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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 3
    • Cap. 72 Penitenza di Alfonso, e strazio di sé medesimo.
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Cap. 72

Penitenza di Alfonso, e strazio di sé medesimo.

 


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Non è che Alfonso si scaricasse innanzi a Dio de' peccato altrui, con vederli castigati nei colpevoli. Aveva di mira lo zelo di Gesù - Cristo, che caricò se stesso de' peccati del Mondo, e che come reo soddisfaceva nel proprio corpo, quanto gli altri eran tenuti alla divina giustizia. Così addossandosi anch'esso i peccati altrui, castigavali nella propria carne, per meritare ai suoi figli quel perdono, che essi medesimi meritar non potevano. La vita istessa avrebbe egli dato per impedire il peccato, o per liberare il suo popolo, vedendo Iddio irritato, da qualunque castigo. Tal'è il carattere del Divin Redentore, e di questo non fu esente Alfonso Liguori.

 

Non lasciò mai disciplinarsi, e battersi giornalmente fino al sangue, e facevalo così dentro, che fuori di casa. Testimonj di questa continuata carneficina ne sono stati fin oggi le mura del suo camerino, e sarebbero tuttavia, se Monsignor Rossi suo successore non vi avesse fatto replicare più mani di bianco.
Voleva Monsignore, per occultare le sue penitenze, che i suoi calzonetti, perchè intrisi di sangue, si fossero puliti dal Fratello Laico, e non si fossero dati alla lavandaja, ma quegli li affidava a D. Caterina Lucca, gentildonna confidente, e di età avanzata. Attesta questa Signora, e sono sue le espressioni, che vedevansi così rigati di sangue, come se scorsi vi fossero tanti rivoli di fontana. Confidò alla medesima lo stesso Fratello Laico, che Monsignore ogni settimana battevasi due volte a vivo sangue.

 

Il P. Maestro Gian Domenico Eanti Lombardo, Priore del Convento di Durazzano, essendo venuto per l'esame, che doveva tenersi, dormì nella stanza, che dava di fianco a quella di Monsignore. Sbrigato l'esame una sera, benché tardi, volle partire, pregato a restarsene, me ne voglio andare, disse, ancorché sia mezza notte, non fidandomi più sentire la carneficina di questo povero vecchio.

 

I  giorni segnalati però, per maggiormente crocifiggersi, come giorni per ottenere da Dio sopra di se, e sopra il suo Popolo, grazie maggiori, erano le vigilie, che precedono le feste di Gesù Cristo, e quelle della Vergine, o di altri suoi Santi Protettori. In queste vigilie per ordinario flaggellavasi con varj strumenti, e specialmente di funicelle armate di stelletti di acciajo ben affilati. Così Monsignore martorava


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anche se stesso ne' giorni di maggior offesa di Dio, come nel Carnovale, o in simili giornate di stravizzo per il Popolo. Anche a motivo di penitenza non si radeva mai la barba, ma come dissi, accortavasela esso stesso con una forbice.

 

Oltre del flaggellarsi, aveva ancora alla mano altri ordigni, come cardi, cilizj di crino armati di punte di ferro, crocette anche di punte per le spalle. Le braccia, e le coscie martoravale con catenette pungenti. Vedevasi, stando seduto, contorcersi e non trovar sito sulla sedia, e volendosi alzare, stentarci e patirci non poco. Saressimo al bujo delle particolarità di questi strumenti, se la curiosità di taluni non ce l'avesse manifestate.

"Io che ho avuto l'onore di servirlo, e trattarlo con filiale confidenza, così il Canonico Michella, furtivamente osservai tutto dentro un cassettino, che Monsignore teneva chiuso con chiave sotto del letto, e tutto mi fece orrore in solo vederlo".

 

Non è, che queste giornaliere penitenze le praticasse Alfonso stando ritirato nel proprio palazzo. Come dissi, ovunque trovavasi, o in Visita, o per altri affari, non mancava crocifiggersi, e malmenarsi.

Attesta D. Giuseppe Razzano, che essendo nella Visita in Durazzano, una sera li disse, vediamoci dopo la predica. Fu così pronto il Razzani, che entrò nella stanza in atto, che stavasi cambiando, e quantunque Monsignore fosse stato sollecito in ricoprirsi, osservò sulle nude carni un cilizio più di un palmo largo, e con quello indosso aveva tirata la Predica. Questo non era noto al Fratello Francescantonio, né al servitore Alessio, benché ci stessero oculati; e sentendo tal cosa dal Razzano, ammirato il Fratello Francescantonio, disse: Voi avete scoverto quello, che io non ancora aveva osservato.

 

Minestra, e lesso, tassò da principio per suo vitto. Questo stabilimento però, se si fissò in tabella, non passò in cucina. Non mancavano pretesti per privarsi del lesso, e per lo più contentavasi della minestra, e poche frutta, e talvolta minestra, e qualche pesciolino. Lavori di pasta, bocconotti saporiti, tutto era interdetto per esso. Mi attestò il Vicario Rubbini, che per varj anni non si cibò, che una volta al giorno.

Ci fu tempo, ed anche di anni, che quasi sempre mangiava di magro. Ridusse a tal miseria il suo vitto, che a stento tirava la vita. Non potendo il corpo mantenersi con un vitto così tenue, vedevasi languido, ed abbattuto. Vedendolo i Medici mal ridotto, attesta il Sacerdote D. Virgilio Cimino, che fu anche suo Segretario, ordinarono al Fratello Laico, che almeno la sola minestra condita si fosse col brodo di carne. Così si fece, dandoseli a capire, che fosse colla manteca, e non colla carne.

Una mattina essendomi trovato a tavola con lui, mi scrisse il P. Buonopane, altro non prese, che un poco di pan cotto, ed una braciuola, ma dal Vicario, ed altri commensali si ebbero due minestre col dippiù


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altrove divisato.

Era anche giornalmente attossicato questo stentato vitto da erbe amarissime, come centaura, aloe, e simili. I suoi avanzi di tavola erano così amari, che rifiutavansi da' gatti, non che dai poveri. Anche tra 'l giorno non mancava masticarne, per tener amareggiato il palato; e n'era così provveduto, che, entrandosi nella sua stanza, sentivasene l'ingrato odore.

 

Non altrimenti costumava, ritrovandosi di passaggio in casa di qualche Gentiluomo. Digiuno mettevasi a tavola, e digiuno alzavasi. Ingannava in modo la comitiva, che quasi nulla toccava di quello se li presentava, e quel poco, sapevalo con detrezza anche condire così suoi soliti amaricanti.

Attesta D. Giovanni Manco, che avendolo avuto in casa sua, per la monacazione di due sorelle, lauto che fu il pranzo, non restò che digiuno. Ora sminuzzava, e non toccava i piatti, ed ora spassandosi, e dando de' bocconi a qualche cagnolino; e credendo non esser veduto, stando una pianta di assenzio sulla loggia, passeggiando se ne provvide, e ne gustava i bocconi.

 

Non mangiava, che da condannato. Salsa, o insipida che fosse quella misera cosa, che spettavali, non davasi pena. Tutto era ben condito per monsignor Liguori. In tanti anni, che fu Vescovo non ci fu caso, che lagnato si fosse di cosa mal preparata, e non vi mancavano degli incidenti.

Una mattina, standosi a tavola, cercò da bere: il servitore in vece del vino, prese il piretto dell'aceto: bevette Monsignore senza neppure dimostrare col volto alcun dispiacere. Contemporaneamente chiese da bere anche il Vicario: non tosto l'ebbe toccato, che montato in furia si alza, e scarica al servitore un mondo di male parole. Era aceto, e non vino. Monsignore non finiva di ridere scusando il servitore.
Un'altra sera, mangiando sul letto, essendo già storpio, li accadde lo stesso. Era ben forte l'aceto, perché tale si era cercato ad una Gentildonna. Monsignore bevette, e tacque. Solo la mattina disse al servidore, non mi date quel vino di jeri sera, perché mi pare acido.

 

Avendo in mira Monsignore di piangere i peccati suoi, e quelli del popolo, non eravi cosa, innocente che fosse, mi disse l'Arcidiacono Rainone, che non facevane un'offerta al Crocefisso. Gradiva egli le frutta verdi, e ne faceva uso come medicamento, menando vita sedentaria. Non mancava il fratello D. Ercole provvederlo delle prime, che uscivano in Napoli; ma Alfonso con disinvoltura ne faceva regalo alle nuove Monache del Redentore. Così faceva, se mandavansi dal medesimo pesci preziosi, o avesse dei dolci, ed altre cose di piacere dalle Monache sue parenti.

 

In Palazzo interdisse anche nelle stanze degli altri un qualche uccellino in gabbia; La casa del vescovo, soleva dire, non è casa di piacere, ma di penitenza. Avevasi procurato il Segretario D. Felice,


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un Canario. Corrispondeva la stanza alla Cappella, ove Monsignore celebrava: essendosene accorto dal canto, lo stimò come cosa inconveniente. Andando a dir Messa, entra nella stanza, come per chiamarlo, e guardando la gabbia, Questo bisogna levarlo, disse: Voi non sapete che per niente muojono, e quando muore uno di questi, tale afflizione, che crucia il cuore anche per settimane.

 

Si sa, che, stando in Congregazione, soleva talvolta dopo pranzo toccare il cembalo nella stanza comune, massime se vi erano Chierici, per dar loro il tuono delle sue canzoni. In questo vi aveva del piacere. Fatto Vescovo ci diede un solenne addio.

In Nocera, prima di partire per S. Agata, fu richiesto dal Sacerdote D. Giuseppe Messina se portavasi il cembalo: Oh che scandalo, rispose Alfonso, il Vescovo suonar il cembalo! si direbbe che Monsignore in vece di pensare alla Diocesi, se la spassa a suonare. I divertimenti di chi è Vescovo, sono il dar udienza a tutti, accogliere i Poveri, e far orazione, non già il cembalo.

Avendo fatto trasportare in Palazzo il cembalo del Mastro di Cappella del Seminario, servendo a D. Alessandro Speranza, per mettere in nota la canzone di S. Giuseppe, ancorché se li vedesse in faccia la propensione, non per questo si mosse a toccarlo.

Ci fu chi li offerse alcuni canarj, con un saletto sbrigandosene, disse: Quest'altra passione ci mancava; poi muojono, e dobbiamo affliggerci anche per questo.

 

Era Monsignore delicatissimo di stomaco, ma col continuo esercizio l'accomodò al male, ed al bene. Ritrovandosi a letto, e standoli a fianco il Canonico d'Ambrosio, venuto il caffè, si prese la confidenza di ministrarcelo. A tempo essendo caduta una mosca, il Canonico era per buttare quella porzione di caffè, che posto aveva nella tazza, Voi che fate, disse Monsignore; e dicendo il Canonico, che eravi caduta una mosca, non è niente, disse; ed avendola levata esso medesimo colla punta del dito, fe uso del caffè, senza dimostrarne nausea.

 

Pativa, e soffriva di continuo, perché travagliato da varie indisposizioni, ma soffriva tutto costantemente in ispirito di penitenza; né si vide mai, toltone ciocché se li ordinava da' Medici, che cercato avesse cosa di suo sollievo.

Vedendolo patire, per una forte emicrania, il P. Maestro Caputo, disse volergli far l'acqua di S. Vincenzo Ferreri, confidando che il Santo, o l'avrebbe liberato, o alleviato un tanto travaglio. Per sì poca cosa, rispose Monsignore, vogliamo incomodare S. Vincenzo: dovendosi incomodare: preghiamolo per la salute dell'anima, e per un buon passaggio all'eternità. Questo che patisco è poco.

 

Tutto era penitenza in Monsignore. Prima di soccombere alla sua grave infermità, anche si privava di dar quattro passi fuori di casa, o di fare per lo meno una passeggiata in giardino. Toltone il tempo,


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che calava in Chiesa per la Visita al Venerabile, per predicare, o per altra funzione Vescovile, tutto il dippiù consumavalo applicato nella propria stanza.

Come dissi per esso non vi era conversazione. Tutto è tempo perduto, diceva Monsignore, quello che non si a Dio, e non si consuma in beneficio del prossimo.

 Ancorché vecchio, e quasi decrepito, vedevasi attento nel mortificare i sensi. Non ci fu curiosità d'occhi, benché innocente, che avesse appagata. Potrei dire, mi disse il P. Maestro Caputo, che forse non sapeva se ci era Arienzo, o S. Agata nel Mondo. Era nemico di se stesso, mi scrisse il P. Raffaele da Ruvo suo confidente, e tutt'odio a qualunque sollievo. La sua vita mortificata, mi disse il Primicerio Petti, era di confusione a tutti, e questo solo bastava a riformare ognuno.

 

 Anche ci resta cosa delle penalità di Monsignore. Un corpo defatigato, e così malmenato, ricercava per lo meno qualche notturno riposo.

Attesta il Canonico Michella, che forse erano più le notti, che dormiva sulla terra, di quelle, che riposava sul letto. Il letto stesso per Alfonso era di per se un martoro. Un saccone di paglia era tutto il suo mobile, ma così scarso di questa lana Tunisina, che posava sulle tavole. Egli medesimo raccomodavaselo; ci fu caso, mi disse il Fratello Francescantonio, che avesse smossa la paglia per tanti anni prima del suo gran travaglio.

Una mattina il servitore Alessio, dopo aver buttato l'orinale, vedendo sconce le coperte, diede di piglio per rassettarle. Accorgendosene Monsignore, e non volendo che la paglia si smuovesse, Che golìo ti è venuto, li disse, forse io sono cionco, e sul fatto licenziollo.

Anche nel rigore dell'inverno, mi dice il medesimo Canonico, così io, che altri familiari eravamo curiosi accertarci se toccava il letto, o no, e per lo più ritrovavasi la mattina senza alcun segno di sconciatura.

 

Curioso è ciò che accadde col suo Segretario D. Felice Verzella. Una sera verso l'ora tarda Monsignore fe chiamarlo per volersi confessare. Questi avendo serrato l'uscio della propria stanza, vi si portò colla chiave nelle mani. Non volendo, posa nel decorso della confessione, la chiave sul tavolino a fianco di cui sedeva, ed avendolo soddisfatto, parte, e si dimentica la chiave. Ritornato nella stanza, entra dal Vicario, che non ancora erasi posto a letto. Portò a lungo il discorso; ma licenziandosi, si avvede mancarli la chiave. Se rincrescevali risvegliare Monsignore, non accomodavasi a starne fuori di letto. Avendosi levate le scarpe, ritorna da Monsignore, rialza pian piano la bussola, e portasi tentone verso il tavolino.

Credeva aver fatto tutto; ma essendo nel mezzo della stanza, intoppa, era Monsignore che dormiva a terra, e boccone li cade di sopra. Resta spaventato Monsignore, vedendosi un uomo sulla pancia, e più spaventato il Segretario afferra la chiave,


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e, senza dir parola, tutto sbigottito n'esce di camera. Era allora Monsignore in età di circa settant'anni. Così si venne maggiormente in chiaro che la notte per lo più stavane abbracciato colla terra.
Restò afflitto, vedendosi scoperto. La mattina entrando da lui il Segretario, tutto arrossito nel volto, D. Felice, li disse, quando è notte, non andate girando per le camere degl'altri. Più di questo non disse, ma restò così confuso, come se grave delitto commesso avesse.

 

In contesto della penitenza di Alfonso, non voglio omettere quello, che in succinto anche me ne attesta il Canonico Rubbino suo Vicario.

"Quanto Monsignore, ei disse, era pietoso con tutti, altrettanto uopo è dire, era carnefice con se medesimo. Farebbe orrore se io potessi, e ridir volessi le particolarità tutte della sua continuata carneficina. Astinenza di vitto, e troppo amara; flagellazioni giornali, e ripetute a vivo sangue, cilizj, e catenette di ferro, che di continuo incrocicchiavano il suo corpo, vigilie notturne, tutto adoprava il servo di Dio per crocefiggere la propria carne. Non ho mai osservata in lui cosa di sollievo, innocente che fosse. Passioni interne, e corpo esterno tutto in Monsignore, era oggetto di mortificazione, vi fu tempo in dodeci anni che l'ho servito, che ombra di sollievo avessi in lui osservato".

Quest'è quel tanto che noi sappiamo della vita penitente di Monsignor Liguori; e tanto basta per farci vedere a qual segno egli odiava se stesso.

Ma ripigliamo di nuovo il filo della Storia.




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