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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 15 Condotta tenuta da Alfonso visitando la Diocesi.
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Cap. 15

Condotta tenuta da Alfonso visitando la Diocesi.

 


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Umiltà e carità, penitenza e disinteresse erano gl'indispenssabili convisitatori, che visitando la sua Diocesi portava con se Monsignore Liguori. Non vi era apparato di servidori, ne fasto di familiari. Egli, ed il Vicario, ed oltre il Cancelliere, un Canonico della Cattedrale, il Fratello Francesc'Antonio, ed un servidore per se, e per tutti, componeva per ordinario tutto l'equipaggio del Vescovo di S. Agata.

Non vi erano per esso né carrozze, né calessi, né cavalli riccamente bardati. Un somaro preso d'affitto da qualche poveretto faceva tutto il suo comodo, e se l'imprestava la bardella da una gentil donna in S. Agata chiamata D. Emilia Vinaccia. Grazioso era il cavalcare. Vedevasi Monsignore seduto alla femminile, il figliuolo del cursore di anni dieci in dodeci, che guidava la cavalcatura, e di fianchi il cursore, che spallegiavano: cose che attirava non che l'ammirazione, le lagrime di tenerezza in chiunque lo guardava.

La mattina volendo dar luogo alle sue solite divozioni, e non lasciando di consolare qualunque poveretto se li presentasse, avanzavasi talmente l'ora, che per lo più viaggiava nel forte della canicola; cosicché tante volte il Vicario dispensavasi di accompagnarlo, e non partiva, che verso sera.

 

In Frasso persona di riguardo, che era per riceverlo in casa, vedendolo arrivare sopra un somaro, ammirandosi li disse: che cosa è Monsignore! a cavallo, e sopra un asino: e Monsignore con bocca a riso, hi in corribus, rispose, et hi in equis, nos autem in nomine Domini.

Partendo per Arpaja, se li fece trovare in ordine la carrozza in Mugnano da D. Francesco di Marco, gentiluomo di quel Casale. Alfonso ringraziandolo, li disse: io vado tanto bene su questo somaro, che nulla più; e per quanto astretto si fosse, non volle farne uso.

In Arpaja, essendo giunto verso il mezzo giorno, i Canonici ammirandosi li dissero: come! ed in questo caldo sopra un somaro. Sorrise Alfonso passado a tempo un incettatore di polli con grosso sportone sul capo, vedete, lor disse, quel poveretto: chi è venuto più comodo, io a cavallo, o quello a piedi, e con quello sportone in testa?


Volendo una Domenica, ritrovandosi in Arpaja, portassi a predicare nel casalotto di Forchia, un Canonico sopra della bardella del somaro vi pose un panno rosso. L'ebbe a male Monsignore, ma per non contristarlo li condiscese.

 

Vi è cosa di più, se far si vuole più adequata idea del pomposo suo treno. Passando da Arpaja in Airola, e non avendosi potuto avere sufficienti calvaccatoje ad affitto, non volendo Egli incomodar veruno, si vide in obbligo il servidore Alessio accompagnarlo a piedi. Era il


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mese di Agosto, e facendoli compassione veder il povero giovine grondar sudore, Figlio mio, li disse, fa caldo assai; levatavi la giamberga, e datela a me, che la porto io avanti di me.
Non voleva farlo il servidore; ma furono tali le persuasive, che ebbe a dargliela: vale a dire, che non ebbe ritegno far da servo al servidore; anzi poco mancò che con quello non avesse fatto a metà la strada; e fatto l'avrebbe, se non vedevasi anch'esso rovinato, e sfinito di forze.

In tutta la strada, e questo fu la solita rubrica in tutti i viaggi, era occupato da un luogo all'altro in recitare coi suoi il Santissimo Rosario, le Litanie di Maria santissima, ed altre presi de' Santi suoi avocati, e Protettori delle Popolazioni.

 

Essendo in visita, vedeasi così investito di carità pel suo gregge, e di zelo per la gloria di Dio, che non facevagli senso incomodi, disastri.

Partendo un anno da Durazzano per Frasso, perché molto incomodato, ma più per compiacere il Vicario, che riguardava se stesso, fece uso del calesso. Il cavalcante o perchè inesperto, o perché ubbriaco lo fece rivolgere la prima, e seconda volta; ma la seconda, cadendoli sopra il Vicario, se li slogò una mano. Non si risente Alfonso. Così addolorato qual'era seguitò il camino sopra una mula.

Precorsa la notizia, e passando per sotto S. Agata, Canonici, e Genitluomini volevano che ritirato si fosse in Città. Non si arrese Alfonso, avendosi prefisso aprir quella sera, essendo giorno festivo, la visita in Frasso. Passando per il casale detto i Perroni, vedendolo penare D. Angelo Cervo, ricco mercante e suo divoto, l'astrinse a calare. Ivi da persona perita, se li rimise l'osso nel suo sito.

 

Questa che fu disgrazia per Alfonso, fu grazia per il Signor Cervo. Ritrovavasi in casa spedito da Medici un proprio figlio. Monsignore ancorché addolorato, vedendo l'afflizione della casa, portossi a visitarlo. Avendoli fatto una croce sulla fronte, statevi di buon animo, disse al padre ed alla madre, non dubitate, che il figliuolo starà bene. Nell'istante, con consolazione di tutti, migliorato si vide, e tra giorni fuor di letto. Pregato dal Signor Cervo, che per quella sera vi si fosse trattenuto, sollecito volle riprender il cammino.

Giunto in Frasso tirò a scavalcare nella Parrocchia, come se nulla di sinistro li fosse accaduto. Aprì la Visita, predicò, e consolò tutti colle sua solita giovialità.

 

Ovunque si arrivava, il luogo più disadatto era prescelto da esso. Questo era il più comodo, ed il più signorile.

In Airola il Principe della Riccia, come dissi, offerì per sempre a sua disposizione il proprio palazzo. Accettò Alfonso l'offerta, volendo compiacere quel Magnate, che tanto lo favoriva. Avendovi apparecchiato quell'Agente un superbo letto nella stanza, che abitar si soleva dal Principe, Monsignore vedendola, non mancò magnificarla. Osservando nel tempo istesso la stanza preparata


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per il Vicario, e quella di darsi al servidore, questa prescelse per se, essendo uno stanzino disadattato; qui sto bene, disse, perché patisco di petto, ma le stanze grandi, perché ariose, mi fanno male. Stanza, e letto nobile preparato per se, con ammirazione di tutti, cedette al Vicario, e per se prescelse il letto destinato al servidore; e non ebbe da far poco quell'Agente per farci situare un lettino meglio adobbato.

Questo era il fare di Monsignor Liguori in qualunque luogo arrivasse; ed in Airola volle sempre, a patto fatto, quel suo stanzino, e non altrimente preparato. Essendo caduto infermo, come dissi, qualunque fossero le premure de' Canonici, e molto più dell'Agente, che aveva a cuore il decoro del Principe, non si poté indurre a lasciare il suo stanzino, o servirsi di altro letto. Voi, volete, disse, il mio comodo, ed il mio sollievo: quì ci sto comodo, e ci trovo del piacere.

 

Soffrir non poteva, quando in taluno de' suoi sentiva lagnanze di poca sodisfazione. In Frasso vi fu cosa di somma ammirazione.

Essendosi preparata comoda abitazione così per lui, che pel Vicario, questi la mattina susseguente all'arrivo, pose il mondo sossopra per la sua stanza, credendola umida, e che la finestra non era ben connessa. Strepitò con Canonici, e non sapevasi qual quarto se li dovesse fabbricare.


Taluni credettero non essere né l'umido, né la finestra, essendo il mese di Luglio, ma perché le sue stanze date a Monsignore erano abbellite nella soffitta, e con friso nel piede, e non così adorna quella del Vicario. Monsignore, sentendolo inquietato, non è niente, disse, ora ci rimedio io. Essendo andato il Vicario in Chiesa, fe trasportare il suo letto, perché men nobile nella stanza del Vicario, e quello del Vicario nella sua. Questo cambiamento arrossir doveva il Vicario, ma non diedesi per inteso.

Fe senso in tutti la di lui indiscretezza e molto più l'umiltà, e somma indifferenza di Monsignore.

 

Quanto godeva vedendosi trattato poveramente, altrettanto affliggevasi, se vi scorgeva particolarità, e distìnzione. In Durazzano essendo complimentato dai PP. Domenicani con biancheria dommascate, se ne arrossì, e non voleva avvalersene: Padre Priore, disse, questa si può conservare per altre occasioni, e farsi uso dell'ordinaria; ed il Priore Eanti se non si , disse, ad V.S. Illustrissima, a chi altri la debbo dare?

 

Patentemente si vide, concorrendo Iddio colla sua umiltà, quanto questa eragli gradita. In Real Valle la stanza, che abitò in casa di D. Antonio di Martino, vedevasi da anni e anni infestata da quantità di scarafaggi, vi fu modo per espurgarla. Avendoci dormito Monsignore, ne fu all'intutto libera.

 

Arrivandosi in ogni paese, tirava sul medesimo piede alla Chiesa Matrice. Apriva la S. Visita con un sermone al Popolo, e pubblicava l'indulgenza Plenaria ottenuta dal Papa, per chiunque confessato, e comunicato,


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visitata l'avesse nel decorso della S. Visita. Cadendo la Domenica nel giorno susseguente nelle Terre popolate, o altre festività, soleva tenerci i Pontificali. Non essendoci Collegiata, venir faceva, e spesavali a conto suo, sette Canonici della Collegiata più vicina, o dalla Cattedrale; così voleva dal Seminario i Giovanetti, che vi erano della medesima Terra.

 

Colla predicazione apriva la Visita, così la continuava, e predicando la chiudeva. La sera del medesimo giorno susseguente apriva nella Parrochiale la Missione al Popolo, e continuavala per giorni otto. Mi si attesta, che non uscivasi di Chiesa, che circa un'ora di notte, e tutti col capo chino, e distruggendosi in lagrime. In tutti gli altri giorni che vi persisteva, calava ogni sera a fare in comune col Popolo la visita al Sacramento. Anche questa era un'altra predica. Dava de' motivi di amare Gesù Cristo, ed odiare il peccato; così per Maria Santissima , infervorando tutti alla sua divozione.

Singolare era in Monsignore questo disimpegno della predicazione. Compungevasi il Popolo, e non perdevane una parola, perchè chiaro, ed istruttivo. Al primo tocco della campana vedevasi concorrere alla Parrocchia e profittarne. Dicevansi l'un l'altro, andiamo a sentire il nostro Santo, che ci ama, e ci spiana la via del paradiso. Similmente radunando il Clero, anche per otto giorni rilevava la mattina i proprj doveri.

Ove vi erano Monasteri di Monache non mancava consolarle con varj sermoni, facendole cariche delle loro obbligazioni, ed affezionarle al proprio stato.

 

Prima di Vespero facendo radunare i Figliuoli nella Parrocchia, di persona assisteva all'esame della dottrina Cristiana. Questo punto eragli molto a cuore, e per se stesso voleva accertarsi, se i Figliuoli erano o istruiti. Animava i Parrochi a questo dovere, ed inculcavalo ai Padri, ed alle Madri. Così pratticava in ogni luogo, e facevalo in tutto il tempo, che vi si tratteneva.

 

Interessato vedevasi per lo Sacramento della Confirmazione. Ne' giorni festivi teneva Cresima mattina e sera. Oltre il prevenirne i Parrochi, che istruiti avessero i Figliuoli fu questo particolare, egli medesimo vi faceva delle particolari istruzioni. Incaricava agli adulti la Confessione, e non cominciava la Cresima, se non vedeva tutti i Figliuoli in Chiesa alla prima imposizione delle mani. Sbrigato questo numero, e radunati gli altri, replicava l'imposizione. In questo era molto scrupoloso; ed incaricava i Parrochi, che non se li presentassero figliuoli, che trovati non si fossero, allorchè facevasi l'imposizione. Se taluno non era a tempo in Chiesa, non differivalo ad altro anno, ma cresimavalo nella Cappella, che eretta avevasi in casa.

 

Voleva, che per lo meno i figliuoli fossero di sette in otto anni,


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affinché memoria li avesse di aver ricevuto questo Sacramento.

In Durazzano essendosi presentato un figliuolo, che vestiva abito monacale per voto della madre, nipote del Parroco, di quasi cinque anni, non volle cresimarlo. Avendolo la madre spogliatolo, e vestito con parrucca, in vederlo Monsignore, sorridendo disse: questo è anche il Monacello. Si arrese, ma alle replicate preghiere del Parroco, che ce lo chiese per consolazione sua, e della famiglia, dubitandosi della vita di Monsignore, perché vecchio, voleva il compiacimento vederlo da esso cresimato.

Non ammetteva per compari, come dissi, i Preti, e molto meno i Regolari. A D. Bartolomeo Bartolini in Airola né anche volle permetterlo, per due suoi fratelli minori. Gelosissimo era in questo: S. Giovanni, soleva dire; non se faccia più male, che bene. Non permetteva ancora si presentassero i figliuoli da' suoi familiari. Il fine de' Padrini, ei diceva, si è supplire le veci del Padre, e come può supplirsi da chi vive da zingaro, e non ha luogo permanente.

 

Sollecito per taluni giovanetti, che erano infermi, e non sapevasi, se muniti erasi di questo divin Sacramento, non mancava informarsene da Parrochi, e parenti.

Sapendo in Airola, che uno di questi non avevalo ricevuto, portossi subito nella di lui casa, anzi prevennelo con un augurio felicissimo. Pasquale mio, li disse in vederlo, statti allegramente, che da quì ad altri tre giorni te ne andrai in paradiso. Era il terzo giorno, ed anzicché comparirvi segno di morte, vedevasi il giovanetto migliorato; ma al cader di questo giorno, mutando sintomi la febre, fuori di aspettativa, Pasquale fu all'altro Mondo, come Alfonso avevali predetto


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La visita personale non facevala, che con somma esattezza. Informavasi a minuto da ogni Prete della condotta degli altri; e non contento aver esaminato una volta qualche ecclesiastico, posto in dubbio di qualche cosa da altri, per chiarirsene richiamavalo la terza, e quarta volta. Ammoniva con carità, e minacciava se occorreva.

Essendoci cosa di poca edificazione, che interessavsa il pubblico, venuto subito agli espedienti, o coll'appartamento, o coi santi Esercizj nelle Case nostre, o in quella della Missione in Napoli. Ritrovando Sacedoti moriggerati, ma poco istruiti nelle Rubriche, compativali, ed assegnavali a qualche altro Sacerdote più esperto, che li avesse istruiti. Essendoci Regolari, non era così sollecito per i Preti, come lo era per la condotta di questi.

Accertando disordine, facevasi di fuoco coi Superiori; e non essendoci provvidenze da potersi dare da quelli, i corrieri erano già spediti a respettivi Provinciali. Informavasi dai Preti delle procedure de' Regolari, e da' Regolari cordati di quella de' Preti. In una parola faceva la visita personale così degli uni,  che degli altri.

 

Non è che questa sia tutta la visita di Monsignor Liguori. Non contento del Clero, dir dobbiamo che facevala personale anche al Popolo, Chiamando gli uomini più consumati, ancorché contadini, informavasi se scandalo vi fosse nel paese; se discordie tra Preti, e Secolari; e se cosa vi fosse che offendesse il costume: così se dissensioni positive vi fossero tra privati, o grave discordia tra capi di casa.

A tutto cercava dar riparo, non eccentuandone verun ceto. Ogn'Anima eragli a cuore. Chiamava, esortava, riprendeva, e veniva a mezzi forti, ove la piaga minacciava cancrena. Non arrivando il proprio braccio, implorava la forza de' Baroni. Tante volte, come altrove dirò, informavane anche il Re; né davasi pace, se non conseguiva l'intento.


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Tra questo tempo di Visita rilevavasi in Alfonso qual tenera carità egli avesse per i poveri. Informavasi da' Parrochi, ed anche da Secolari per le miserie di taluni, specialmente di chi non aveva modo, e dormir faceva i proprj figli maschi, e femine nel medesimo letto: molto più se uniti con esso, e con la madre. Accertato il bisogno, provedeva per li letti il meglio che poteva: altri vestiva, e provedeva del necessario; e tra tutti erangli a cuore le vedove, e le zitelle pericolanti, né per queste eravi risparmio di qualunque denaro.

 

Carità somma dimostrava ancora per gl'infermi, specialmente se poveri. Sollecito s'informava, come perveniva in un paese, se ci erano ammalati: visitavali di persona, e consolavali co' santi riflessi, e coll'elemosina. Raccomandavali a' Parrocchi, ed a' benestanti, ma voleva li medicamenti a suo interesse. In Airola sapendo esservi un uomo gravemente afflitto dal mal di pietra, e disperato da' medici, si portò subito a visitarlo. Lo confessò, e confortò, e lo dispose alla pazienza, ed alla morte coi suoi santi sentimenti.

 

Tutta la Diocesi, non eccentuandosi verun luogo, soleva visitarla di persona. Le sue visite non erano passaggiere, e di pochi giorni. Anche ne' Casali trattenevasi otto, e dieci giorni; ed in taluni dodici, e quindeci. In Frasso una volta ci diede quaranta giorni; né partiva, se non vedeva posto tutto in affetto, e dato riparo ai varj sconcerti;

 

Non era Alfonso amico di novità. Confermava il buono, se ritrovavalo, e riparava il male, che intromesso vi si fosse.

Essendosegli iscritto dal Signor D. Francesco Mustillo volersi mettere il Sacramento nella Chiesa del Carmine, in S. Agata, afferandola Parrocchia antica, era per accordarlo; ma essendoseli rappresentato dal Capitolo, che la Chiesa non era tale, sospese di farlo. Io tengo la massima, rescrisse, che il Vescovo non deve mutare lo stato delle cose, se non quando chiaramente apparisca o l'ingiustizia, o l'inconveniente. Sua regola erano i Canoni, e l'attuale Disciplina della Chiesa, non già gli abusi introdotti, e tollerati.

 

Avendo in veduta coi peccati del Popolo anche i suoi, era tutto intento a crocefiggere se stesso. La tavola era tale come in S. Agata così per se, che per i suoi familiari, né mancavano per se i suoi soliti condimenti di erbe amare. In Durazzano stanziava tra' PP. Domenicani; e mangiando in Refettorio unito coi medesimi, insisteva al Priore per la parità della tavola. Mosignore, li disse un giorno mezzo inquietato il P. M. Franzolini, se non vuol mangiare V. S. Illustrissima, vogliamo mangiar noi, e vogliono mangiare anche gli altri.

Una sera di vigilia, vedendoci apparecchio di varie cose, Padre Priore, li disse, non sapete, che oggi è vigilia? Lo benissimo, rispose il Priore, ma tanto si deve, ed ognuno si serve colla sua coscienza.

 

Anche in visita non mancavano le giornaliere afflizioni di catenette,


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e discipline. Essendosi dimenticato una volta, partendo per Durazzano, i suoi soliti strumenti, secretamente mandò a prenderli dal servitore Alessio. Attesta Suor Maria Teresa Coscia Monaca in casa, che essendo stato Monsignore colla vista nella terra di Real Valle, riassettando il letto la mattina, trovò le lenzuola, tutte imbrattate di vivo sangue, e delle pietruccie sotto di quelle: con questo di più, che in tavola contentavasi della sola minestra, e poche frutta.

D. Antonio Scottini guardaroba del Principe della Riccia in Airola anche attesta, che partendo Monsignore, tra le lenzuola ed il materasso, vi ritrovò nove pietre della grossezza d'una pallottola da giuoco. Altra persona attestò al nostro Padre Angelo Gaudino averlo osservato in tempo di visita tutto carico di cilizi. Per tanti anni prima di essere offeso da grave infermità, portò seco il suo saccone; ed ove arrivava facevalo empire di paglia, senza far uso del letto, che se gli preparava.

 

In Casa ove resideva non permetteva cosa, ancorché innocente, che potesse essere d'ammirazione ad altri. Un anno essendo capitato, ritrovandosi in Airola, D. Ercole suo Fratello colla moglie, furono situati in un altro quarto del Palazzo del Principe. Essendoci un cembalo, se la divertivano di sera con altri gentiluomini, che andavano a complimentarli. Accortosene Monsignore, comandò subito che più il cembalo non si toccasse: Si ha da dire, disse al Fratello, che la casa del Vescovo è fatta casa di festini!

 

Togliendosi il sonno dagli occhi, sollecito vedevasi di mattina alla meditazione delle cose sante. Verso sera, come dissi, faceva col popolo la visita a Gesù Sacramentato, ed a Maria Santissima; e soddisfatto avendo prima di cena della sua meditazione, unito col Vicario, e cogli altri recitava il Rosario, adempiendo alle altre preci, come in S. Agata coi soliti Atti Cristiani.

 

Non visitava Alfonso le sue pecorelle per tosarle, e spolparle, ma facevalo, affinché avessero vita, e soprabbondante. Non v'è cosa, che tanto in esso si ammirò, quanto il sommo suo disinteresse: ritornava in residenza che smunto di denaro, e carico di debiti.

Se in S. Agata non ammetteva regali, molto meno facevalo in Visita. In Frasso si prese la confidenza un Gentiluomo mandarli due ricottelle. Alfonso, in vederle si accigliò: riprese acramente il suo Segretaro, che avevale ricevuto, ed ordinò, o che si mandassero in dietro, o che si compensassero in denaro. Per quietarlo si dové fingere di essersi pagate.

D. Giovanni Manco Sacerdote in Airola, e primario Gentiluomo anche si avanzò a farli mandare due altre ricottelle. Trovandosi presente nel giungere il servidore, Monsignore trae il serio ed il giocoso, o prenditi il costo, li disse, o riceviti le ricotte. Diede in furia il Manco; ed Alfonso volendosi giustificare, non posso, replicò, ecco quà Monsignore Crispino


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(era questa è l'opera di quel Prelato) che vieta qualunque regalo; e quello, maggiormente infuriato, mannaja li morti, disse, Monsignore Crispino, e di chi l'ha consacrato.

Avendoli mandato i PP. di Montevergine un canestrino di dolci, Monsignore avendo regalato il servidore, si dichiarò tenuto, e rimandollo in dietro. Così cento e mille altri di questi atti, che si tralasciano.

 

Se rigido era Alfonso per queste bagattelle, maggiormente aveva in orrore interessar chiunque. Tutto comprava. Se ricevevasi i cibari per non contristare i PP. Domenicani in Durazzano, ritornato in S. Agata compensava il Monistero con tante libre di cera, ed il Priore, ed i Padri con varie sue Opere.

Aveva ordinato il Principe della Riccia, che capitando in Airola, tutto se li somministrasse dal suo Agente, anche con lautezza. Alfonso se servivasi del Palazzo, non si avvalse mai della splendidezza. Anche i carboni, e l'olio per le candele, venivano rifiutati. Altro non accetttava, stando in Visita, ma a stento, che la Procurazione; ma volle esigere la più scarsa, prescegliendo tra suoi Antecessori quella, che esigeva Monsignor Albino uomo di venerata memoria.

Era tutt'occhio anche colle persone di servizio, affinché niuno importunato avesse chiunque per le solite mancie: Avvaletevi, diceva, della massima di S. Francesco di Sales: voglio dire, non cercate e non rifiutate.

 

Condotta tale riscuotere facevali da per tutto venerazione somma, a sommo rispetto. Ricco stimavasi, chi aver poteva qualche ritaglio delle sue vesti. Più volte, come mi attesta D. Giosuè di Donato, mancati si trovarono le insule alle Mitre, ed una tra le altre, tagliato si rinvenne un pezzo del Mantellone.

Troppo care tenevansi queste reliquie, ed applicate a varj infermi, non v'era paese, ove non li raccontassero delle prodigiose guarigioni.




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