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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 53 Alfonso dedica la sua Traduzione de' Salmi al Papa Clemente XIV e crescendo i travagli per la sua Congregazione, si sforza ajutarla colla penna, e coll'orazione.
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Cap. 53

Alfonso dedica la sua Traduzione de' Salmi al Papa Clemente XIV e crescendo

i travagli per la sua Congregazione, si sforza ajutarla colla penna, e coll'orazione.

 


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Hanno questo di proprio certe piante, e rendonsi singolari, che maturato un frutto, l'altro è comparso: così singolari rendevansi in Alfonso le sue produzioni, che non ancora uscita una dal torchio, vedevasi l'altra perfezionata. Avendo egli in veduta i travagli della Congregazione, non perdette di mira il bene della Chiesa. Considerando il poco frutto, che da tanti ricavasi dalla recita del Divino Officio, per la poca intelligenza de' Salmi, che perché non capiti, si precipitano senza riflessione, ne fece una traduzione italiana, rendendo i sensi più oscuri, i più chiari che potette.

 

Dedicò questa sua fatica nel 1774. anche a Clemente XIV. "Avendo io fatta la presente opera, così egli, in questi ultimi anni di mia vita, poiché sono già nella decrepità, ed aspetto da giorno in giorno la morte... ho stimato non poterla dedicare ad altri meglio che alla Santità vostra, che è Capo della Chiesa, e tiene in terra le veci di Gesù - Cristo. Spero che la Santità Sua, gradirà questa mia fatica, che può giovare a tutti coloro, che recitano il Divino Officio, tra quali ritrovansi molti, che poco intendono il linguaggio latino, il significato delle parole, e tanto meno il senso de' Salmi".

 

Quest'opera così scabrosa, ed in età così avanzata, fe stupire in Napoli i primi Letterati. Il Canonico Massa considerando l'ignoranza di tanti, ed encomiando il di lui zelo, dice, che occurrit Pietas, Sapientia, strenuus zelus, di Monsignor Liguori; e quel che è più, fractis jam pene viribus, aetate affecta, vigili Pastorali cura haud praepeditus; e che traducendo nell'Italiano i Salmi più oscuri, sensus, et latebras ita aperit, et revelat, ut puritati verbi Dei nihil detrahens, intellectum etiam legentibus praebeat, et cor.

 

Benedetto Cervone, di poi Vescovo dell'Aquila, anch'esso encomiando l'Opera; dice, che Alfonso, colle sue fatiche, si sforza andar incontro a quelle virtù, che si ammirarono ne' Vescovi della primitiva Chiesa: Clarissimus Alphonsus Ligorius Episcopus Agatensis, quaem norunt omnes, totis viribus, omnique contentione ad eas virtutes conniti, quibus veteres Episcopi, beatissimis Ecclesiae temporibus, floruerunt; che non contento aver sparsa la divina parola per tutte le Provincie del Regno, anche con tante opere date alle stampe, ut Christianos homines, a virtute abberrantes, in viam revocaret, revocatos confirmaret.

Si avanza,


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ei dice, d'aver così spiegati, e posto in chiaro con tanta sua industria, e pietà, i sensi oscuri de' Salmi, che se altro non avesse scritto a pro della Religione, e per la Disciplina della Chiesa, solo con quest'Opera è per meritarsi l'immortalità: Hos industria, et pietate quanta maxima explicavit, ut nisi tam multa, tamque utilia pro Religione, et Ecclesiae discipiina tantus Vir edidisset, hoc uno tamen Opusculo immortalitatem promereri possit.

Unì Alfonso, come appendice in quest'Opera, la sua dichiarazione del sistema, che teneva intorno alla regola delle azioni morali. Anche questa presentò ai piedi del Papa, per esserne corretto, se abbagliava.

 

In atto che tutto impiegavasi Alfonso per la gloria di Dio, e per lo bene dell'anime, accaniti il Barone, ed il Maffei, pietra non lasciavano da smovere a nostro danno. Credeva il Sarnelli, nel mezzo dell'asserite criminalità, poter conseguire quel podere, che non gli spettava; ed il Maffei, aguzzando la penna anch'esso, per superare l'impegno, carica i nostri con altro livore di nuovi sognati delitti.
Mi scrive il P. Corrado, così Alfonso al P. Villani, a 21. Aprile 74. "che il Barone ha cercato gli atti. Gesù Cristo lo assista, ed a noi ci doni pazienza". Ed al medesimo Padre: "Sento la nuova accusa fatta dall'amico, cioè Maffei, a' nostri Padri di Iliceto. Preghiamo il Signore, che lo faccia santo, e fidiamo nella misericordia di Dio, che egli ci ajuterà".

 

In quest'età il povero Vecchio, travagliato qual era, non mancò richiamare in se gli antichi spiriti del foro. Egli medesimo abbozzò la difesa. "Io ho fatto la risposta, così in data de' 2. Giugno 1774 al P. Villani, sopra i punti più principali. Questa mia risposta, dovendosi fare lo scritto, si darà in mano del Signor Celano, acciocché l'aggiusti a suo modo".

Tuttavolta tremava anch'esso. "Io fo fare orazioni da tutti, così al medesimo Padre, che ritrovavasi in Missione, a' 18. di Dicembre; fo dire delle Messe, e non più che fare. Celano va informando i Ministri; ma il pericolo è grande, ed imminente. Fate dire dal Popolo un Ave prima della predica, e fate fare orazione da Monasteri, e da tutti che potete. Le circostanze, soggiunge, sono tali, che mi fan temere la ruina di tutta la Congregazione".

La tempesta bensì non istimavala tanto contro i nostri, quanto contro di se, che erane capo, ed Istitutore. Scrivendo al Padre Majone, che assisteva in Napoli;
"Quando si parla a Ministri, scrisse, non serve a nominar la Congregazione; ma nominate me solamente, che sono l'unico, e principale in questa causa".

 

Coi mezzi divini non trascurò Alfonso anche gli umani. Scrisse, raccomandandosi a Ministri della Real Camera di S. Chiara; ne mancò interporvi presso di quelli persone autorevoli, e specialmente il Principe


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della Riccia. Scrivendo al Marchese Cito, già Presidente del Consiglio,

"Confido in Dio, disse, che V. Eccellenza ci abbia da liberare da questa persecuzione; e tengo di certo, che Iddio in questa, e nell'altra vita ce l'abbia da rimunerare. Io certamente in quest'opera, non ho avuto in idea acquistarmi il nome di Fondatore, ma di far solo un'opera di gusto a Dio; e già si è veduto, coll'esperienza di tanti anni, di quanta Divina Gloria ella è stata. Tengo per certo, che il Signore darà un gran premio a chi la difende".

 

Fece capitale ancora in queste emergenze, presso del Presidente Cito, dell'integerrimo Avvocato D. Nicolò Vivenzio, di presente Supremo Ministro nella Real Camera della Sommaria, anche in quel tempo tenuto in somma stima, per la sua probità, zelo, e dottrina, presso del Sovrano, e del Ministero. "Soprattutto prego, così al P. Majone, parlare con D. Nicolò Vivenzio, e pressarlo di voler parlare con il Presidente Cito. Certamente vale più una sua parlata col Presidente, e con Lione, che mille parlate di Celano, o di altri. Sicché bisogna accudire Vivenzio con tutta attenzione.


E soggiunge: io sto allegramente, perché mi pare, che la Madonna voglia certamente farci uscire salvi da questa tempesta. In tanto stiamo in mano di Gesù - Cristo, e preghiamolo, che ci faccia fare la sua maggior gloria".

 

Nel tempo istesso, che adopravasi scagionare i suoi presso il Ministero, non mancò, con una sua rappresentanza, far presente al Re, senz'offender veruno, l'innocente condotta de' suoi Congregati, le fatiche, che tutto giorno facevansi per la felicità del Regno, e quanto ossequioso si fosse alle sue Reali Determinazioni.
Soprattutto pose in veduta i sensi intimi dell'Augusto Carlo III. di lui Padre, che se questi riconoscere non intese per Comunità, o per Collegio le quattro Case, che in Regno si avevano, non è, che proibito avesse conviversi sotto un capo; anzi permise, che regolati si fossero i Missionarj con i proprj Statuti. Conchiuse, che volendo l'Augusto Re Carlo l'opera delle Missioni, con quel vantaggio desiderato, questa sussister non poteva, se ogni Soggetto vivuto fosse a proprio talento; e che le Case, anziché convitti di uomini Apostolici state sarebbero tanti ridotti di contrasti, e di inquietitudini, non già adunanze di persone impegnate per la gloria di Dio, per lo bene dell'anime, e per la felicità dello Stato.

 

Vedendosi il livore dei contraddittori, ed in pericolo la Congregazione di trovarsi soppressa, varie persone di riguardo interessate per il pubblico bene, anche esse si diedero a girare pel Ministero. Tra gli altri Monsignor Filomarino Vescovo di Caserta, piangendo, presentossi al Marchese di Marco, implorando la sua protezione.
Monsignor Bergamo Vescovo di Gaeta, in sentirne il travaglio, portandosi di persona in Napoli, fu dal Presidente Cito, e dai Consiglieri Paoletti, e Salomone,


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membri tutti e due della Real Camera di S. Chiara. Come facciamo noi poveri Vescovi, lor disse, se ci levate questa Congregazione. Così ci favorirono ancora Monsignor Testa, e Monsignor Sanseverino, l'uno Cappellano Maggiore, l'altro Confessore del Sovrano.

 

Circostanze per noi così funeste, sel figuri ognuno qual senso eran per fare in un Vecchio trafitto sul letto del dolore.

Abbracciandosi la Croce, pregava anche esso per i suoi crocifissori, sempre adorando i divini giudizj, ed inculcando a noi che si pregasse per quelli. Volendo meritare le divine misericordie sopra la Congregazione, animava i nostri alla sofferenza, e soprattutto all'osservanza delle Regole: macerava se stesso, ed animava anche gl'altri alla penitenza. Inculcò di nuovo la disciplina in comune il Lunedì, ed il Sabbato. Volendo ottenere la protezione di Maria Santissima, inculca il digiuno in suo onore. Ricorse alle Orazioni di varj Monasteri di Vergini, e ad altre anime sante.

Espose i nostri bisogni ai PP. Camaldolesi. Mandò in quegli Eremi quantità di cere, e che esposto il Venerabile, interessati si fossero con Gesù Sacramentato. A quest'effetto spesso spesso mandò in Napoli delle limosine a quelle Religiose, che diconsi le Cappuccinelle. Non eravi lettera a suoi penitenti o in Napoli, o altrove, in cui non inculcasse questa preghiera. Specialmente volle nelle nostre Case, che pregato si fosse, e detta un Ave ogni sera in comune per li nostri Contradittori.

 

Ai nostri, che assistevano in Napoli, inculca soprattutto, che tra i mezzi, per esser discolpati, evitati si fossero quei mezzi, ove potevaci essere offesa di Dio. "Soggiungo cosa di molto peso, così al P. Majone. Nella raccomandazione di Dame per la nostra causa, guardiamoci da qualche Dama, circa la quale può esserci sospetto offesa di Dio. Dio vuole, che ci ajutiamo con tutti i mezzi onesti, ma non con alcuno, dove può entrare incentivo, o sospetto di peccato. Così Dio ci ajuterà. V. R. ben mi capisce, senza che io mi spieghi di vantaggio". Ma col P. Corrado a voce spiegò più chiaro i suoi sentimenti.

 

Anche tra questo tempo diede in luce, in due tomi, le Vittorie di varj Martiri, volendo accendere nei cuori di tutti, cogli esempj di quelli, com'ei si spiega, maggior amore a Gesù - Cristo, e maggior zelo per la fede. Tale, e tanta ardenza in Alfonso, non finiva ammirare Benedetto Cervone, indi Vescovo dell'Aquila: Alphonsus de Ligorio, così egli, Episcopus Agathensis, integritate morum, intelligentia, vigilantia, liberalitate supra omnem soeculorum memoriam praedicandus, qui de gravissimo Animae negotio sollicitus, nihil eorum praetermittit, quibus sibi aliisque ad caelestem Patriam iter, aut patefacere possit, aut expedire.




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