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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 52 Alfonso dedica al Marchese Tanucci la Storia dell'Eresie, e dà fuori a prò dei Parrochi il suo Domenicale.
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Cap. 52

Alfonso dedica al Marchese Tanucci la Storia dell'Eresie, e fuori a prò dei Parrochi il suo Domenicale.

 


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Lo zelo di Dio, che non ha termine, e che come il fuoco sempre più si distende, e si dilata, anche in età così avanzata di anni settantasei, e così travagliato nel corpo, altra opera intraprender fece ad Alfonso in favore della Chiesa, ed in salute delle Anime.

Volendo metter avanti gli occhi dei Fedeli i passati travagli della Chiesa, e quel veleno, che in ogni tempo la miscredenza ha vomitato a danno della medesima, e delle Anime, compilò in tre tomi la Storia di tutte l'Eresie, che state vi sono dal nascimento del Cristianesimo fino ai tempi nostri. Rileva specialmente gli errori dei Novatori di questi ultimi tempi; fa vedere la contraddizione de' loro dogmi, e la fermezza sempre la stessa nella Chiesa Romana.

 

Più volte, come dissi, fatto aveva egli carico il Marchese D. Bernardo Tanucci, primo Ministro della Maestà del Sovrano, del danno non poco, che risultava alle Anime, ed allo Stato, per l'intromissione che in questo Regno facevasi dei libri empj; e che mancato non aveva il savio, e religioso Ministro darvi delle opportune provvidenze. Replicatamente, con rigorosissime pene, interdetto si vide l'introduzione di questi libri, e castigati i trasgressori, che osavano introdurli, e venderli ad ognuno.

Essendo per dar fuori l'anno 1772. questa Storia dell'Eresie, che intitolò Trionfo della Chiesa, non ad altri stimò presentarla, che al medesimo Marchese . "Non ho saputo a chi meglio dedicarla, ei dice, che a V. E., la quale stando sempre a lato del nostro Augustissimo Principe, ha mai sempre col medesimo zelato per gl'interessi della nostra


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Santa Religione, contro i miscredenti, e contro gl'errori da' medesimi in tanti loro libri vomitati".

Questo libro, come tutte l'altre sue opere, ebbe un sommo applauso. "Ben chiaramente traspare in quest'Opera, così Giulio Selvaggi, l'ardente impegno del detto Autore in promuovere gl'interessi della Religione, così tra miscredenti, dimostrando la falsità delle loro perniciose dottrine, come tra fedeli, nel rappresentare, e dimostrar loro la santità di quella Religione, che professano".

Similmente il Canonico D. Giuseppe Simioli, uomo ben noto nell'Italia per la sua profonda letteratura, sazio non vedevasi di leggere quest'opera, ed averla nelle mani. "In questo libro, così egli, Animum, ac mentem Religiosissimi Praesulis, veluti in tabula depictam intuitus sensi: quandoque fides, quandoque ingenium, semper pietas singulis elucet in partibus".

Non è che Alfonso si avvalse in quest'opera della sola confutazione dogmatica: illustra, e rende pregevole l'opera anche con altri suoi argomenti, e particolari riflessioni. "Ad calcem cum herectis, così il medesimo Canonico, sive antiquoribus, sive recentioribus congredi, confertis tum a veterum Commentariis, tum etiam ex privata sui ipsius sententia argumentis". Specialmente ha di mira Alfonso sostenere l'Infallibilità del Papa, e sua Potestà Suprema nella Chiesa; e mette in veduta, con ispecialtà gli errori di Cornelio Giansenio, e suoi seguaci, inimici giurati di Gesù - Cristo, e della sua Grazia.

 

Uopo è dire, che qualche disparità vi fu di parere, in quest'opera tra Alfonso, ed il Canonico Simioli, e per quello rilevasi da una sua lettera de' 22. Febbrajo 1772. al Rivisore Ecclesiastico Lorenzo Selvaggi, esser dovette di certo circa l'Infallibilità, e Suprema Podestà del Papa.

Essendo il Canonico di sentimento opposto, attaccato forse circa di questo all'opinione degl'Oltramontani, restìo vedevasi ad approvar l'opra. Imbarazzato dimostrossi il povero vecchio, anzi amareggiato, vedendosi contradetto, e non essendo nello stato di attaccar briga, e portarsi in Napoli per difendersi.
 "Dico la verità, così egli a Selvaggi, io non intendo dove possono cadere queste difficoltà. Mi dica il Signor Canonico come si ha da mettere, e quello si ha da levare, che in tutto sarà ubbidito. Gli spropositi del Padre Beruyer mi hanno trattenuto molto tempo per confutarli: ora sento sorgere difficoltà, ove meno me lo pensava. Tempus loquendi, et tempus obbediendi".

Rimettendosi, e fidando nell'integrità del Selvaggi, conchiude: "Se sia cosa di non molto momento quello, che si ha d'accomodare, lo faccia V. S. Illustrissima: intendo però, che non sia qualche punto delicato. Vi sono riflessioni, circa le quali niente m'importa, che si muti; ma vi sono certe risposte alle opposizioni, le quali pesano, se non piacciono, V. S. Illustrissima me lo


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avvisi, perché all'ultimo leveremo l'opposizione, e la risposta. Parlandosi della Podestà Suprema del Papa, io son pronto dar la vita per difenderla, perché tolta questa, io dico, che è perduta l'autorità della Chiesa".

 

In altro imbarazzo, e più grave ritrovossi per un altra sua opera. Tra questo tempo, e tra questi suoi anfratti anche pubblicò Alfonso, per comodo dei Parrochi, ed in istile Apostolico, il suo Domenicale. Applaudita venne quest'Opera dal ceto Ecclesiastico. Non avendo riguardo alla di lui modestia Monsignor Cervone, in quel tempo Regio Revisore, magnificando questo libro, così enfaticamente spiegossi colla Maestà del Sovrano: "Magni nominis, famaeque Antistes, qui ante Episcopale munus Divini Verbi semina late fudit per felicissimi Regni tui Provincias, nunc Ecclesiae inhaerens suae, ut praedicatione Divini Verbi Italis omnibus prodesse valeat, conciones suas typis consignat, Episcopus pietate, doctrinaque plane insignis.

 

Come dissi ebbe Alfonso per quest'opera non indifferente amarezza. Persona inimica di Dio, riferì nella Real Segreteria esservi cosa nelle Prediche, che dispiacer poteva al Sovrano. Quasi per un anno fu impedito, che l'opera non si pubblicasse. Affliggevasi Alfonso nello stato, in cui vedevasi di non potersi portare in Napoli.


Lo tolse d'impaccio bensì il medesimo Monsignor Cervone. Io fui chiamato, così egli a me in una sua, dal Marchese di Marco; e dimandandomi se in tale opera cosa ritrovato avessi, che non reggesse, avendoli aperto i miei sentimenti coerenti alla verità, ed al merito dello Scrittore, mi comandò, che avessi posto in carta, quanto a voce gli rappresentai.

Così si rese vana la cabala. L'Opera uscì fuori con compiacimento del Marchese, e con gloria di Alfonso, e produsse per ogni dove quel bene, che da esso si desiderava.

 

Sussieguono come appendici, in quest'Opera varie Lettere. La prima è indirizzata ad un Religioso, ove tratta del modo di predicare con semplicità apostolica, evitandosi, ed esecrandosi lo stile alto, e fiorito. E' diretta la seconda ad un Vescovo novello. In questa lo fa carico del grand'utile spirituale, che recano al popolo le sante Missioni; ed indirizza la terza ad un Giovane studioso, che sta per deliberare sopra l'elezione del proprio stato, mettendosi in veduta il gran profitto, che si ricava cogl'Esercizj spirituali fatti in solitudine, e con volontà di approfittarsene.

 

Abbiamo ancora tra questo tempo un aureo Opuscolo intitolato: La vera felicità dell'Uomo, o sia la sua Uniformità alla volontà di Dio. Quest'Opuscolo dir si può piuttosto inspirato, che meditato. Un'anima divota, vedendo il gran profitto sperimantato in se, ristampollo a proprie spese, e divulgollo da per tutto graziosamente.




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