione del P. Rettore Maggiore, e con pienezza di Voti al primo scrutinio venne eletto, e confermato Alfonso perpetuo Rettore Maggiore. Adorò egli i Divini Giudizi: ringraziò tutti di tale degnazione; ed uniformandosi al volere di Dio, e de' suoi, si sottomise di nuovo, non senza sua pena, al grave incarco.

Sortita l'elezione di Alfonso in perpetuo Rettore Maggiore, si venne all'altra de' rispettivi Ufficiali. Si elesse il P. Villani Consultore, ed Ammonitore. Similmente coi Padri Sportelli, Rossi, e Mazzini si elesse Consultore il P. Abate, meritevole per consenso comune di un tal' onore. Così sortì Procurator Generale il P. D. Francesco Margotta, che, benchè novello di Congregazione, era uomo non però di una virtù troppo conosciuta, e sperimentata.

Si pensò in questo Capitolo sistemare specialmente gli studi. Si stabilì la scuola delle belle lettere: il sistema da tenersi nelle cose Filosofiche, e di seguitarli nelle Dogmatiche, per lo più San Tommaso; così altre cose di erudizione sacra, e profana. Ma se consolavasi Alfonso,


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in veder ricca la Congregazione di tanti virtuosi Giovanetti, affliggevasi non poco, e restringeva anche il Cuore degli altri la miseria in cui si stava. Iddio però, che non mancava di consolarlo, concorse a tempo con un tratto di Provvidenza, preveduto, sperato.

 

Mesi prima eransi portati a disporto i Nostri Chierici nella Casa de' Pagani. Avendoli veduti, e trattati que' Signori Gentiluomini, maggiormente si consolarono de' vantaggi dell'Istituto. Volendo dare ad Alfonso un segno non equivoco di loro cordialità, standosi peranche in Capitolo, fecero istanza di voler situato lo studio in quella Casa, e persuasi, che non si aveva modo per poterli alimentare, si obbligarono voler mantenere i Giovani a proprie spese. Ognuno tassò se stesso, chi in docati quindici, e chi in venti.

Si segnalarono specialmente con una abbondante limosina D. Tommaso Tortora Abate di Angri, e D. Domenico di Majo Rettore della Parrocchiale de' Pagani; ma tra tutti vi concorse Monsig. Volpe, che tanto viveva interessato per la Congregazione, e per l'educazione de' nostri Giovani.

Quest' annuale contribuzione, così graziosamente esibita, rincorò Alfonso, e tutti. In risposta si mandò il P. Fiocchi per ringraziare que' Signori. Fu destinato Lettore di Filosofia, ed in seguito di Teologia il cennato P. Abbate, uomo molto a proposito pel suo vasto sapere; e per l'Umanità, e Rettorica nella Casa di Ciorani il P. D. Geronimo Ferrari, Soggetto a niuno il secondo in quelle facoltà, avendole insegnate con sua gloria da circa venti anni nel Seminario di Conza.

Varie altre cose, che tralascio, si stabilirono in questo Capitolo, che spalleggiarono specialmente la santa Povertà, e la Vita perfettamente comune.




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