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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap.59 Vigilanza, e sommo rigore di Alfonso colle donne traviate.
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Cap.59

Vigilanza, e sommo rigore di Alfonso colle donne traviate.

 


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Se furono di croce per Alfonso gli uomini cattivi, le meretrici lo tennero inchiodato. Considerando il gran male, che queste cagionar potevano nella Società, non trovava pace; e dir si deve, che quanto pietoso era egli verso di tutti, altrettanto, mutando natura, rendevasi crudo, e senza pietà verso di queste.

Grande è il numero di queste traviate. Anche con queste non mancava usarci ogni mezzo per vederle emendate. Informato del traviamento, chiamavale ancora dai confini della Diocesi, ammonivale, mettendo loro avanti l'offesa di Dio, ed un inferno eterno, anche le corporali conseguenze, e troppo cattive. Esibiva la sua protezione, ed il sovvenimento per le loro miserie. "Se peccano, diceva Monsignore, per non aver da vivere, impedito il peccato, sarebbe una disperazione per queste disgraziate, vedendosi abbandonate".

Essendo stato da lui il Governatore di Arienzo, disse, essersi già effettuata la carcerazione di una certa prostituta. Gloria Patri, rispose Monsignore, ma bisogna assegnarle qualche cosa. Quello che vi piace, disse il Governatore. E Monsignore, diamole un carlino. Quando è questo, ripigliò il Governatore, tutte le femmine si contentano di esser carcerate: Se le date una cinquina, può bastare. No, è poco, replicò Monsignore, diamole due cinquine. E' troppo, ripigliò il Governatore: una cinquina, e quello si procaccia colla fatica, può bastare. Si convenne per grana tre e mezzo.

Così Alfonso avvocava la causa di queste sventurate; impediva il peccato; e non lasciava cosa per esentarle, e ridurle a Gesù Cristo.

 

 Facendosi dai Nostri le Missioni in Diocesi, soprattutto raccomandò loro le male donne, offrendosi somministrar per quelle il necessario mantenimento. La rete del Demonio, ei diceva, con cui giornalmente guadagna soprattutto infinite Anime, sono questa peste di gente. Una che se ne converte, non è picciolo il guadagno. Accordate loro ciò che vogliono, e non badate ad interesse, purché da vero tolgono lo scandalo, e si danno a Dio.

Appena seppe che una donna incominciava a sentirsi in S. Maria a Vico, subito se la chiamò. Era questa di cattivissimo aspetto. In che la vide il Segretario, entra da Monsignore, e dice, che essendo più brutta della carestia, non era capace promuovere del male: "Sì, è vero, rispose lepidamente Monsignore, ma in tempo di carestia anche le cicute si mangiano". Avendola corretta, l'intimorì, e minacciolle il carcere. Protestandosi la poveretta non aver fatto del male, persuaso Alfonso, perché povera, licenziolla con un sussidio carirativo.


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Non è credibile quanto il suo zelo siasi in questo segnalato, e quanto male andassero con esso le ostinate nel peccato.

"Con uguale zelo, mi scrisse D. Tommaso Briganti, le medesime premure, che per li Preti, mi dava, anzi erano maggiori, per impedire ogni illecito commercio di donne scandalose, con giovani licenziosi. Monsignor Liguori, così il Vicario Rubino, fu il martello, ed il terrore delle meretrici. Che non fece in S. Agata, che in ogni luogo della Diocesi, e che non profuse per distoglierle dal peccato? Per questa genìa infame, non solo tenne in moto le corti locali, e i respettivi Baroni, ma i Tribunali, ed anche le Reali Secreterie".

 

Mezzo ordinario, per vederle ravvedute, ed impedire il peccato, erano le carceri. Tanto in S. Agata, che in altri luoghi della Diocesi, non essendovi carceri per le donne, ottenne da' Baroni, che fabbricate si fossero, o essendoci malconce, si viddero riattate. Anche in questo, volendo riparare all'onestà delle medesime, e di altre donne, ottenne, che a fianco del carcere destinate si fosse un'altra stanza, per abitarvi il carceriere colla moglie. Così si tolse quest'altra angustia, che anche tenevalo agitatissimo.

 

Non entro nel numero di queste sciagurate, perché ristucca. Dico bensì che raro era quel giorno, che le carceri vedevansi vuote.

"Monsignor Liguori, così attesta D. Carmine Jacuzio Scrivano, in quel tempo, nella corte di Arienzo, era il flagello delle bagascie. A sua richiesta, ora se ne carcerava una, ed ora un'altra; e spesso vedevasi arrestata più d'una nel medesimo carcere. Le mortificava, le trapazzava, e non badando ad interesse, anche mantenevale a sue spese. In mano sua voleva gli obblighi di volersi astenere dal mal fare, e con questi alla mano, facevasi forte coi Governatori; quietavasi, se non vedevale rimesse nelle carceri, e castigate con doppia mortificazione".

 

Vedendosi queste tali incorrigibili colle carceri, e recidive, non quietavasi Alfonso, se spiantate non vedevale da' paesi, e sfrattate dalla Diocesi. Strepitava coi Baroni, e tanto adopravasi che n'aveva l'intento.

"Signor Duca mio stimatissimo, così in una sua de' 18 Dicembre 1763 al Duca di Maddaloni, ho bisogno delle grazie di V. E., per togliere un grande scandalo, che vi è in Arienzo.

Ivi sta una certa giovane chiamata Maria Librera, la quale nell'anno scorso, dando scandalo, ebbe l'ordine dello sfratto; ma perché ricorse da me, e mi fece tante promesse di mutar vita, io trattenni far eseguire lo sfratto; e da quando in quando anche l'ho soccorsa, come meglio ho potuto. Ora sento, che è ritornata al vomito, e fa peggio di prima, avendo pratica con più persone; prego V. E. scrivere al Governatore, che senza indugio la faccia carcerare, e rinnovi l'ordine dello sfratto.
Come vedo, ora non vi è altro rimedio per levare questa peste da Arienzo. Spero senza


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meno questa grazia da V. E. Io per me non so più che farci. Solo V. E. può rimediare. Se ella non mi ajuta, io sarò discolpato avanti a Dio".

 

In Arpaja tre di queste infami ruinavano quella Terra, ed i vicini Casali. Assistito il Principe della Riccia da Monsignore, dopo esser state esemplarmente, e per lungo tempo castigate nelle carceri, obbligar si dovettero, sotto pena di perpetuo carcere, starne per tutta la lor vita, dieci miglia lontane da quel Feudo. Ritrovandole costumaci, non perdette tempo Alfonso in far ricorso al Principe. Di nuovo mortificate si videro con lungo carcere, ed indi esiliate a vita da tutti i Feudi del medesimo Principe.

 

In Arienzo, e propriamente nel cuore della Terra, una giovinastra, essendo piena di mali, oltre le anime, infettava anche i corpi. Per questa disgraziata pregò il Duca di Maddaloni di farla carcerare, e, mortificata, sbandirla da tutti i luoghi dello Stato. E' vero, scrisse, come dicono, che nelle Città grandi si permettono le Meretrici, per evitarsi maggiori mali; ma ne' piccioli Paesi, queste tali non possono affatto tollerarsi, perché una di loro basta ad infettare tutto il Paese. Come disse, così fu eseguito.

 

Anche in Arienzo fu intimato l'esilio ad una giovine. Questa essendo ricorsa da Monsignore, ed essendosi protestata con mille giuramenti mutar vita, Monsignore non solo sospese lo sfratto, ma benanche la soccorreva. Non mancò la miserabile ritornare al vomito; ed Alfonso rescrivendo al medesimo Duca di Maddaloni, disse: "Il male è incurabile, so più che farci: se ella non mi ajuta, io non più che farci avanti a Dio". Fu sfrattata la Donna, e non vi fu più riparo.

 

Scrivendo agli 11. di Ottobre 1767. al Conte di Cerreto Ajo, del Duchino di Maddaloni, così si spiega:

"Mi è occorso un fatto di molto mio dolore. Sappia V. E. che in Cologna, Casale di Santagata, vi era una zitella chiamata Carmina N. la quale prima era una divota figliuola, ma poi si è fatta una demonia, e tiene bottega aperta in quel Casale, dove è la ruina di tutti i Giovani de' Casali, ed anche di S. Agata, perché vi sono molti rivali, e gelosi fra di loro; e poco tempo fa vi fu una rissa strepitosa di percosse, e, come sento, anche di una archibuggiata. A tanto male solo V. E. può rimediarvi, con scrivere al Governatore, e farla esiliare per venti miglia lontano da Santagata. Così solamente può rimediarsi a tale scandalo, perché tutte le ammonizioni fatte, tutte sono state perdute".

Rileva anche al Conte, che questa peste di gente non è da tollerarsi ne' luoghi piccioli, perché collo scandalo, e col malaffare, è per ruinare tutta la popolazione. E soggiunge: "Io ne ho già parlato a D. Francesco Mustilli, ed al Governatore D. Nicolò Pisante; ma se questi non hanno


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l'oracolo di V. E. non faranno niente. Io per me non ho altra speranza, né mezzo in ciò, che il favore di V. E., che ha tanto zelo per la gloria di Dio, e per lo bene de' Vassalli dell'Eccellentissima sua Casa. Aspetto con premura le sue grazie, e resto con tutto l'ossequio umilmente dichiarandomi". Quanto chiese, tanto ottenne.

 

Non contento di ricorrere per tante ai Baroni, per altre fece capo dal Commissario di Campagna, in quel tempo D. Biagio Sanseverino. Non avendo vedute corrette nella terra di Arienzo tre di queste infami, col favore del Commissario ottenne, che bandite si fossero, dopo averle mortificate col carcere, venti miglia in distanza da quella Terra.

Questi, tra l'altro, una volta li rescrisse: "Acchiudo gli ordini per lo sfratto, ma piaccia a Dio, e non si faccia peggio. Anderanno in altra parte, dove, mancando il freno delle sue paterne ammonizioni, e senza la caritatevole assistenza delle sue continuate limosine, saranno più perniciose per le loro anime, e per quelle degli altri". Ognuno si guardi il suo, disse Alfonso: se sono castigate in ogni luogo, e discacciate da ogni parte, vedendosi abbandonate da tutti, e rese infami, così potranno aprir gli occhi, e lasciar il peccato.

Appartenendo rispettivamente la Diocesi a due Provincie, ajutavasi ancora col Tribunale di Montefusco. Altre provvidenze tralascio, per non dilungarmi.

 

Se tutte le Meretrici erano tante spine per Alfonso, le prostitute maritate erangli di doppia pena.

In Forchia di Arpaja due donne, una maritata, e l'altra zitella, avevano aperta bottega, e qualunque fossero le paterne cure di Alfonso, vieppiù rovinavano la gioventù. "Sono giunte a tal grado di sfrenata libidine, così egli al Principe della Riccia a 17. Febbraro 1770., che apportano un pubblico scandalo, con pericolo di sovvertire la gente dabbene, senza affatto speranza di emenda. Questa è una spina, che mi trafigge il cuore, e non potendo dar io riparo ad un tale gravissimo male, ricorro al valevolissimo braccio di V. E.

Supplico voler scrivere con tutto il calore a quel Governatore, che tratti, col carcere, e collo sfratto, evitare in tutto, e diradicare un tale scandalosissimo, e gravissimo disordine.

Prego perdonarmi, se così spesso l'infastidisco, perché non ho di chi altro fidarmi, a cui sia tanto a cuore la Gloria di Dio, quanto V. E".

Tutte e due, dopo un lungo carcere, ebbero lo sfratto da tutto lo Stato.

Partito per Spagna il Principe, e non venendo Alfonso assecondato nel suo zelo dal di lui Luogotenente, ajutavasi colle Reali Segreterie. Erano tali le circostanze, che per esserne a capo, vi necessitava il braccio del Re.

Una di queste sfacciate ruinava la gioventù in un Casale. Monsignore, avendoli posto l'occhio sopra, meditava come liberarsene. "Intorno a quella donna, scrisse al Parroco, come abbiamo discorso stamattina, voglio vedere di fare qualche cosa col Re. Ma bisogna che


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prima mi appurate tre, o quattro testimonj, che siano pronti a deporre la mala vita, che mena: altrimenti, se il Re manda, e niuno si esamina, resteremo bugiardi tutti e due".

Tutto fu eseguito e con Real carta la Donna fu carcerata, e poi bandita da tutta la Diocesi. Così liberossene di tante altre, con replicati Dispacci ai rispettivi tribunali.

 

Ripatriato, e non ancora avendo posto piede in Palazzo, il Principe in Napoli nel 1773., complimentandolo Alfonso a 21. Giugno, li fe presente lo scandalo di una certa Annuccia di Arpaja, con un uomo di Forchia, tutti e due maritati, che non ostante le reiterate ammonizioni, non desistevano dal peccato. "Prego, disse, voler scrivere un rigo al Signor D. Carlo Aceto, acciò in nome suo se li chiami, e con promessa, e con minacce li atterrisca".


 Ritornati questi al vomito, con altra sua de' 4. Luglio 1774. scrisse: "Che non facendo conto delle minacce, ed ammonizioni, dopo breve tempo ripigliato avevano l'antica pratica, e che più imperversati la seguivano. Io non posso ripararvi, rescrisse al Principe, perché ammogliati. Supplico V. E. degnarsi ordinare al Governatore, che si adoprasse, se non con castighi, almeno colla vigilanza, ed ammonizioni, a voler togliere tanta offesa di Dio, e ruina di tante Anime scandalizzate".

Ristretti tutti e due nelle carceri, vennero vessati in modo, che presero orrore al delitto, per mezzo della pena.

 

Non potendo con queste esser franco, come colle altre, avendo il sutterfugio de' mariti, o toleranti, o consentienti, doveva prima convertir questi, per ottenerne i ricorsi; e tante volte anche guadagnarli con danaro.

Avendo inteso, stando in Arienzo, che in S. Agata  una maritata, con doppio scandalo, e quasi per forza tirava gli uomini al peccato, avendo animato il marito a querelarla, scrisse tutto fuoco a quel Governadore; e col braccio di questo, avendola fatta arrestare, la tenne in carcere non per giorni, ma per più mesi.

 

"Sono stato informato, così al Parroco di S. Nicolò in S. Maria a Vico, che tre Giovani della vostra parrocchia stanno innamicati N. N., colla moglie di N., e costui sta a S. Maria di Loreto. Dippiù, alla Cimentara N. N. con un'altra maritata. Prego V. S. parlar loro, e lor fare una buona correzione; e vedere se me li potesse mandar qui, dopo averli corretti; ma questi difficilmente verranno da me. Almeno metta loro paura, che se lo fa il Vescovo, questo può darne parte al Re, e far venire una squadra da Montefusco, come ha fatto con altri. Facciamo quello che si può. La benedico, e resto".

 

Tante volte era tale lo scandalo, che meritavansi la forca il marito, e la moglie. In questo caso Alfonso tanto adopravasi coi Baroni, e Governatori, che otteneva quanto voleva.

"Fo partecipe a V. E., così al Duca di Maddaloni a' 14. Aprile 1767. come qui in Arienzo in


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mezzo alla Terra, e propriamente vicino al Palazzo dell'Eccellentissima Casa, vi è una mala donna nelle case di D. Camillo Lettieri, chiamata Antonia N., la quale, essendo piena di male, infetta le anime, ed i corpi de' poveri giovani vassalli di V. E. Onde sono a supplicarla voler mandar ordine al suo Governatore in Arienzo di carcerarla, e poi sbandirla lontana da tutti i luoghi dello Stato".

Facendosi l'obbjezione, che far potevali il Duca; cioè che le meretrici si permettono, per evitarsi mali maggiori, similmente si disbriga col dire, che ne' luoghi piccioli sono perniciosissime, e che fanno il tracollo delle famiglie. Prega, e conchiude: Ultimamente in fatti mi è riuscito col Sig. Principe della Riccia di far sbandire tre altre donne di questa condizione da un paese di sua giurisdizione; e lo stesso spero dalla bontà di V. E., e dal zelo che ha de' suoi vassalli.

 

Erasi situato in Airola un Cocchiere, avendo seco una donnaccia, chiamata Nicoletta, facendola credere sua moglie. Morto il Cocchiere, si diede questa in braccio a tutti. La gioventù vedevasi ruinata, e di notte, con scandalo di tutta la Città, portavasi cantando per le strade. Era incinta la donna.

Avendo saputo Monsignore lo scandalo, ed il gran male che operava, e che anche andava trovando modo per abortirsi, fe capo dal Governatore. Se ne sbrigò questi, che non eravi istanza di parti. Alfonso essendo ricorso dal Principe della Riccia, a 16. di Novembre 1770. quanto chiese, tanto ottenne. Arrestata la donna, fu posto in sicuro il parto; e sgravata che fu, se le diede lo sfratto dalla Città, e da tutto lo stato del Principe.

 

Lo sfratto di queste tali in senso di Monsignore non era una pena sufficiente, e che incutesse spavento nelle altre. Non contento di questo volevaci anche la frusta. Col braccio del Principe della Riccia, in che giunse in Diocesi, fece prima frustare per la Città di Airola una donnaccia, e poi sbandirla dallo Stato, e dalla Diocesi.

Mi attestò il Sacerdote D. Paolo Reale, che, mediante il braccio del medesimo Principe, anche due altre pubbliche Meretrici frustate si viddero in Airola, con sommo raccapriccio di altre sospette. Così un'altra forestiera, che, da anni ed anni, esercitava l'istesso mestiere, fu senza riparo anche frustata, e sbandita.

 

Vedevasi in afflizione, quando mancando alcune circostanze, ottener non poteva un tale intento. "Non sempre poteva ottener tutto, così il Primicerio D. Liborio Carfora, secondo il proprio desiderio":  "Lo sfratto alle cattive donne, così Alfonso in una sua al medesimo, non si può dare, molto meno la frusta, se non si prova, che vivono dissonestamente; ma queste pruove, con mio dolore, tante volte mi mancano, per i varj rispetti, che vi sono nel vicinato.

 

Era così interessato per quest'opera, che anche sapeva i luoghi ove si smaltivano tali merci. In Arienzo, portando seco in carrozza il


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Sacerdote D. Salvatore Tramontana, andando a predicare in una Chiesa, giunto che fu in un certo luogo, chiamato Cajanello, sospirando disse: "Ah Signore benedici con modo particolare questo luogo; e poi soggiunse; Qui ci stà un nido, e mo ci sto rimediando; ma che! se rimedio da una parte, il vizio ripullula in un'altra".

 

Tante volte, mi attestò il Vicario Rubino, pervenendoli notizia la mattina di qualche nuova sciagurata, non mettevasi tavola, se non vi si dava riparo. "Non sono cose queste, diceva Monsignore, che patiscono dilazione, si tratta di offesa di Dio, ed a noi incumbe impedirne anche un solo peccato". Appurata che aveva la tana, contesta il Canonico Verzella, non davasi pace, se non aveva la fiera tra le mani.

Prostituito aveva nella Parrocchia di S. Stefano un Padre iniquo due proprie figlie. Sapendolo Monsignore n'ebbe a morire. Impaziente, sul punto, chiama il proprio Parroco D. Felice Nuzzo, ed in vederlo, agitato li disse: Le Martolelle, che fanno nella masseria di D. Pietro Papa. D. Pietro, disse il Parroco, ne ha discacciato il Padre, e le figlie. Ma adesso ove sono, tutto commosso ripigliò Monsignore. Forse, rispose quegli, nella Parrocchia di S. Agnese. Impaziente sul punto chiama anche quel Parroco D. Francesco Ferrara, e dicendoli questi, che ritrovavansi le zitelle nella Parrocchia di S. Felice, anche nell'istante chiama quell'altro Parroco D. Simone di Lucia. Avendo appurato la casa, ove abitavano, incaricollo per la loro custodia.

Non contento di questo, industriossi Alfonso per far maritare la prima, dandole ancora docati dieci per sussidio: così maritò anche la seconda; e pose in sicuro altre due sorelle, contribuendo loro un tanto il mese per mezzo del Sostituto della medesima Parrocchia D. Aniello Sgambati.

 

Avendo saputo, che altra donna in Arienzo, vivendo lontana dal marito, ruinava un mezzo mondo, mandò subito il Secretario dal Governatore, ma non avendolo questi ritrovato, non vi fece ritorno. Cercando Monsignore che provvidenza erasi data, scusossi il Secretario, che non avendolo ritrovato, non aveva avuto tempo di ritornarvi. Non è credibile l'afflizione, che sperimentò Alfonso per questa trascuraggine.
"D. Felice, dissegli, ma tutto risentito, trattandosi di offesa di Dio, si lascia tutto, per impedire il peccato". In fretta mandollo di nuovo al Governatore; e non ebbe pace, se non vide la donna arrestata, e ristretta nelle carceri. Eravi presente Monsignor Rossi Vescovo d'Ischia. Ammirando questi il suo zelo, "così è, disse rivolto a taluni, Monsignor Liguori è un santo, ed è tanto il suo zelo, che non vi è chi possa uguagliarlo".

 

Un giorno, essendo entrato da Lui il Vicario Rubino, in atto che sopra del suo lettino stava mangiando, abbiamo novità li disse. Una donna forestiera ha posto bottega in Arienzo. Una sola, ripigliò


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lepidamente Monsignore, saranno di più. Queste mercantesse non vanno mai sole. Sembrò al Vicario, ed al Secretario non averli fatto senso, ma non fu così. Col boccone alla gola, avendo licenziati i familiari, immediatamente, avendosi chiamato il Fratello Francescantonio, scrisse di fuoco al Conte di Cerreto, riscontrandolo dello scandalo, e pregandolo voler mandar la squadra, per sbandir da Arienzo quella sciagurata. In risposta non passò la sera, si videro quattro soldati, e sfrattata quella disgraziata, con edificazione di tutti.

 

Rendevasi sopratutto inesorabile con quelle tali, che, addottrinate nel mestiere, rendevasi maestre alle altre.

Una di queste in Arienzo, avendo più donne a sua divozione, dava luogo a forestieri, e specialmente a soldati. Più volte Alfonso, ma inutilmente, avevala posta in braccio alla Corte.

Vedendola incorrigibile, disgraziata, le disse un giorno, tu non la vuoi finire, ma la finirà Iddio. Morirai dannata, e farai un fine tragico, ed infelice. Tanto attestano il Parroco D. Francescantonio Ferrara, ed il suo sostituto D. Agnello Sgambati.
Volendo sfuggire la disgraziata esser ristretta nelle carceri, vedevasi anche nel cuore dell'inverno andar fuggiasca per sopra i monti di Arienzo, e tante volte dormire sotto le olive, e nelle selve. Calava bensì di notte, volendo negoziare col suo drudo. Anche questi veniva minacciato di carcere da Monsignore. Ritrovandosi una sera, verso le due della notte, giuocando con altri dentro un cellajo, in vederla, per non farsi conoscere aderente, finse discacciarla, inseguendola, e lanciandole delle pietre. Fuggendo la miserabile, ruinò in uno scavo profondo, non meno di palmi novanta. Chiama, ma non fu soccorsa dalla propria figlia, ed ivi abbandonata, vi lasciò la vita.

Monsignore, a terrore delle altre, con tre torce di pece, mandolla a seppellire entro un letamajo.

 

Fu sempre tale in Alfonso la sollecitudine per queste donne meretrici, e fu costante fino agl'ultimi giorni, che residette nel Vescovado. Il Signor Brigante, mi fa capitare da Francavilla la seguente lettera in data de' 12. di Marzo del 1774. inviatali in S. Agata, essendovi Governatore. "Sento, che in S. Agata, vi sta la figlia di N. N. per nome Caterina, la quale con grandissimo scandalo del pubblico, seguita più attacchi; che ultimamente anche proruppe in esecrande bestemmie, con parole, e con fatti; e quel ch'è peggio, mi costa che quasi per forza tira gl'uomini a seco peccare. Prego V. S. Illustrissima a darle un condegno castigo, giacché sento, che suo marito è pronto a querelarla d'adulterio. Ristretta nelle carceri, ebbe lungo tempo da poter piangere i suoi peccati, e non uscì, che mortificata, ed emendata".

 

Quest'opera delle meretrici non costò poco a Monsignor Liguori. Oltre una sollecitudine continua, che tenevali agitato lo spirito, interessavalo di molto. Non solo tener doveva regalati, come dissi i Governatori con


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cioccolata, ed altri regali, e ben pagati i Subalterni de' Tribunali, ma aver doveva a sua divozione anche i birri. Con questi ci volevano pezzi grossi, e non dolci; e per impedire il peccato vi consumava buona parte delle sue rendite.

Egli medesimo Monsignore parlando un giorno col Sacerdote D. Salvatore Tramontana: "Non è poco, disse, il danaro, che ho fatto procacciare ai birri per le male donne. Credetemi, che vi ho consumato de' bei quattrini. Dolevasi però, che questi tante volte prendevansi la mancia, e teneveno avvisato chi dovevano carcerare". Anch'essi i medesimi soldati decantavano il suo zelo.

"Non potete credere, disse uno di questi in Napoli al medesimo Tramontana, quanti peccati ha impediti Monsignor Liguori, e quanti scandali ha tolti in quella Diocesi".




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