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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 70 Fermezza di Alfonso per non veder pregiudicati ne' Successori i diritti della Mensa, e sua sollecitudine per vantaggiarne i fondi.
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Cap. 70

Fermezza di Alfonso per non veder pregiudicati ne' Successori i diritti della Mensa, e sua sollecitudine per vantaggiarne i fondi.

 


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Ancorché così alieno fosse Alfonso da qualunque interesse, non era tale però, ove anche in menoma cosa pregiudicati vedesse i diritti della Mensa. In questo era egli occulatissimo, e non era per cedere cosa alcuna.


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Vedendo presentarsi nella Vigilia di Natale, giunto in S. Agata, quattro capponi per ciascheduno da Parrochi, e Beneficiati, come anche da Monasteri, credendoli spontanea regalia, non volle riceverli. Saputo il rifiuto, portossi subito da lui l'Arcidiacono Rainone, facendoli presente, con documenti alla mano, non esser quella una spontanea regalia, ma capo di rendita spettante alla Mensa, e rifiutandoli, pregiudicava i successori. Non solo li ammise, ma li volle in seguito. Volendone fare un capitale, appaltò subito un polliere, per averne in danaro il valsente. Quest'è un piatto per li poveri, e non per noi, graziosamente dir soleva ai suoi, che non siamo galantuomini.

Un giorno D. Pasquale Diodati, Parroco di Bucciano, non so, li disse, d'onde rilevasi questo tributo de' capponi: così dicendo dava ad intendere, che poca voglia aveva di mandarceli. Questo sta notato, rispose Monsignore, ed io non posso pregiudicare i miei Successori. Non sarebbe meglio, ripigliò D. Pasquale, che dal Parroco se ne facesse limosina. Monsignore capendo il mistero, disse, La limosina la io. Il meglio che potete fare si è, mandatemi i tarì, e tenetevi i Capponi.

 

Gli Arcipreti, e Parrochi, i Capi de' Collegj, e Superiori de' Monasteri, prestando ubbidienza il giorno di Maria Assunta, portar dovevano al Vescovo in signum subjectionis, un regalo di presciutti, caciocavalli, e polli, ed il Vescovo, in quel giorno doveva loro dar tavola. Gli antecessori, avendo tolto il pranzo, tassato avevano in danaro, ma eccedente il regalo, questa forzosa regalia, poco curandosi, se loro prestavasi, o no la dovuta ubbidienza. Alfonso, informato del netto, volle l'ubbidienza, e non il denaro, ma perché esorbitante il tassato, volle che ad arbitrio prestato si fosse da ognuno una discreta regalia.

 

In tutti i Venerdì di Marzo eran soliti i PP. Domenicani di S. Maria a Vico mandare al Vescovo un regalo di pesci, ed a quindeci di Agosto rotola quindeci di vitella. Avendo Alfonso negato a quel Priore la facoltà di ricevere le Confessioni, anche questi negolli le solite prestazioni. Alfonso diligenziando l'Archivio era per incamminarsi, ma non fecene più parola non trovando ragione per la Mensa.
Sono tenuti per ogni fuoco i naturali di Bagnoli mandare ogni anno una gallina al Vescovo. Monsignore non sapendo come, e perché una tale prestazione, rilasciavala specialmente ai poveretti. Tant'è togliere, ei diceva, una gallina ad una poveretta, quanto strapparle una costata.  

 

Ove poi l'interesse era certo, e non ad arbitrio, sosteneva egli il diritto della Mensa. Essendo cascata una certa quantità di pietre, ed arena in una masseria della medesima, e preintendendo che i Santagatesi volevano farsi padroni così dell'arena, come del monte, scrisse subito, ma con calore al Signor D. Francesco Mustillo, Luogotenente del Duca di Maddaloni,


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volersi degnare far emanare i bandi, acciò nessuno ardisse intromettersi senza sua espressa licenza.

Essendosi in Napoli proibite le decime, che non fece per sostenerne il pagamento. Comparve ne' Regj Tribunali, difendendo i diritti suoi e de' Parrochi. Sgridò quei Parrochi, che in questo vedevansi lenti, e facevali carichi del giuramento, che dato avevano di sostenere li jussi della Chiesa. Minacciò la sua indignazione se, per non interessarsi, eran lenti a difenderli. Ottenne, se non altro, che continuate si fossero, specialmente in S. Maria a Vico, durante la fabbrica della Chiesa Parrocchiale da esso intrapresa.

 

Richiesto dall'Economo della Mensa l'Arciprete di Durazzano delle tomole quindeci di grano, che come quarta ab antico spettavano a Vescovo, disse, non esser tenuto, essendosi inibito a coloni da quel Governatore il pagamento delle decime.
"Mi meraviglio, così Alfonso a 26. Agosto 1773. come V. S. può scordarsi dell'obbligo suo, avendo dato in giuramento di difendere li jussi della sua Chiesa. Sarà forse per non spendervi qualche carlino, o per isfuggire di pagare la quarta alla Mensa; ma ella è obbligata, quando non le riesce esiger colle buone, fare, come ha fatto l'Arciprete di Frasso, che si ha spedite le provvisioni, ed esige la decima, perché io in ogni conto voglio mi si paghi la quarta, che mi è dovuta".

 

Essendosegli riferito, aver impedito l'Eletto di Arienzo, con pregiudizio della Mensa, che si pagassero le solite decime ai Parrochi, egli a 28. di Agosto 1773. scrisse subito a quei Parrochi, che solleciti si portassero in Napoli, e procurate si avessero le provvisioni nel Sacro Regio Consiglio; e soggiunse "Se l'Eletto, o altri impediranno esigerle, resterà a carico mio farle pagare. Io in coscienza sono tenuto difendere li jussi della Mensa, e facciano sentire, che quando la pretenzione è giusta, sono inteso dalla Corte".

 

Non avendo voluto l'Arciprete di Durazzanoajutarsi in Napoli, né dare le tomola quindeci di grano alla Mensa, Alfonso si vide in obbligo nel 1774. attaccarlo in Benevento presso il Metropolitano. Restò indeciso il giudizio, avendo egli rinunciato il Vescovado. Tuttavolta, avendo a cuore il dritto della Mensa, non mancò farne carico Monsignor Rossi, quando giunse in S. Agata, delle ragioni, che l'assistevano.

"L'Arciprete ha fatto dichiarare non esser debitore alla Mensa, così a 27. Giugno 1779. ma appurandosi i fatti, senza dubbio è tenuto. Io avevali preso le giuste misure nella Curia di Benevento, ma avendo fatto la rinuncia del Vescovado, non ho potuto far chiarire le ragioni. La somma importa da trenta ducati l'anno, e non è ragione lasciarne defraudata la povera Mensa".

 

Essendo stata caricata più del solito dai Reggimentarj di S. Agata


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la Mensa Vescovile per la colletta catastale, Alfonso se ne risentì. Non essendone sgravato, ricorrette in Regia Camera. Furono così patenti le sue ragioni, e si ebbe tal rispetto per lui, che non si deferì punto da quei Ministri, a favore dell'Università". Ciò che si toglie a Monsignor Liguori, si disse, si toglie ai poveri".

 

Questi erano passi violenti per Alfonso, e non davali, che astretto dalla necessità. Era egli inimicissimo di litigi, e se venne a questo coll'anzidetto Arciprete non fu, che perché quello era duro, ed egli vedevasi tenuto in coscienza. "Oh quante cose Monsignore superò con altri, mi scrisse l'Arcidiacono Rainone, colle belle maniere, e collo spirito di Gesù Cristo. Insorgendo difficoltà litigiosa, è meglio, soleva egli dire, un male accomodo, che un buon litigio".

Anche coll'Arciprete suddetto, che non fece per ridurlo colle buone? Avendoli scritto volersi abboccare per componere amichevolmente le cose, né rispose, né vi andiede. Alfonso con umiltà, tra l'altro li rescrisse: "Non  si trova qui la carrozza, che ve l'avrei mandata, onde prego a venire. Non essendosi l'Arciprete dato per inteso, se si incamminò col Metropolitano, nol fece, che spinto dallo scrupolo, e dalla dura necessità.

 

Controversia era insorta tra Monsignore, ed il Duca di Maddaloni per l'erbaggio, e bagliva di Bagnoli, già feudo della Mensa. Erano due anni, che impedito venivali il possesso. Si oppose Alfonso con petto apostolico.

"Io sono obbligato, così a 30. Ottobre 1765., a D. Andrea Mustillo Agente del Duca, difendere le robe della Mensa, che come Baronessa possiede l'uno, e l'altro jus, cioè del pascolo, e della bagliva, e prego V. S. Illustrissima voler avvisare gli Officiali del Duca a non far violenza, perché io in ciò non posso cedere senza ragione chiara. Essendo io obbligato in coscienza difendere il jus della Mensa, se vedo violenza, ricorrerò subito alla Reggenza, e spero non farmi far torto".

In un'altra de' 13. Gennaro 1766. "Io se potessi accomodarmi la coscienza sopra quest'intrigo, cederei, e non ne parlerei più. Dio sa qual'orrore mi il litigare: al sentire solamente il nome di lite tremo. Ma come vogli fare, se mi trovo sopra il giuramento di mantenere li jussi della Chiesa". Anche fece capo al Conte di Cerreto, Ajo del Duchino, morto il padre. Io mi sento afflitto, così a' 14. di Gennaro dell'anno susseguente, dallo scrupolo di coscienza, che mi rimorde, che se non fosse per tale scrupolo, io forse non ne parlerei più per non rendermi importuno con V. E".

 

Colla fortezza unì ancora Alfonso la prudenza. Avendo il Conte della somma venerazione per esso. Alfonso volendo sopraffarlo in gentilezza, rimise le sue ragioni ad uno degli Avvocati del medesimo Duca. Soddisfatto di tanta polizia il Conte, scrisse al suo Agente


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D. Andrea Mustillo, che si osservasse il solito, e si rimborsasse a Monsignore anche l'attrasso.

 

Cosa bella era poi in varj rincontri vedersi combatter in Monsignore l'interesse col disinteresse, o sia la giustizia con la carità. Taluni avendo attrassato con mendicati pretesti varj censi, che spettavano alla Mensa, egli non mancò astringerli con replicate provvisioni o del Consiglio, o della Vicaria. Assodato il pagamento, vedendo che erano poveretti, e che cercavano pietà, non solo rilasciava l'attrasso, ma rimborsava loro la spesa già fatta. Non premeva l'interesse suo, ma quello de' successori.

 

Vedevasi in attrasso colla Mensa un Gentiluomo, ma povero, e carico di figli, circa ducati dodeci di censo. Vedendosi stretto dall'Economo, raccomandossi alla vedova D. Caterina Lucca, gentildonna, come dissi, confidente di Alfonso, ma avanzata di età, e timorata di Dio. Avendoli questa esposto lo stato del Gentiluomo, volentieri rilasciolli i ducati dodeci; e riflettendo alla strettezza in cui vivea, che vogliamo assegnarli, disse; ed assegnolli un mezzetto di grano ogni mese. Ogni anno però voleva, per non attrassarsi il dritto, che dall'Economo astretto si fosse a pagar il canone; ma avendo il denaro nelle mani, rilasciavacelo per limosina. Così salvava il dritto della Mensa a' Successori, e soddisfar soleva a quello della carità, come proprio interesse.

 

Quanto Alfonso era ritenuto nel voler profittare per se, altrettanto vedevasi sollecito per vantaggiare a successori i corpi della Mensa. Ne' primi tempi, che giunse in S. Agata, vedendo che questa godeva molti poderi, sollecito si vide, che non scapitassero. Ove mancavano le olive, voleva si riponessero; ogni anno supplir faceva viti, olmi, e pioppi già secchi; ed essendovi spazio non curato, voleva se ne aumentasse il numero. Vedendosi lesionato, come dissi, un quarto dell'Episcopio, chiamò subito da Napoli i due soliti Architetti, e non vi spese, volendo riparare un maggior danno, che da seicento, e più ducati. Anche rinforzò il travamento del salone, avendo inteso, che pativa.

 

Essendo lesionata una Casa della Mensa, che censuata tenevasi da un certo Stasi, e non curando quello riattarla, insisteva Monsignore, che peggiorando, perdevasi dalla Mensa l'annuo censo. "Io sto collo scrupolo, scrisse al Primicerio Petti, e più presto voglio spenderci io quello, che bisogna per rifare la casa, che abbassar il censo, né voglio per questo restar inquieto.

 

Non solo premevali che i fondi non deteriorassero, ma anche cercava che si rendessero più vantaggiosi. Conoscendo esser in voga l'industria della seta in S. Agata, e che ricercava questa molta fronda di mori, volle che di questi si moltiplicassero gli arbori, e cercò parere


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se più rendevano i mori bianchi, o i neri. Vedendo sfornito di arbori il giardino adjacente all'Episcopio, in che vi giunse, come dissi, vi fe piantare quantità di agrumi.




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