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P. Antonio Maria Tannoia
Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori...

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  • Libro 4
    • Cap. 22 Sentendo con pena Pio VI. le innovazioni della Regola, proibisce qualunque alterazione nelle Case dello Stato; nuove amarezze di Alfonso; suo abbandono nell'Eminentissimo Banditi, e nuovi incidenti in Congregazione.
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Cap. 22

Sentendo con pena Pio VI. le innovazioni della Regola, proibisce qualunque alterazione nelle Case dello Stato; nuove amarezze di Alfonso; suo abbandono nell'Eminentissimo Banditi, e nuovi incidenti in Congregazione.

 


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Occasione più propizia di questa aver non poteva l'inferno per mettere in maggior confusione l'opera di Dio. E' travaglio per una piazza, se al di fuori attaccata si vede, ma stimasi resa, e posta al suolo, se scisso il presidio non conviene con chi è capo. Sciolta l'assemblea più non vi fu per Alfonso la solita soggezione e dipendenza; più pace ed armonia tra queste Case, e quelle dello Stato.
Scissi gli animi, scissa si vide la Congregazione. Tra le Case di Regno anche vi nacquero de' partiti. Giudicando ognuno, e decidendo da se, chi approvava, e chi no, la deposizione de' vecchi Consultori così altri stabilimenti già fatti. Cose tutte che passavano il cuore, e mettevano in agonia il povero vecchio.

 

Volendo il Procuratore venire  capo de' suoi disegni, cioè umiliato Alfonso, e la Congregazione divisa, giunto in Roma, sollecito si presenta al Santo Padre Pio VI., e con enfasi di zelo espone il guasto, che nel Regno sofferto vi aveva la Regola. Chiese ed ottenne, dimostrandosi ossequioso alla Sede Apostolica, protezione Papale per se, e per le Case dello Stato. Tace l'inganno, e l'innocenza di Alfonso, e nol rappresenta, che anzi non curante delle Pontificie disposizioni.

Troppo male l'intese il Papa; né capir poteva come Alfonso così addetto alla Santa Sede, e ricco delle sue grazie, indotto si fosse ad un passo così scabroso, e deviare dai savj regolamenti, che come Capo della Chiesa, dati gli aveva Papa Benedetto XIV. Questa calunnia investita di zelo fe senso in tutta Roma; finiva di meravigliarsi ognuno come Monsignor Liguori, così benemerito della Sede Apostolica, urtato avesse in un fallo così grosso.

 

Commosso l'animo del Papa, e fattosi merito in Sacra Congregazione


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altri passi avanzò il Procuratore. Rappresenta, e sel figuri chi legge, se poteva passar per capo ad Alfonso, che se non davasi provvedimento dalla Santità sua, tali novità Monsignor Liguori era per farle passare nelle Case dello Stato. Questo maggiormente corrucciò il Papa. Chiamatosi Monsignor Carafa a' 12. Giugno così fe scrivere all'Eminentissimo Banditi in Benevento.

"Essendo pervenuto a notizia di nostro Signore, che nella Congregazione del SS. Redentore siasi fatta, o che si voglia fare mutazione nelle Regole, e Costituzioni approvate nell'anno 1749 dalla S. M. di Benedetto XIV., la Santità sua nell'udienza de' 9. del corrente accordata all'infrascritto Monsignor Segretario della Congregazione de' Vescovi, e Regolari, ha comandato scriversi a V. E. che faccia intendere agl'Individui di detta Congregazione dimoranti nelle due Case di codesta Diocesi, esser mente della Santità sua, che debbano onninamente osservare le Regole, e Costituzioni approvate soltanto dalla S. M. di Benedetto XIV. senza che si ammetta alcuna mutazione. E che ella facendosi dare una stampa delle suddette regole, e Costituzioni approvate, invigili, perché non s'introduca mutazione alcuna per la di loro osservanza. In opposto ne darà riscontro alla Sagra Congregazione, perché si possa procedere con rimedj più efficaci. Glielo significo, perché così si contenta eseguire".

Simil lettera fu spedita nel medesimo tempo a Monsignor Giacobini, Vescovo di Veroli per le Case di Scifelli, e Frosinone.

 

Questa Pontificia provvidenza non sgomentò, ma rincorò Alfonso. Benedetto Iddio, disse; con quest'ordine del Papa vien tolta ai Soggetti dello Stato la libertà di fabbricare anch'essi, e rifabbricare sulla Regola: Gesù Cristo mio, benedici tu l'opera tua, perché tu l'hai fatta.

Così egli pensava; ma non fu così. Altro intento l'inferno prefisso si aveva per immergerlo in altre nuove amarezze. Essendosi divolgata per le Case questa Pontificia provvidenza, tanti e tanti, sul timore che costretti non venissero da Monsignor Cappellano, anzi dal Re, ad osservare il consaputo Regolamento, in saputa di Alfonso, e con suo disprezzo ritiraronsi nelle due Case di Benevento e S. Angelo. Tra questi fecero volo ancora, uniti col proprio Rettore, e Prefetto, dodici Chierici che stanziavano nella Casa d'Iliceto, e che facevano la speranza dell'intera Congregazione.

Questa mossa non preveduta afflisse il povero vecchio, vedendosi abbandonato specialmente da tanti giovanetti che per esso erano la porzione più cara. Uniformato però al divino volere, cala la testa ed al solito in silenzio adora le permissioni di Dio, senza lagnarsi (ed è quello che faceva stupore), né di questo, o di quell'altro.

Vedendo la tempesta, e non sapendo Alfonso a qual porto dirigersi, né come regolare il timone di una barca, che faceva acqua da per tutto,


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si determina buttarsi tra le braccia dell'Eminentissimo Banditi, e pregò i suoi volersi rimettere al di lui giudizio:

"Padre mio, e Signore, così al Cardinale, dopo mille pensieri che mi sono venuti in mente, finalmente ho pensato scrivere a Vostra Eminenza, che se vuol vedere rimessa in piedi la nostra Congregazione, bisogna che Vostra Eminenza si mette tutte le carte in mano, ed operi da per , siccome Iddio le ispirerà, altrimenti seguiteranno tra di noi i contrasti, e non concluderemo mai cosa alcuna di buono.

Bisogna, replico, che si metta in mano tutte le carte, senza tener conto di niuna scrittura da noi fatta; non dell'Assemblea, non dell'elezione de' Consultori e Rettori, e se Vostra Eminenza vuol mutarmi dall'officio di Rettore Maggiore faccia quel che meglio le pare avanti a Dio. Io altro non desidero, che veder rimessa in piede la povera mia Congregazione, e questo è l'unico modo di rimetterla.
Non istia a sentir niuno; e scriva a nostro Signore quello che meglio le pare, per poter risuscitare questo morto. Io resto pregando la Vergine Santissima, che l'ajuti a superare tutti gl'intoppi. Ho ordinato a tutti che non si partano punto da' cenni di V. E.; e baciandole l'orlo della sagra veste, resto umiliandomi".

Tanto pensò Alfonso; ma predominando l'Inferno, tutto fu opera perduta. Ognuno giudicando da se, qualunque fossero i progetti del savio Cardinale, niuno si uniformò alle di lui pensate.

 

Nell'atto che Alfonso vedevasi in Napoli tutto sollecito tra un mare di amarezza, per rimettersi la Regola, in Roma gridavasi al calvario contro di lui. Avanzando i passi il Procuratore, e non essendosi in Roma chi resistere gli potesse, caratterizza per un ladrocinio di Efeso la tenuta Assemblea. Rappresenta Alfonso nuovamente intruso contro ogni legge per Rettore Maggiore: così nulla l'elezione già fatta dei nuovi Consultori, chiede, essendo tutto irregolare, non siano molestate le Case dello Stato da' Superiori del Regno come non legittimi.

Tali furono i suoi riclami, e le sue rappresentanze che fu spedito ordine a quattro di Agosto in nome del Papa all'Eminentissimo Banditi in Benevento, ed a Monsignor Giacobini in Veroli, che non si eseguisca niun ordine sia per rimozione d'Individui dalle Case dello Stato, sia per tutt'altro che comandato venisse da' Superiori del Regno. Vale a dire che si tolse Alfonso dal numero de' viventi.

Ottenuto questo, e non avendo con se il Procuratore gli animi di tutti i Soggetti per ribellarsi da Alfonso, ottenne ancora in nome del Papa, che niuno ardisse lasciar le Case dello Stato, e ritirarsi in queste di Regno.

Alfonso sentendo in confuso provvidenze del Papa nelle Case dello Stato, chiama subito, volendosi informare, i più anziani da Benevento, e da S. Angiolo; e se gli risponde non esser tenuti, non essendo legittimo Superiore.


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Cala la testa, avendo ricevuto questo complimento, il povero vecchio, adora umiliato le disposizioni di Dio, tace, e non dice parola in contrario.

Tali però esser dovevano le sue interne afflizioni, ed in tale conflitto ritrovarsi collo spirito, che assalito si vide sul principio di Agosto da due insulti nella testa; e tali che dubitar faceano di sua vita. Piangevamo noi, vedendo la Congregazione in sì critiche circostanze. Non così Monsignore. Uniformato al divino volere, senza punto angustiarsi, anzi confortandoci, aspettava con tutta pace la morte. Iddio però riserbato l'aveva ad altri nuovi travagli.

 

Guadagnato essendosi da' Statisti in Sagra Congregazione l'animo di quei Eminentissimi, ma senza individuarsi l'inganno di Alfonso, le sue rette intenzioni, e in quali dure circostanze ei si fosse, a' quattro di Luglio umiliandosi supplica dal Procuratore, rappresenta, ma non fu vero, che essendosi accettata, e posta in pratica nelle Case di Regno il Reale Regolamento, ed essendo restate le Case dello Stato senza legittimo Superiore, cerca come necessaria, la convocazione del Capitolo, o almeno un Presidente per quelle quattro Case.

Circospetta la Sagra Congregazione, non venne a tali economici espedienti per le Case dello Stato senza prima mettersi a giorno degli asseriti inconvenienti. Incombensò per tanto Monsignor Internunzio in Napoli, in data de' 12. Agosto che segretamente s'informasse di tai vicende di cose, e riferisse. Così per mezzo di Monsignor Internunzio venne ordinato a Monsignor Liguori dall'Eminentissimo Caracciolo di voler trasmettere in Sagra Congregazione tutti gli Atti fabbricati nella tenuta Assemblea, e con distinzione riscontrarlo di tutto.

 

Ecco Alfonso in altro nuovo imbarazzo. Ordini troppo astringenti, com'è noto, vi erano in tal tempo della Corte di Napoli di non avanzarsi carta in quella di Roma. Non sapendo Alfonso come risolversi per ubbidire al Papa, e non mancare al Sovrano, confuso com'era, rescrisse a' 24. Agosto, così consigliato da altri, che per Novembre destinato avrebbe in Roma due de' suoi, per informarlo a voce.
"Da Monsignore Uditore intenderà Vostra Eminenza tutto quello mi vien permesso in rapporto ai di lei veneratissimi comandi. L'età mia di ottantacinque anni, e la congerie di molti mali che soffro, spero che meritar vogliono compatimento dalla di lei benignità, sì per lo ritardo di questa mia umilissima, che per le dimandate notizie.
Subito che la stagione sia propizia per viaggiare, manderò uno, o due de' miei Fratelli, affinché colla viva voce dileguano le nebbie, che oscurano la verità, e si rischiarino meglio le cose.

Soggiunge, e dice: Non attendeva in questa mia età un regalodistinto dai miei. Ringrazio Dio benedetto, che non mi abbandona colla sua grazia, come meriterei. E colla venerazione che debbo, baciandole il lembo della sacra porpora,


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raccomando me miserabile posto in angustiegravi, e l'Opera; che con tanti sudori, e stenti, che coll'ajuto del Signore, ho stabilito".

 

Considerando nel tempo istesso l'afflitto vecchio che in Roma prender si potesse in mala parte la richiesta dilazione, sollecito a' 28. Agosto, così consigliato, riferì in accorcio all'Eminentissimo Caracciolo il grave emergente in cui ritrovasi, le dure circostanze, e l'inabilità sua a potervi riparare.

"Ritrovandomi io nell'età cadente di anni ottantacinque, ed attratto nella persona, volesse Iddio, ei dice, e non fossi storpio, perché potrei parlare al Re, essendo storpio non posso, e fo una vita molto afflitta. Avendo individuate le cose, e scorgendo, soggiunge, che ora la maggior guerra me la fanno alcuni de' nostri, specialmente della Casa di Frosinone, i quali vorrebbero veder divisa la Congregazione con due Rettori Maggiori.

A me poco importa, perché vicino alla fossa; ma mi dispiace in tal modo veder ruinata la Congregazione. Prego l'Eminenze vostre riparar quanto possono questa ruina, col non permettere la divisione, e baciando umilmente le loro sacre porpore,  e raccomandando alla loro protezione l'afflitta mia Congregazione, e me miserabile nel mezzo di tante angustie".

 

Compassionando Monsignor Bergamo, Vescovo di Gaeta, le gravi angustie, in cui ritrovavasi Monsignor Liguori, e conoscendo quanto l'Inferno macchinava a danno della Congregazione, e delle Anime, non mancò a 5. Settembre rilevare anch'esso all'Eminentissimo Caracciolo l'innocenza di Alfonso, e lo stato delle cose, supplicandolo nel tempo istesso voler sospendere qualunque provvidenza, ed assicurandolo, che non avrebbe mancato Monsignor Liguori far conoscere la rettitudine del suo pensare, e la necessità del suo operare.




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