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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap.29 Si rilevano altre particolarità di Alfonso nel conferire gli Ordini, ed altre doti ricercate ne' novelli Sacerdoti.
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Cap.29

Si rilevano altre particolarità di Alfonso nel conferire gli Ordini, ed altre doti ricercate ne' novelli Sacerdoti.


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Anche vi è cosa di più per li Giovanetti incaminati, o ascesi al Sacerdozio. Non era Alfonso per l'Ordinazionepropenso, ne ritenuto.


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Non era di quei, che amano farsi de' sudditi, o che per sistema non volessero ordinar veruno. Egli ammetteva tutti. Non è di nostra ispezione, diceva, il chiamare, o escludere taluni da questo stato. Iddio è quello che chiama, e chiama in ogni tempo. Godeva, volersi i giovanetti consacrare all'Altare: costumati, ammetteva ognuno: non costumati, escludeva chiunque. Questo era il suo sistema.

Ritenuto era Alfonso circa gl'Interstizj, anzi scrupolosissimo. Non dispensavaci, se evidentemente non vi conosceva utilità, e bisogno della Chiesa. Avendolo pregato il Paroco D. Pasquale Diodato per la dispensa ad un giovanetto costumato e dotto, scusossi che non vi conosceva tal necessità. Soggiungendo il Paroco, che anche l'Arciprete, perché esemplare volevalo per suo economo. "Sì, è vero, disse Alfonso, ma l'Arciprete lo vuole, non perché tale, ma perché vi fa il suo utile, risparmiando la spesa in altri, e perciò temporeggia in mettersi il sostituto: ma non è causa questa, né io posio in coscienza; la necessità è dell'Arciprete, non della Chiesa".

 

Non aveva tassativa, come taluni per la collazione degli Ordini Minori, dandoli ad uno ad uno. Regolavasi, ed aggraziava i Giovanetti secondo l'età, il costume, ed il sapere. Essendoseli presentato per gli Ordini Minori il giovinetto D. Donato Truppi, di presente degnissimo Decano in S. Agata, ed essendone rimasto sodisfatto, senza esserne pregato, ordinò al Cancelliere, che distesa avesse la grazia per tutti e quattro gli Ordini Minori. Essendosi questi opposto, volendo moltiplicare gli atti, Alfonso, non occorre li disse: voglio che per tutti e quattro, ed anche merita più di questo.

 

Amico non era Monsignore di dispense per l'età, come da tanti con faciltà si accorda. Certi fervori, che si asseriscono in taluni, non sono effetti, ei diceva, che di avarizia, per quel benedetto carlino, ed in altri per quel dominantes in Clero, e per fare il papotto in casa propria. Non era per accordarla, se non vi conosceva un evidente bisogno della Chiesa, e molto più un particolar costume.

 

Meno scrupoloso non era circa gli esercizj. "Questo mezzo, diceva, è l'unico per far conoscere ai giovani i proprj doveri". Non permetteva, che fatti si fossero in case Religiose meno osservanti. Se non vi è spirito di orazione per essi, ripeteva, come vogliono pretenderlo per gli altri. Si ridurrebbero gli Esercizj a starsene chiusi, e divertirsi alle carte di mattina, e di sera. Impreteribilmente voleva, che portati si fossero i suoi Ordinandi, o nelle Case di nostra Congregazione, o in Napoli in quella di S. Vincenzo de Paoli. Scansava bensì quanto poteva Napoli, temendo qualche inciampo, che primo, o dopo vi poteva essere, e godeva in S. Angelo a Cupolo, perché casa solitaria, ed esente da occasioni peccaminose.

Avendolo pregato un Diacono, volerlo mandar


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in Napoli, e non in S. Angelo, perché luogo rigido, "A buon conto, li disse, volete andare a spasso"; e soggiungendo questi, che poteva designarli in Diocesi un qualche Monistero, ", disse, per andare a farvi un tresette". In S. Angelo dovette portarsi, e non vi fu riparo.

Avendo riguardo alla povertà delle famiglie, voleva, che per lo meno i Minoristi li avessero fatti una volta per informarsi, e comprender prima del Suddiaconato cosa fosse lo stato Ecclesiastico, e quali le proprie obbligazioni. Era così impegnato per gli esercizj, che conoscendo taluno realmente povero, somministrava egli un tanto per li cibarj.

Un Chierico di Bucciano cercava con varj pretesti esentarsene. "Ditemi la verità, li disse Alfonso, perché non volete andarvi. Candidamente rispose, che perché povero rincresceva al Padre la spesa de' cibarj. Andate, li disse, che somministro io quanto bisogna. Così uno ad uno, ma a tanti sodisfece esso alle nostre case li carlini venti, che dovevansi per il vitto. E' comune l'assertiva, che quanti erano poveretti, tutti andavano a conto di Monsignore.

Soleva Alfonso la mattina dell'Ordinazione, prima di venirsi all'atto, radunare i giovanetti nella Cappella, e far loro un sermone sopra l'eminenza dello stato, e l'obbligo, che porta di viversi santamente. Così nella Messa, per animarli a ricevere con fervore la santa comunione, solito era farvi un fervorino, ma così pieno di unzione, che attirava le lagrime degli astanti, non che dei giovani Ordinandi.

Premeva ad Alfonso, vedendo il bisogno della Diocesi, avere i novelli Sacerdoti non solo costumati, e dotti, ma che di fatti impiegati si fossero in ajuto delle anime, e promossa da ognuno nel proprio paese la gloria di Gesù - Cristo. "Io quando esamino, così spiegavasi cogli Esaminatori, non voglio approvati gli Ordinandi per la sola Messa, che Messe non ce ne mancano, ma li voglio operarj, utili alla Chiesa, ed allo Stato. Voglio, che siano capaci, ordinati che sono, per ascoltar le confessioni, e servirmene, se bisogna, non solo per le parocchie, ma anche alle Monache; e voglio, che sieno idonei per avvalermene in ajuto delle Missioni, e per tutti i bisogni, che ho in Diocesi".

Col Sacerdozio, dava per ordinario anche la facoltà per la Confessione degli uomini. Egli medesimo istruivali circa la maniera, regolandoli pratticamente come portarsi cogli abituati, recidivi, ed occasionarj. Vedendo taluno di questi novelli Sacerdoti, che prometteva, e dava buona speranza di se, facendoci capitale, ove poteva, non lasciava sorrogarlo per Sostituto, nella mancanza di qualche vecchio nelle Parrocchie.

Stimando capaci due diaconi per il Sacerdozio, ed anche per la Confessione, perché poveri, e mancanti di età, ottenne loro, anche a sue spese, la dispensa. Bastava aver costume, e talento, per esser una gioja incastrata nel cuore di Monsignor Liguori.


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Avendo ordinato Sacerdote D. Alessandro Capobianco, l'impose, che apparecchiato si fosse per la Confessione. Ripugnò questi farla da Confessore, essendo per allora uscito di Seminario. "Essendo così, li disse Monsignore, non direte Messa, se prima non venite all'esame; se dite Messa non ci verrete più, lascerete i libri, e perderete quanto in Seminario avete fatto". Non vi fu caso. Il Mercoledì dopo l'ordinazione l'istruì, e fecelo Confessore. Essendosi ordinato Suddiacono un giovane, partendo per Napoli, ove attendeva per gli studj, li disse, che presto si fosse ritirato, perché pensava farlo Sacerdote, e Confessore. "Monsignor mio, rispose il giovane, non ho impegno di esser Confessore". "Non avete impegno, ripigliò tutto fuoco Alfonso? dunque perché vi fate Sacerdote? se voi non avete voglia ajutar le anime, a me è passata di darvi il Sacerdozio".

Volevali tutti Confessori, ma scorgendo taluno che voleva l'onore, e non i fatti, esentandosi dall'impiego, sospendevali l'autorità.

Era da più d'uno criticato Alfonso per questo suo fare. Uno di questi era stato Monsignor Pozzuoli, essendo in minoribus. Non parlava così da Vescovo. Aveva per massima Alfonso, e vedevasi in pratica, che se da prima non si accolla questo gioco, rincresce in appresso. Fattosi carico Monsignor Pozzuoli dei giusti motivi, e vedendoli in pratica, anch'esso, succeduto Vescovo in Santagata, col Sacerdozio dava la facoltà per confessare. Obligati così anche per rispetto umano diceva Alfonso, rendonsi di edificazione, s'impegnano e concorrendoci la Grazia, addivengono ottimi operarj.

Non abilitava alcuno per la prima Messa, se non era certo, che sapeva con esattezza le menome rubriche. Storpiato, che uno si è, soleva dire, non si acconcia più. Né s'inducevano li Cerimonieri a dar fuori sede di approvazione, se non erano più che certi dell'attitudine: maggiormente, che tante volte volevali Monsignore veder celebrare alla sua presenza.

Un novello Sacerdote spaventato dal rigore, con cui procedevasi, contentavasi non dir Messa, per non esporsi all'esame. Persuaso però ritrovar compatimento più in Monsignore, che nelli Cerimonieri, pregollo volerli far dire, esso presente, la Messa nella propria Cappella. Si compiacque Monsignore, e così restò approvato.

Riprovava, e non voleva nella prima messa festini, ed allegrie secolaresche; anzi proibiva espressamente il dar tavola, e far invito di estranei. Nella tavola, diceva Monsignore, domina il vino, ed ove il vino signoreggia, non vi manca il peccato. Suo desiderio era, che in quel giorno il novello Sacerdote se ne stasse raccolto, per meritarsi da Dio quella pienezza di grazie cotanto necessarie per un tale stato. Chiamava il giorno della prima Messa, giorno di solenne sponsalizio tra Gesù Cristo, e l'anima. Così voleva, che la prima Messa anche si dicesse in luogo esente da moltitudine.


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Ordinato Sacerdote D. Custode Troisi, Monsignore che teneramente l'amava, avendoli imposto secreto, facevali dir Messa senza intesa de'parenti nella sua Cappella. Credevano quelli, che perché non appieno istruito nelle Rubriche, non avesse il permesso a poter celebrare. Se lo seppero, fu perché un sarto ritrovandosi in Palazzo, se ne consolò col Padre, avendolo veduto celebrare.

Asceso al Sacerdozio D. Alessandro Capobianco, ed essendosi portato a ringraziarlo, lo richiese Monsignore, quando avrebbe detto la prima messa. Disse, che nella Domenica susseguente, e che facevali il Panegirico il Sacerdote D. Giuseppe Petrillo. In sentir Panegirico restò sorpreso Alfonso: se vi è panegirico, disse, vi è festino: Io non vel permetto, e se lo fate, ve ne farò pentire. Avendo inteso, che erano i parenti più stretti, ve l'accordo, disse, ma non voglio estranei, e sopra tutto le donne.

Avendo ordinato Sacerdote D. Vincenzo d'Ambrosio di Durazzano, espressamente li proibì non fare invito a tavola. Non curando le genti di casa la proibizione, vi fu invito di parenti, ed amici. Avendolo saputo Monsignore, ne scrisse subito ad un Sacerdote per esserne informato; e non avendo avuto a tempo risposta, replicò la seconda lettera. Accertato, non solo lo riprese, ma per giorni quindeci lo sospese dalla Messa; e se li ridusse a dieci, fu per essersi interposto D. Pasquale dell'Acqua suo amicissimo, e Regio Governadore in quel Paese.

Anche in Congregazione, prendendosi la Messa da taluno de' nostri in Casa propria, non voleva sollennità. Avendo presa la Messa tempo addietro in Avellino il nostro P. D. Pasquale Capriola, e cercandoli il permesso di celebrar ivi la prima Messa, per consolazione de' suoi, iscrisse, che non avesse fatto invito di nessuno, e senza niuna pompa, ma che avesse celebrato in secreto senza invito di altri.

Inculcava ne' novelli Sacerdoti il dovuto apparecchio nel celebrare, disponendosi coi replicati atti di Fede, e Carità, per trattare degnamente un sì tremendo mistero: così di non uscire di Chiesa dopo aver celebrato, senza aver fatto il dovuto ringraziamento. "Cogli Atti antecedenti, ei diceva, si purifica, ed evacua il vase, specialmente cogli Atti di pentimento, e coi susseguenti si riempie di doni, e grazie".

Siccome abbominava, ed aveva in orrore il precipitarsi la Messa, senza divozione: così riprovava certe affettate lungherìe, con rincrescimento del Popolo. La Messa, ei diceva, che passa la mezz'ora, genera tedio, e non divozione a chi ci assiste; e portar soleva l'esempio di S. Filippo Neri, che riformò se stesso, celebrando in pubblico.

Pausa, e non sollecitudine insinuava nella recita dell'Officio. Per minuti più o meno che non s'impiegano, diceva Monsignore, si meritano anni di Purgatorio. Sopra tutto, che non si riducessero a recitarlo


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in faccia alla mezzanotte, e precipitarlo con fretta nell'ultima ora della sera. Messa ed Officio, replicava: "Siccome possono santificarci, soddisfatti a dovere, così ci sono di danno; e ci privano delle migliori grazie, se trapazatamente si soddisfano".

Queste, ed altre erano le sollecitudini di Monsignor Liguori, per così avere dotti, ed esemplari Sacerdoti, utili al popolo, e di consolazione per la Chiesa. Ma siccome nel grano non manca il loglio, e tra i coltivati poderi vi spuntano le spine, così non mancavano di queste in Diocesi, che come altrove dirò, trafiggevano, e mettevano in affanno il cuore di Monsignore.




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