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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap.35 Ristaura Alfonso molte Chiese: ne fabbrica una nuova; e decoro esatto per li divini Misterj.
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Cap.35

Ristaura Alfonso molte Chiese: ne fabbrica una nuova; e decoro esatto per li divini Misterj.

 


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Non meno de' tempj animati erano a cuore di Monsignore i Tempj materiali. Che se tra i segni di un perfetto zelo annoverar devesi il decoro per la Casa di Dio, e Davide se ne faceva un merito, anche in questo dir dobbiamo essersi segnalato Alfonso.

Mettendo piede in Diocesi, tra l'altro ebbe egli in mira lo splendore delle Chiese; né desistette per conseguirne l'intento, da incomodi, e fatica.

L'antica Chiesa di S. Agnese, una delle parocchiali di Arienzo, era così mal ridotta, che minacciava ruina, vedendosi colla soffitta caduta, e colle mura aperte in più luoghi. E' di ragione questa Chiesa di quella Collegiata. Alfonso vedendola mal ridotta, tanto si adoprò con quei Canonici, che non contentossi vederla riparata, ma chiamati da Napoli i due soliti architetti D. Pietro, e D. Salvatore Cimafonte, colla perizia di questi, fe' darle altra forma.

Si abbatterono in buona parte, perché fradice, le mura superiori; ed essendo bassa, e meschina, fe' darle altezza, che non aveva, e rifarsi a volta, e non a soffitta. Ebbe il piacere vederla adorna di finissimo stucco, e con altri abbellimenti, che troppo bella la rendettero, con soddisfazione sua, e compiacimento ancora di tutto il Popolo. Di più riaprendosi quella Parrocchia vi fece fare una solenne Missione.

 

Anche in Arienzo ritrovavasi mal ridotta l'altra Parrocchiale di S. Stefano delle Cave, grancìa questa del pingue Beneficio di S. Angelo a Palomba. Essendo la volta lesionata in più parti, e facendo acqua da per tutto, anche vedevasi cadente e rovinata. Avendoci ordinata la perizia, alla scarsa si stimarono necessarj docati cinquecento. Modo non vi era per tanta spesa. Essendosi venduto a tempo dal Beneficiato, per docati tremila, e trecento un taglio di selve, Alfonso per allora sequestrò docati trecento nel primo terzo del pagamento. Riattò la volta, vi si fece di stucco l'Altare maggiore, tutto il pavimento di riggiuole, e ci aprì un finestrone per esentarla dall'umido.

Così non meno dell'accessorio eravi in ruina e malmenato il principale: voglio dire la medesima Chiesa di Santangelo. Sembrava questa non chiesa, ma spelonca. Avendo il Beneficiato a cuore la rendita, e non la Chiesa, abbandonata vedevasi, e quasi cadente; e rovinata sarebbe, perché in campagna, e solitaria, né eravi chi la curasse.


Anche questa Chiesa prese a petto Alfonso, non curando le lagnanze, anzi le impertinenze del Beneficiato. Portò tempo il rifacimento di tutte e due le Chiese; ma tale


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stabilimento assodò, che proseguito si vide, anche dopo la rinuncia che fece del Vescovado. Se decorate oggi si veggono queste due Chiese, tutto è dovuto alla sollecitudine di Monsignore.

 

In Ducento la Chiesa Arcipretale, dedicata all'Apostolo S. Andrea, per l'ingorda avarizia, e non curanza de' Parrochi, non da anni, ma quasi da secoli vedevasi abbandonata. Così mal ridotta, era prossima a cadere; e non altrimenti vedevansi le case adjacenti, abitazione dell'Arciprete. Tale inconveniente, unito all'altro dell'aria cattiva, faceva sì, che quasi sempre n'era lontano chi la reggeva.
Affliggevasi Monsignore, vedendo il materiale così rovinato, e maggiormente dell'abbandono in cui erano i Figliani. Mezzo non vi era per conseguire quanto bramava. Essendoli riuscito la rinuncia di quest'Arciprete, stimò non provvederla di nuovo; e situarci interinamente con docati cinquanta annui un Economo Curato, ed impiegando il di più nel riparamento delle fabbriche. Avendo esposto a Monsignor Nunzio questa sua determinazione, col bisogno in cui stava la Chiesa, tutto fu approvato.

Ristaurò tra poco tempo la Chiesa, e le case. Con questo tolse ogni pretesto ai futuri Arcipreti, per non risedervi, e coadjuvate ei vide quelle anime, ed assistite dal proprio Pastore.

In Mojano la Chiesa parrocchiale quanto grande lo era, e spaziosa, altrettanto vedevasi, non dico disadorna, ma talmente avvilita, che anziché casa di Dio, non sembrava che un fondacaccio. Non essendoci modo per riabbellirla, tanto si adoprò con quel zelante Parroco D. Tomaso Aceti, e seppe così invogliarne i Figliani, che ora non sembra più Parrocchia, ma una della Basiliche che ammiransi in Napoli, ed in Roma.

Abbellita è tutta la Chiesa di finissimo stucco; gli altari sono tutti di marmo; di marmo il battistero; le basi de' pilastri anche di marmo; ed il presbiterio non solo è tale, ma superbo, e di grossa spesa. Tutte le pitture sono di mano maestra; le suppellettili uniformi alla magnificenza degli Altari; né vi è colà, che non spiri divozione, e magnificenza. Siccome tutto è frutto della pietà di quel Paroco, e di quel popolo, così lo è ancora dello zelo, e delle tante sollecitudini di Monsignor Liguori.

 

Non fu egli meno zelante per lo decoro della Cattedrale. In questa bensì non eravi cosa, che mancasse. Troppo superba ella è, ed effetto è questa della prodigalità del fu Monsignor Gaeta, uomo interessato per la Casa di Dio. Vedendo cadente, e maltanuta l'antica, rifecela di pianta a

Alfonso se non altro stava sollecito, che deteriorata


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non si vedette in qualunque cosa. Vedendosi patito in più luoghi, e non curato il tetto, non badando a spesa, chiamò subito i periti, e rinforzollo con altro legname. Essendo comparsa sotto del Coro, ove corrisponde una cantina, qualche lesione, frapporre vi fece varj arconi.

Subito che vi giunse, non essendo consecrata, consecrar le fece nel 1663, chiamandoci da Amalfi Monsignor Puoti. Solo vi spese circa ducati quattrocento, per abbellire i pilastri con croci di marmo, e cornocopj di ottone.

 

Abbiamo cosa di più. Contiene il Casale di S. Maria a Vico da tremila e più anime, divise in due parrocchie, ma i due parrochi uniti esercitar dovevano le proprie funzioni in una medesima Chiesa, non più capace di trecento persone. Mille erano gl'inconvenienti. Funzioni di Chiesa o non ve n'erano, o erano conculcate.

Anche i PP. Pii Operarj, avendovi il legato per la Missione, attrassavano di farla per mancanza di luogo. Compiangendo Alfonso nel suo primo arrivo inconveniente così grave, entrò subito nella più ardita risoluzione voler formare di pianta una parrocchia, ma capace a poter contenere tutti i naturali. Pretendevasi dai parochi, che erette si fossero due distinte parrocchie. Monsignore dubitando, che fabbricata non si fosse l'una, l'altra, stabilì erigerne una come per l'innanzi, ma grande e spaziosa.

 

Ardua si conosceva l'impresa; ma ad Alfonso ogni cosa sembrava facile. Avendo tenute varie sessioni coi due zelanti Parrochi D. Matteo Migliore, e D. Vincenzo Di Mauro, e col Clero, e Gentiluomini del


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Casale, animò i due Parrochi a voler rilasciare in beneficio della fabbrica le decime prediali. Non erano queste da meno di trecento in quattrocento ducati, restando per la congrua ducati cento per ciascuno, oltre la stola, che non era poco. Ottenuto il consenso; ed essendosi cooperato in Camera, ottenne si obbligasse anche il publico per altri annui docati duecento.

 

Sistemato il tutto, non vedeva l'ora per mettersi mano alla fabbrica. Avendo chiamato da Napoli gli anzidetti Architetti, fe metter in disegno una Chiesa magnifica, e spaziosa. Volevasi bensì dai Parrochi, che prima ammanito si fosse in cassa una competente somma, e poi dar di piglio all'opera.

"Se si vuole ciò, disse Alfonso, non si verrà mai a capo; voglio, che s'incominci la fabbrica; se la Chiesa non s'incomincia, non potrà mai vedersi terminata". Essendosi destinati otto Economi, cioè quattro secolari, e quattro ecclesiastici, fe dare di piglio allo scavo delle pedamenta.

Portandosi di persona, per osservarlo, e sembrandoli il vaso anche angusto per il popolo in tempo di Missione, con maggior confidenza dilatar fece la pianta. Lieto e non capendo tra se, per l'opera intrapresa, ponteficalmente vestito, e preceduto dal Clero, ei medesimo nell'anno 1763 vi buttò colle solite preci, la prima pietra. Vi fu chi disse vedendolo oltremodo festante: poco ci vuole, e Monsignor vi celebra i Pontificali, prima di alzarsi la Chiesa.

 

Anch'esso Alfonso concorse non poco a questa spesa, e dir dobbiamo aver preso a conto suo tutta la fabbrica. Ducati dieci aveva, e tutti l'esibì per un'opera di docati quindeci mila e più: vale a dire, che ci pose la sua confidenza.

Animato il Popolo dalla magnanimità del suo cuore, concorse anch'esso colle spontanee oblazioni. Anche i due Parrochi D. Matteo Migliore, e D. Vincenzo di Mauro concorrendo colla di lui confidenza, si segnarono singolarmente nella pietà, e nel disinteresse. Li scrissero tra l'altro, che si contentavano, che restasse per essi tanto di emolumento, quanto bastar poteva a mantener di vitto, e vestito un semplice servitore.

Contento Alfonso per quest'opera, semprecchè ritrovavasi in Airola, non mancava portarvisi, ed animar vieppiù il popolo colla presenza, e colla predicazione.

 

Torbidi in seguito non ci mancarono. Non poteva il demonio starsene indifferente, trattandosi di un opera di gloria di Dio, e che tutta risultava in bene delle anime. Tra l'altro, raffreddato il Popolo, ed essendo uscita la proibizione delle decime, ricorrendo questo nel Sacro Consiglio, protestossi non voler più contribuire. Non si disamina Alfonso; ma fatto presente il tutto al Presidente del Consiglio, il suo amico D. Baldassarre Cito, ottenne, che si continuassero le decime; e che perfezionata la fabbrica, si sarebbe data altra provvidenza. Così superò


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mille altri intoppi, e fe petto in ogni tempo a tutti gli sforzi infernali.

 

Docati dieci pose Monsignore, mi disse, il Parroco D.Matteo Migliore, ma di sollecitudine, e di favori ottenuti esibì migliaja, e migliaja. A conto suo andavano in Napoli Avvocati, e Procuratori; col suo manteneva regalati i mezzani, che favorivano per l'opera.  Che non fece, e che non ottenne dal Presidente del Consiglio, e dai due Consiglieri D. Gio: Pallante, e D. Salvatore Caruso, Commissario delle cause? Egli spesava in Palazzo i due architetti coi servitori e cavalli, per limosina ottenne rilasciati dai medesimi da quattro in cinquecento ducati, rata degli accessi e delle misure.

Con questo coraggio Alfonso intraprese, e portò a fine, come dissi, una fabbrica di docati quindici mila, e più; e lasciando la Diocesi, altro non restava, per vedersi perfezionata, che lo stucco, ed il solo pavimento.

 

Col materiale delle fabbriche ebbe a cuore, come dissi, anche l'interno decoro delle Chiese, e tutta quella proprietà, che esige in se una Casa dedicata a Dio. Gli Altari specialmente ben provveduti volevali di suppellettili, se non altro, decenti. "Non ancora, diceva, ho veduto un Parroco far uso a tavola di una salvietta sporca, e consumata. Tutto è nettezza per essi; solo con Gesù - Cristo tutto è lordura". Molto più avrebbe ricercato, se a i suoi desiderj corrisposto avesssero i Rettori, e le rendite delle Chiese.

 

Armonia, e non confusione; pausa, e non strapazzo ricercava nel canto. Quanto godeva di un canto sodo, e divoto, altrettanto detestava nelle Chiese un canto non proprio, e teatrale. Ritrovandosi in certa festività in S. Maria a Vico, un Diacono, che in Napoli era stato in Conservatorio, credendo farli piacere, incominciò una litania figurata. In sentirla Monsignore fecela subito spezzare: Quì, disse, non stiamo al teatro. Questo canto anzicché divozione, genera dissipazione. Così disse, e fecela seguitare a tuono gregoriano.

 

Vedendo il grave trapazzo, che facevasi delle sacre Rubriche, da' Preti Diocesani, nel sacrificio della Messa, e che per ogni dove facevasi da tanti altri, per giovare a tutti, compose un Trattato su questa materia, e diedelo fuori tra questo tempo.
Nella prima Parte tratta delle Cerimonie da praticarsi nel celebrare; nella seconda della riverenza, con cui devesi celebrare, dell'apparecchio che vi necessita, e del dovuto rendimento di grazie; e tratta nella terza degli abusi de' Preti, che caricansi di Messe, e del grave peccato, che vi è non potendosi a tempo sodisfare. Rispose ancora al Libro Anonimo che girava, e condannava l'Onorario delle Messe.

 

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Posizione Originale Nota - Libro 3, cap. 35, pag. 179




a Non ha quasi che cedere il Duomo di S. Agata alle prime Basiliche, che sono in

Napoli ed in Roma. Grandissimo è il vase, costrutto a tre navi, e con Cappelle sfondate. Ricco è di marmi: proprietà, e buon gusto vi si vede negli Altari; eccellenti sono le tavole e tutte di mano maestra: ricco e di sacri arredi, e cosa non manca per renderlo maestoso. Non meno magnifico era l'antico. Anche quello vedevasi architettato a tre navi, ma sostenuta quella di mezzo da un apparato superbo di dodeci colonne.

Evvi motivo a credere, che l'antico tempio di Saticola fosse un Panteon, tutto simile a quello di Roma, e che convertito si fosse da' Fedeli al culto di Dio. Cavandosi le nuova pedamenta, un marmo vi si rinvenne con questa iscrizione:

J. O. M. C. O. D. I.

cioè:

Jovi Optime Maximo, Ceterisque Omnibus Diis Immortalibus

Vestigio del tempio primiero e sua magnificenza ravvivasi oggidì nell'atrio, che cambiato non fu da Monsignor Gaeta. Questo, che ancora esiste, fa della Cattedrale il miglior ornamento. Ha di fronte tre grandi archi, e due dai lati, tutti e cinque sostenuti da dodeci colonne, tra le quali ve ne sono due di granito orientale. Oltre di queste, altre quattro vi sono del medesimo granito, per ornamento della porta dell'odierno Duomo, ma due, che vi erano di verde antico, trasportate si veggono nella Real Villa di Portici. I Capitelli delle colonne adornati anche sono da varie colonnette, che di certo sostener dovevano, come nel Pantheon di Roma, altrettanti idoletti.






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