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Sinodo dei vescovi
XI Assemblea Generale ordinaria

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  • 13 - sabato, 08 ottobre 2005
    • DECIMA CONGREGAZIONE GENERALE (SABATO, 8 OTTOBRE 2005 - ANTEMERIDIANO)
      • -- INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)
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-- INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

- S.Em.R. Card. Edmund Casimir SZOKA, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano (CITTÀ DEL VATICANO)

Ho partecipato al mio primo Sinodo nel 1983. Negli ultimi 15 anni ho preso parte a tutti i Sinodi tranne uno. Nel corso delle presentazioni formali, durante la disceptatio generalis, sembrava esservi uno schema d’intervento che non cambia molto da un Sinodo all’altro. Secondo la mia umile opinione, sembra esservi la tendenza, con qualche eccezione, a parlare in termini formali e generali, senza centrare i problemi specifici e le soluzioni pratiche possibili.
Ritengo che le interventiones liberae che si tengono ogni sera siano molto più produttive poiché sono incentrate su problemi specifici e propongono soluzioni possibili.
Penso che la questione centrale da analizzare in questo Sinodo riguardi i nostri sacerdoti e noi stessi come vescovi. Circa 55 anni fa ho letto un libro intitolatoKeepers of the Eucharist” di William Henry Schaefers, che è ormai fuori stampa. È un libro per i sacerdoti come quelli che celebrano l’Eucaristia. Dal punto di vista ascetico e spirituale è uno dei libri sul sacerdozio migliori e di maggior ispirazione che io abbia letto. Sottolinea il grande dono e la dignità del sacerdozio, che è il dono più grande che Dio possa dare a un uomo. L’amore per l’Eucaristia e la sua centralità nella vita e nella fede del nostro popolo dipende in larga misura dal sacerdote - dalla sua fede, dal genere di vita che conduce, dalla sua vita di preghiera, dalla sua semplicità di vita, dalla sua disponibilità a portare alla Messa i propri sacrifici e dal modo in cui celebra la Santa Eucaristia.
Desidero attirare la vostra attenzione su un altro libro intitolatoSpirit of the Liturgy”, pubblicato nell’anno 2000 dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger. Il libro è una sintesi eccellente dello sviluppo storico e teologico della Santa Liturgia della Messa e tocca tutti gli aspetti della Liturgia, dall’architettura della chiesa al tipo di musica. Questo libro potrebbe aiutarci nelle nostre risoluzioni, poiché propone dei discernimenti molto pratici.
Una delle mie preoccupazioni e inquietudini più grandi è che ritengo che alcuni dei nostri sacerdoti, e perfino alcuni vescovi, oggi hanno perso la loro fede nella Santa Eucaristia e celebrano la Santa Messa semplicemente come una responsabilità professionale.
Per concludere, se la Santa Eucaristia deve essere fons et culmen della Vita e della Missione della Chiesa, abbiamo bisogno soprattutto di sacerdoti e vescovi di fede profonda, di preghiera, di spiritualità e di dedizione.
Penso che dovremmo lasciare questo Sinodo con una determinazione più profonda a vivere una vita più santa, sacrificale, che si rifletta nella nostra celebrazione della Santa Messa.
[00169-01.04] [IN151] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Seán Baptist BRADY, Arcivescovo di Armagh, Presidente della Conferenza Episcopale (IRLANDA)

La Parola di Dio è viva e attiva, ha la capacità di cambiare le menti e i cuori. È in grado di indirizzare i bisogni dell’individuo e della comunità riuniti in ascolto della Parola di Vita. Essa costituisce un’importante fonte dell’attività trasformante dello Spirito Santo nella Liturgia.
Oggi, lo stesso Cristo è sempre presente nella proclamazione della Parola. Egli è il Verbo incarnato, e per questo motivo la Parola di Dio si presenta a noi come persona ed evento, non come un concetto, e ci chiama a ciò che le nostre preghiere non osano sperare.
È stata data attenzione alla coerenza tematica delle letture che accompagnano il ciclo liturgico. Deve essere fatto di più per fare sì che le letture vadano incontro ai bisogni pastorali. Nell’articolo 47 viene menzionata l’omelia come parte della Liturgia della Parola. L’Instrumentum laboris raccomanda che venga posta cura alle omelie tematiche che danno le grandi linee della fede cristiana.
Vorrei sollecitare affinché si aiutino i predicatori. Il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa sono strumenti provvidenziali per insegnare la missione della Chiesa. Un simile testo universale che fosse di supporto all’esposizione delle letture del ciclo liturgico potrebbe aiutare il predicatore a illustrare le Scritture in risposta ai segni dei tempi. Se le difficili domande di questa nostra epoca sono presentate alla famiglia umana da parte dei network televisivi locali, di internet e delle riviste globali in termini globali, perché mai la risposta a queste domande non dovrebbe essere presentata dalla Chiesa universale in termini globali?
L’esperienza del mio paese ha dimostrato il potere di trasformazione che la liturgia della Parola e l’omelia operano. In tante occasioni di grande tragedia e violenza, il potere della Parola e dell’omelia di trasformare atteggiamenti di collera, vendetta e ritorsione in azioni di riconciliazione, perdono e guarigione è stato sia consolante sia promettente. È gratificante notare come parole della Sacra Scrittura quali giustizia, pace, perdono siano diventate la “lingua franca” del processo di pace.
In tempi recenti, un momento storico in questo processo politico è stato raggiunto con la riduzione delle armi da parte delle maggiori organizzazioni paramilitari. A due uomini di Chiesa che hanno lavorato per molti anni per promuovere il dialogo e la riconciliazione, un ex presidente della Chiesa Metodista e un sacerdote redentorista, è stato chiesto di firmare l’atto di disarmo. Questo, forse, è dovuto al riconoscimento, tra le altre cose, del ruolo avuto dai Ministri della Parola di Dio nel creare le condizioni per la riconciliazione e la pace. Ciò testimonia il potere della Parola, sotto l’azione dello Spirito Santo, di fare nuove tutte le cose.
[00166-01.06] [IN156] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Juan MATOGO OYANA, C.M.F., Vescovo di Bata (GUINEA EQUATORIALE)

Il mio intervento tenta di fare una riflessione sui nn. 70 e 71 dell’Instrumentum laboris che parlano della celebrazioneDies Domini”, contesto e momento privilegiato in cui l’assemblea cristiana riceve “il pane di Dio... che discende dal cielo e la vita al mondo”.
Parlo a nome personale e parto dall’esperienza acquisita in Guinea Equatoriale, un paese di piccole dimensioni che poté facilmente essere abbracciato dai missionari nella prima evangelizzazione. Ma subì un regime di repressione religiosa nei primi 11 anni di indipendenza che coincisero anche con gli anni delle prime applicazioni del rinnovamento della Chiesa, scaturito dal Concilio Vaticano II.
All’inizio degli anni ‘80, cessata tale repressione, il nostro popolo riprese la pratica religiosa interrotta. In un modo o nell’altro, si notò, a vari livelli, un cammino con ritmi diversi all’interno di uno stesso gruppo umano.
Lo sfruttamento del petrolio negli ultimi cinque anni, ha introdotto nella vita di questo popolo dei mutamenti vertiginosi che se, da una parte, indicano sicuramente un’evoluzione materiale, dall’altra, vanno a colpire il comportamento delle persone.
Crediamo che con ciò si manifesti una fame di vita vera, con sfumature diverse.
È in questo contesto che si presenta come priorità pastorale, la ripresa dell’itinerario cristiano, sulle radici chiare dei valori maggiormente radicati nel nostro popolo. Uno di questi valori, che continua a toccare il cuore della nostra gente, è la realtà della famiglia ampliata, affermata visibilmente nel tempo e nello spazio.
Nel “Dies Domini” si riuniscono nella “casa grande” del Padre comune, dove lo ascoltano sempre con interesse e devozione filiale.
- Con la sua Parola, che veramente certezza ed è creatrice, non solo opina e consiglia, ma orienta con imparzialità tutti i suoi figli nel cammino di una vita e una tradizione che vengono dal lontano passato, e continua a costruire oggi, e continua a dare coesione ad un’unica famiglia, ampliata nel tempo e nello spazio.
- Vedendo nel suo seno anziani, giovani e bambini che si rivolgono a Lui come il Dio di “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8) che assicura la saggezza e l’esperienza dell’anziano, la stabilità e slancio alla speranza dei giovani che intendono far progredire il loro popolo per rinnovarlo con nuovi progetti di vita.
, quando palpitano in celebrazioni lunghe e affollate, rafforzano le gioia di vivere, imparano l’ospitalità e riconoscono la sollecitudine gli uni per gli altri, la generosità per la donazione gratuita delle offerte portate in processione all’altare, l’amore di un Padre che ascolta e accoglie tutti, malgrado la differenza d’età e di etnia...
La presentazione di Gesù come “il pane di Dio... che discende dal cielo e la vita al mondocostituisce un invito affinché accorriamo a Lui per saziare la nostra ansia di vita e di vita in abbondanza (Gv 10,10).
In questo Sinodo abbiamo l’aspettativa di trovare con i fratelli,
1. Il modo più chiaro di presentare l’Eucaristia, come l’incontro con Gesù, che ci sazia, alla fine di un cammino che è iniziato con il ricercare e il seguire la sua Verità.
2. Come insegnare, davanti al crescente egoismo e all’avidità di oggi, la realtà dell’Eucaristia come donazione gratuita, sacrificata e generosa di Dio, che come Padre sostiene tutti i suoi figli.
3. Come, infine, frenare l’avidità che crea tante divisioni, sottolineando l’Eucaristia come dono abbondante di Gesù che cominciò con il gesto di moltiplicare il pane fino a che ne avanzò, poiché solo Lui può dare la vita in abbondanza.
[00191-01.06] [IN161] [Testo originale: spagnolo]

- Rev. P. José RODRÍGUEZ CARBALLO, O.F.M., Ministro Generale dell'Ordine Francescano dei Frati Minori

Il mio intervento fa riferimento ai numeri 46-48 del IL, dove viene ribadito “il legame indissolubile tra la Mensa della Parola e quella dell’Eucaristia”, sicché tra loro non sono ammessefratture”. Già nel XIII secolo, san Francesco d’Assisi parla di questa unità. Il Cristo che segue così radicalmente è quello che “vede” nel “corpo e nel sangue del Signore” e “nelle sante parole del Signore” (cfr Lettera ai chierici 3).
Questa unità viene chiaramente ribadita dal Concilio Vaticano II, quando nella Dei Verbum afferma:“La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo” (21).
La Parola di Dio proclamata nell’Eucaristia annuncia ciò che il sacramento realizza e rivela alla comunità ecclesiale il significato dell’azione sacramentale. Per questo, la “Mensa della Parola” è fondamentale per accostarsi alla Mensa del “corpo di Cristo”; la comunione con il Corpo e con il Sangue di Cristo esige la comunione con la Parola del Signore, ed è possibile vedere il Signore nelle specie eucaristiche solo se i nostri “occhi” sono illuminati dalla Parola e il nostro cuorearde” nell’ascoltarla (cfr Lc 24, 13-35). Per “alimentare l’intima unione tra l’annuncio e l’ascolto della Parola e il mistero eucaristico” (Paolo VI) è necessario:
- che i ministri dell’Eucaristia abbiano un’adeguata formazione biblica e liturgica per poter suscitare nel proprio cuore e nel cuore dei fedeli lo stupore per il mistero eucaristico e lo stupore per il mistero della Parola;
- che l’omelia, preparata partendo dai testi sacri, come raccomanda il Concilio Vaticano II (cfr SC 52), metta la Parola di Dio in rapporto anzitutto con la celebrazione sacramentale, vale a dire che sia mistagogica (cfr IL 47);
- che l’insegnamento teologico e l’esercizio del ministero pastorale sottolineino l’importanza della Parola di Dio, invitando i fedeli a una “lettura orante della parolafrequente ed educandoli ad apprezzare e ad amare il pane della Parola, come, per grazia, hanno imparato ad apprezzare e ad amare il pane dell’Eucaristia;
- che qualsiasi progetto di evangelizzazione sia animato dalla Parola, incentrato sulla Parola e orientato all’obbedienza alla Parola di Dio.
Questo Sinodo deve cercare delle vie perché la Parola di Dio si trasformi in “alimento per la vita, per la preghiera e per il cammino quotidiano” (Ripartire da Cristo 24), di modo che, in una società profondamente ferita dalla “dittatura del relativismo” (Benedetto XVI), la Parola celebrata, ascoltata e vissuta possa essere un punto di riferimento solido sul quale edificare la vita della comunità ecclesiale e la vita personale di ogni credente.
[00192-01.04] [IN163] [Testo originale: spagnolo]

- S.E.R. Mons. Berhaneyesus Demerew SOURAPHIEL, C.M., Arcivescovo Metropolita di Addis Abeba, Presidente della Conferenza Episcopale, Presidente del Consiglio della Chiesa Etiopica (ETIOPIA)

Il mio intervento riguarda l’oggetto di questo Sinodo: l’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, con particolare riferimento alla “centralità del mistero pasquale” e all’ “Eucaristia domenicale” ai punti 35 e 70 dell’Instrumentum Laboris.
I paesi del Corno d’Africa - Gibuti, Eritrea, Etiopia e Somalia - hanno fame costante dei frutti dell’Eucaristia: giustizia, pace e amore che solo il nostro Signore Gesù Cristo può dare. Poiché non vengono considerati importanti dalle potenti nazioni del mondo, si trovano in uno stato costante di instabilità, guerra, carestia e fame. La tensione continua tra Eritrea ed Etiopia per i conflitti nelle zone di confine sembra non trovare soluzione da parte della comunità internazionale. Consideriamo anche la Somalia - è un paese senza un governo centrale da quattordici anni! Nell’intero paese ci sono soltanto quattro religiose, che a Mogadiscio tengono l’unico Tabernacolo del Signore nascosto. La Somalia è diventata un porto franco e libero per il traffico di armi di piccolo calibro nel Corno d’Africa e in Africa centrale.
Solo attraverso l’Eucaristia, il mistero pasquale della morte e risurrezione del Signore Gesù Cristo è possibile costruire e promuovere la riconciliazione e la pace.
La celebrazione dellEucaristia domenicalepresuppone che vi sia una “Domenica” - il giorno del Signore - stabilita e che l’‘Eucaristia, di domenica, possa essere celebrata liberamente.
In alcune parti del mondo ciò è impossibile: ad es. nell’Arabia Saudita o in altri paesi musulmani, la domenica è un giorno lavorativo e l’Eucaristia non viene celebrata in quanto non vi sono chiese, sacerdoti, o semplicemente perché non esiste libertà religiosa.
Molti cristiani dell’Eritrea e dell’Etiopia lavorano e vivono in paesi musulmani. Si tratta soprattutto di Cristiani delle Chiese ortodosse Tewahdo dell’Etiopia e dell’Eritrea. Lavorano in quei paesi soprattutto come domestici o come baby sitter e badanti per gli anziani. Non ho sottomano statistiche sul numero di questi cristiani che si trovano in Arabia Saudita, nello Yemen, negli stati del Golfo e in altri paesi di maggioranza musulmana. Sono centinaia di migliaia. Solo a Beirut lavorano oltre 20.000 etiopi. Siamo grati alla Caritas del Libano per l’aiuto che offre a questi cristiani.
Prima di andare a lavorare in questi paesi musulmani, essi sono costretti a cambiare il nome cristiano in un nome musulmano e, in particolare, le donne, a vestire secondo i costumi musulmani. Una volta giunti alle loro destinazioni, vengono loro tolti i passaporti e sono fatti oggetto di ogni tipo di abuso e oppressione. In questa situazione, molti sono costretti a farsi musulmani.
Essi sono costretti ad andare in questi paesi musulmani spinti dalla povertà dei loro paesi e perché le porte delle altre nazioni cristiane sono sbarrate. Sappiamo che molti cristiani africani muoiono attraversando il deserto del Sahara o annegano nel Mediterraneo nel tentativi di raggiungere le nazioni cristiane del’Europa e dell’America.
E’ la povertà che li costringe a disfarsi del loro retaggio cristiano, della loro cultura cristiana e perfino della loro dignità umana.
A loro viene negato il diritto di professare la propria religione: la celebrazione dell’Eucaristia e la Messa domenicale. E’ una delle persecuzioni religiose dei tempi moderni.
Chiedo ai Padri sinodali, soprattutto a quanti lavorano nei paesi musulmani dove i cristiani poveri si recano in cerca di lavoro, di estendere la loro cura pastorale a questi cristiani e di chiedere ai governi musulmani di rispettare la libertà religiosa dei cristiani.
[00194-01.05] [IN166] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Joseph BAGOBIRI, Vescovo di Kafanchan (NIGERIA)

Nel suo libro: La coscienza religiosa, J.B.Pratt chiese a tre persone appartenenti a religioni animiste di spiegare che cosa significassero per loro gli “idoli” che veneravano. Le loro risposte furono le seguenti:
- Il primo disse che i suoi idoli non erano immagini di dei, ma erano gli stessi dei.
- Il secondo disse che l’immagine che venerava non era dio “per se”, perché il vero dio è in cielo. L’immagine aveva l’aspetto del dio e quindi lo aiutava a pregare.
- Il terzo disse che l’immagine è un simbolo sensibile, volto a favorire la visualizzazione e concentrazione. (Cf E.B. Idowu ATR - una definizione p. 123).
Vorrei servirmi di queste tre risposte nella discussione sul significato di presenza sacramentale e rappresentazione sacramentale, che rappresentano la base dell’adorazione e della venerazione dell’Eucaristia nella Chiesa alla luce dell’IL, ai n.ri 65, 72 e 74.
Come si può rapportare quanto sopra ai cristiani provenienti dalle religioni tradizionali africane?
L’adorazione eucaristica non è paragonabile ad alcuno di questi moduli. Eppure sembra avere in sé elementi comuni a tutti e tre.
In questa riflessione vorrei toccare quattro punti:
1. Affermare che nella Santa Eucaristia Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente. Ma tale presenza deve essere compresa per ciò che è - presenza Sacramentale e rappresentazione Sacramentale. Grazie alla natura unica di questa presenza, l’anima è chiamata a porsimente e cuore” nella contemplazione di Gesù nell’Eucaristia “come fine e non come mezzo verso un fine”. Secondo questo punto di vista la sottile linea di demarcazione tra ciò che è “reale” e ciò che è semplicementerappresentazione della realtàdiventa ancora più sottile e quasi invisibile. Occorre che questo Sinodo sviluppi una teologia di “presenza”, in cui la Chiesa spieghi cosa si intenda o non si intenda per presenza reale. Per esempio non significa presenza fisica bensì presenza sacramentale.
2. A causa della natura profonda del mistero di questo Sacramento, nessuna parola umana può catturarne pienamente il significato. L’uomo parla di Dio soltanto in modo antropomorfico, e il nostro linguaggio umano è limitato quando esprime la realtà di Dio. Per questo motivo dobbiamo essere tolleranti nell’uso di altre espressioni quali transignificazione o transfinalizzazione, che possono contribuire a gettare una luce sul mistero dell’Eucaristia, senza compromettere in alcun modo il fatto della “presenza reale”.
3. Vi sono altre forme di “presenza” di Cristo che vanno riconosciute e la devozione all’Eucaristia può diventare la porta che ci conduce a riconoscere Cristo nelle sue altre forme di presenza. I Padri del Concilio Vaticano II hanno parlato di queste altre presenze scrivendo della presenza di Cristo: nella sacra Scrittura quando lo proclama; negli altri Sacramenti; nella Chiesa; nella persona del ministro che offre il sacrificio della Messa (cf Sacrosanctum concilium, 7).
4. La devozione eucaristica deve condurre alla trasformazione personale. Quindi le bellissime riflessioni ai numeri 72 e 74 dell’IL dovrebbero essere ulteriormente elaborate nel documento che eventualmente emergerà, quale frutto di questo nostro impegno.
Ciò avviene perché, come ha detto Giovanni Paolo II, “Il sacrificio eucaristico è di per sé orientato all’unione intima di noi fedeli con Cristo attraverso la comunione” (EE, 16-17)
Mentre ammiriamo e plaudiamo ai positivi sviluppi sull’Eucaristia e all’interesse ed entusiasmo che essa suscita tra i fedeli, colgo due sfide principali: innanzitutto una sana catechesi, al fine di rendere la fede nell’Eucaristia più intellegibile e in secondo luogo un impegno per passare da una sana dottrina a livello di prassi, vale a dire a quello della trasformazione personale che riflette il mistero che celebriamo nell’Eucaristia.
Fino a quando ciò non avverrà, i nostri detrattori, che osservano e rispettano il principio che esiste una sottile linea di demarcazione tra il “reale” e ciò che è innanzittutto soltanto un simbolo, descriveranno il nostro bellissimo e lodevole operare riguardo all’Eucaristia come una “cabala o stregoneria di sacerdoti”, volta a sfruttare la debolezza umana a questo scopo, al fine di perpetuare l’importanza del sacerdote.
[00198-01.06] [IN114] [Testo originale: inglese]

- S.Em.R. Card. Cláudio HUMMES, O.F.M., Arcivescovo di São Paulo (BRASILE)

Secondo le statistiche del Governo brasiliano e le ricerche della Chiesa in Brasile, il numero dei brasiliani che si dichiarano cattolici è diminuito rapidamente, in media dell'1% all'anno. Nel 1991 i brasiliani cattolici erano circa l'83%, oggi secondo nuovi studi, sono appena il 67%. Ci domandiamo con angoscia: fino a quando il Brasile sarà ancora un paese cattolico? In conformità con questa situazione, risulta che in Brasile per ogni sacerdote cattolico ci sono già due pastori protestanti, la maggior parte delle chiese pentecostali.
È importante inoltre evidenziare il fatto che la maggiore evasione di cattolici si registra nelle zone periferiche più povere delle città.
Molte indicazioni mostrano che lo stesso vale quasi per tutta l'America Latina e anche qui ci domandiamo: fino a quando l'America Latina sarà un continente cattolico?
La Chiesa deve prestare più attenzione nei confronti di questa grave situazione. La risposta della Chiesa in Brasile sono, in primo luogo, le missioni, comprese le visite missionarie domiciliari permanenti. Le parrocchie devono organizzare i loro fedeli e prepararli ad essere missionari.
Una Chiesa missionaria deve essere anche profondamente eucaristica, poiché l'Eucaristia è fonte di missione. L'Eucaristia fa crescere il discepolo, annunciandogli la parola di Dio e portandolo ad un incontro personale e comunitario con Cristo, attraverso la celebrazione della morte e Risurrezione del Signore e attraverso la comunione sacramentale con Lui. Da questo incontro, realizzato nello Spirito Santo, il discepolo viene spinto ad annunciare anche agli altri quello che ha vissuto e sperimentato. Il discepolo diventa, così, missionario. Dall'Eucaristia si parte per la missione.
Il Brasile e l'America Latina hanno bisogno urgente di questa azione missionaria alimentata dall'Eucaristia.
[00114-01.04] [IN097] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Félix LÁZARO MARTÍNEZ, Sch.P., Vescovo di Ponce (PORTO RICO)

Il numero 74 dell’Instrumentum laboris indica l’importanza urgente di una catechesi che metta in evidenza il legame fra l’Eucaristia e la costruzione di una società giusta.
In questo stesso numero 74 si afferma la “Chiesa nutre grande speranza nei suoi giovani, sempre più attenti all'Eucaristia”.
Il mio intervento verte su quanto segue:
1. Si dovrebbe sottolineare maggiormente l’importanza dei giovani e ciò che da loro ci si attende, con un saluto, un appello specifico e un invito rivolto ai giovani a partecipare “alla” e a vivere “della” Eucaristia.
Ho chiesto a un ragazzo quale messaggio desiderava che trasmettessi al Sinodo da parte dei giovani e la risposta è stata: “Che veniamo ascoltati”.
Davanti alla realtà che i giovani vivono oggi, soprattutto nei paesi sviluppati, si rende necessario e urgente offrire loro, presentare loro e celebrare l’Eucaristia in modo che, con le parole di Giovanni Paolo II, sentano che “L'Eucaristia è il centro vitale intorno a cui desidero che i giovani si raccolgano per alimentare la loro fede ed il loro entusiasmo” (IL 74) (Mane nobiscum Domine, 7/10/2004).
2. Si deve approfondire la catechesi. Oggi si parla della perdita del senso del peccato.
Molti cattolici sono molto lontani dal poter rendere o dare ragione della propria fede, come dice San Pietro nella sua I lettera: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).
D’altra parte non si può amare ciò che non si conosce. E se non si conoscono la Chiesa, l’Eucaristia, la fede cristiana, non si possono amare la Chiesa, l’Eucaristia e neppure la fede cristiana.
E’ della catechesi che si ha bisogno. A mio parere si soffre di mancanza di catechesi. Ho l’impressione che non si stia facendo una catechesi solida e profonda. Il nostro popolo è molto grato e ha fame di catechesi, che gli si spieghino le verità della fede.
La mancanza di catechesi e di formazione religiosa può forse spiegare anche la facilità e il perché alcuni dei nostri fedeli entrano in altre denominazioni o sette religiose, attratti dalla luce effimera che una certa scienza religiosa offre loro, perché, quando era il momento, non siamo stati capaci di illuminarli con la luce del Vangelo attraverso una buona e opportuna catechesi.
[00174-01.06] [IN135] [Testo originale: spagnolo]

- S.E.R. Mons. José Agustín GANUZA GARCÍA, O.A.R., Vescovo Prelato di Bocas del Toro (PANAMÁ)

Santo Domingo riconosce che “l’America latina e i Caraibi costituiscono un continente multietnico e pluriculturale (244)”, con non meno di cinquanta milioni di indigeni, con oltre cinquecento etnie, ciascuna con la sua peculiare identità culturale. Lo stesso possiamo dire di molti paesi e giurisdizioni ecclesiastiche. Nella Prelatura di Bocas de Toro convivono quattro popoli indigeni che costituiscono il 60% della popolazione totale.
È evidente che le popolazioni indigene si trovano in differenti situazioni di sviluppo umano e religioso e di riflessione teologica, ma tutti concordano nelle aspirazioni all’inculturazione della liturgia della celebrazione eucaristica.
L’ “Instrumentum laborisaffronta il tema dell’“inculturazione dell’Eucaristia” a pag. 77, n.ri 80 e 81, dove ammette che in molte “regioni geografiche la questione sta diventando pastoralmente prioritaria”.
Possiamo considerare tre stadi nel processo di inculturazione :
1. Ricostruire il soggetto indigeno della inculturazione: le comunità cristiane indigene con i loro vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, catechisti indigeni delle stesse comunità.
2. Preparare i destinatari indigeni alla inculturazione: riscatto, valorizzazione, assimilazione della spiritualità indigena, dove si trovano “i semi del verbo”.
3. Avviare e consolidare il processo di assimilazione indigena del Vangelo, della Chiesa, della liturgia, lasciando ampio spazio agli indigeni.
Fratelli sinodali: vi invito a esaminare il lavoroInculturazione della celebrazione eucaristica nelle comunità indigene cristiane dell’America latina”, che abbiamo depositato presso la Segreteria Generale del Sinodo. Grazie
[00092-01.04] [IN006] [Testo originale: spagnolo]

- S.E.R. Mons. Jean-Vincent ONDO EYENE, Vescovo di Oyem (GABON)

Eucaristia e unità sono intimamente legate. Infatti l’Eucaristia, in quanto atto d’offerta compiuto da Cristo sulla croce, ha come scopo l’unità di tutti i figli d’Israele e del genere umano. L’Eucaristia è dunque l’atto fondatore della Nuova alleanza che Dio ha stabilito con gli uomini nel suo Figlio Gesù. Ma se l’Eucaristia ristabilisce la comunione fra Dio e gli uomini, essa è, innanzitutto, il luogo di una intima unione fra il Padre e il Figlio.
1. L’unità del Padre e del Figlio
Nella preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17) che precede la passione (Gv 18), il Padre e il Figlio sono uniti in maniera consustanziale: “tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv. 17,10). Allo stesso modo, ciò che precede l’atto eucaristico è questa comunione profonda del Padre e del Figlio che la tradizione chiama con il termine di “pericoresi” o “inabitazione” del Padre e del Figlio.
2. L’unità della Chiesa
L’Eucaristia, atto d’offerta di Cristo, poiché procede dall’unione del Padre e del Figlio, comunica agli uomini la vita divina. Nutriti alla stessa sorgente e con lo stesso pane, i cristiani vivono dell’unione del Padre e del Figlio.
A. Unità fra i cristiani
Ai tempi di Paolo, l’unità della comunità cristiana di Efeso era minacciata fra l’altro dalla discordia fra i cristiani e dall’influsso delle dottrine eretiche. Di fronte a questi pericoli, Paolo esorta i cristiani all’unità che si fonda sul fatto che c’è “un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza” (Ef. 4,4). In altre parole, chi mangia lo stesso pane e beve alla stessa coppa, quali siano le sue origini e il suo stato sociale, è ormai configurato in Cristo, indissolubilmente unito a suo Padre.
B. Unità fra le Chiese
La problematica dell’unità dei cristiani non si limita solamente all’interno di una comunità cristiana particolare o di una Diocesi. Dopo il Concilio Vaticano II, la pluralità delle Chiese cristiane ha spinto la Chiesa cattolica a favorire il dialogo. La finalità di questo dialogo, chiamato anche ecumenismo, è quella di promuovere l’unità fra cristiani. Questo dialogo iniziato dal concilio pone i cristiani di fronte allo scandalo della divisione e al paradosso secondo cui Cristo ha istituito una sola e unica Chiesa nella quale i cristiani sono divisi. Queste divisioni rappresentano per la coscienza cristiana una violazione della volontà di Gesù e un ostacolo all’evangelizzazione.
Conclusione
1. L’Eucaristia e l’unità sono temini equivalenti poiché è nel sacrificio della croce che si realizza l’unità di tutti coloro che Dio ha riscattato attraverso il sangue di Cristo...
2. In mezzo alle discordie ideologiche, economiche...i cristiani hanno l’imperativo dovere di mantenere l’unità fra di loro in virtù “dello stesso corpo, dello stesso sangue e della stessa speranza” che Gesù ha comunicato a tutti.
[00095-01.05] [IN023] [Testo originale: francese]

- S.E.R. Mons. Rafael Masahiro UMEMURA, Vescovo di Yokohama (GIAPPONE)

Una Celebrazione Eucaristica che risponde alla reale condizione della società moderna.
In Giappone, la Prima Assemblea Nazionale per l’Evangelizzazione si è tenuta nel 1987. Scopo di questo incontro dei fedeli e dei ministri della Chiesa era di riflettere sul futuro dell’evangelizzazione in Giappone. Uno degli argomenti più ricorrenti era “il divario tra fede e vita”. L’assemblea ha sollecitato sforzi “per mettere a punto una liturgia che tocchi il cuore della gente e dia forza alla missione”.
Il problema pastorale più importante che riguarda l’Eucaristia è: fino a che punto l’Eucaristia è legata strettamente “alle gioie e alle speranze, alle sofferenze e alle ansie della gente del nostro tempo”? Come risponde alle preoccupazioni delle persone o come cambia, nel popolo di Cristo, il senso della vita? Se la vita del fedele non è legata all’Eucaristia, l’Eucaristia non può influenzare la vita del fedele.
La Chiesa trae vita dall’Eucarestia
Per fare sì che la Chiesa possa prender vita dall’Eucaristia, l’Eucaristia dovrebbe essere:
Un fatto che può alleviare i problemi e le ansie delle persone.
Un fatto che può influenzare profondamente i cuori della gente.
Un fatto che può alimentare la vita quotidiana e renderla Eucaristica.
Specialmente per la liturgia in Asia possono essere proposte le seguenti revisioni:
Inserire gli eventi salvifici dell’Asia nel calendario liturgico.
Moltiplicare le modalità di Celebrazione Eucaristica senza cambiarne l’essenza in modo da celebrare i misteri della vita dei fedeli secondo i vari momenti ed eventi.
Il Ruolo della Conferenza Episcopale nella Inculturazione Liturgica
È auspicabile che nelle chiese locali venga agevolato, il più possibile, il potere delle Conferenze Episcopali di adattare la liturgia all’ambiente culturale locale. Poiché l’Eucaristia deve essere un’autentica celebrazione della chiesa locale, occorre soprattutto un’adeguata inculturazione. È importante per l’evangelizzazione introdurre elementi delle festività indigene.
Di conseguenza, è necessario che la Santa Sede abbia fiducia delle Conferenze Episcopali quando approva la traduzione nelle lingue locali dei testi liturgici. Nel preparare testi liturgici locali è importante evitare una traduzione letterale, bensì esaminare e trovare termini appropriati che siano adeguati alle culture locali in quanto rispettano la cultura e la storia di ogni nazione. Quando la Commissione per la Liturgia della Conferenza Episcopale del Giappone esamina testi liturgici destinati alla Chiesa in Giappone, non si concentra solo sulla revisione del giro di una frase, ma si sforza di creare una liturgia che toccherà il cuore del popolo giapponese. In ogni chiesa locale, specialmente in Asia, dobbiamo essere consapevoli che la liturgia si rivolge a tutte le persone che vivono nella cultura locale. Di conseguenza, a volte dobbiamo proporci di riorganizzare i nostri libri liturgici.
[00100-01.07] [IN036] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Amédée GRAB, O.S.B., Vescovo di Chur, Presidente della Conferenza Episcopale Svizzera, Presidente del Consilium Conferentiarum Episcoporum Europae (C.C.E.E.) (SVIZZERA)

Il n.87 dell' Instrumentum laboris è intitolato: «Eucaristia e intercomunione». Esso recita: «Mentre sembra abbastanza ampio il consenso sul fatto che l'unità nella professione delle fede precede la comunione della celebrazione eucaristica, rimane ancora da precisare il modo in cui debba essere presentato il mistero eucaristico nel contesto del dialogo ecumenico, onde evitare due rischi opposti: le chiusure pregiudiziali e il relativismo». Mi riferisco alle comunità ecclesiali che celebrano nella S. Cena il memoriale del Signore. Nel dialogo ecumenico con queste comunità si nota non di rado una convergenza crescente su temi importantissimi: presenza reale, carattere sacrificale del memoriale, necessità dell'ordinazione. Più difficile la formulazione della natura della Chiesa e l'accordo sul fatto che a essa è affidata la S. Eucaristia, fonte e culmine della sua vocazione e della sua missione, per cui «sarebbe errato non appartenere alla comunità ecclesiale e voler ricevere la comunione eucaristica». Non sono possibili per noi l 'intercelebrazione, l' intercomunione, l' ospitalità generale offerta a tutti i battezzati (o addirittura presenti). Ma la partecipazione alla S. Comunione di singoli battezzati non cattolici, in casi eccezionali e a determinate condizioni, è esplicitamente prevista dal n.129 del Direttorio ecumenico del 1993, che non parla solo di ammissione ma anche di invito, qualore siano verificate le condizioni, tra le quali non viene annoverata l'appartenenza alla Chiesa cattolica. Questa possibilità non dovrebbe venir dimenticata. Tenerla presente nel comportamento dei pastori nei confronti di quanti, senza appartenere alla Chiesa cattolica, condividono la preghiera accorata di Gesù per l'unità resti una via riconosciuta per raggiungerla quando e come vorrà il Signore «pane vivo sceso dal cielo per la vita del mondo».
[00102-01.04] [IN040] [Testo originale: italiano]

- S.Em.R. Card. Paul POUPARD, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura (CITTÀ DEL VATICANO)

Faccio riferimento al titolo del Pontificio Consiglio della Cultura, nella IV parte del capitolo II dell’Instrumentum Laboris: “Eucaristia, Missione evangelizzatrice e inculturazione” (78 e 80), e nella conclusione (90 e 91).
1. L’Eucaristia è “forza di trasformazione delle culture, [...] germe di un mondo nuovo” (IL 90). La trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo è pegno della trasformazione che si opera in noi dall’Eucaristia. Ogni fedele è chiamato ad assimilare, nella meditazione personale e nella preghiera comunitaria, la realtà del mistero celebrato. Nutrito da questa celebrazione, egli “incarna il progetto eucaristico nella vita quotidiana, dove si lavora e si vive” (IL 78). A questo modo l’Eucaristia opera come seme di una nuova cultura per una autentica civiltà dell’amore.
2. L’evangelizzazione non è il frutto dell’inculturazione. Essa ne è la sorgente. Viva nel cuore delle culture, nel vasto mosaico dei popoli, la Chiesa non smette di evangelizzarli per inculturare il Vangelo. Basta evocare il nome di San Benedetto per avere la misura della fecondità millenaria di una cultura evangelizzata dalla testimonianza di comunità ecclesiali, in modo particolare la vita monastica. Due millenni di “praticaeucaristica hanno visto uomini e donne di culture diverse dar forma, secondo il genio della propria cultura, a delle liturgie inculturate, come testimoniano le Chiese orientali. Riti diversi esprimono e devono esprimere sempre lo stesso mistero. Essi non nascono da un adattamento dell’Eucaristia alla cultura, ma da una trasformazione delle culture operata dal Vangelo: la Chiesa cerca le forme più appropriate, purificate dalle scorie, retaggio del peccato dell’uomo, per aiutare i fedeli a vivere in pienezza il mistero rivelato che hanno ricevuto dal loro Signore.
3. In dialogo con il mondo dei non credenti e dell’indifferenza religiosa, il Pontificio Consiglio della Cultura constata che la superficialità, a volte perfino la banalità e la negligenza di certe celebrazioni, non solo non aiutano il credente nel suo cammino di fede, ma danno fastidio anche a coloro che le vivono dal di fuori. Un’eccessiva importanza data alla dimensione pedagogica e al desiderio di rendere comprensibile la liturgia anche agli osservatori esterni, come se questa fosse la sua funzione principale, produce il risultato contrario. Non si incultura una contro-cultura. La vocazione di una liturgia inculturata è di introdurci con tutto il nostro essere nella magnitudine del mistero della fede nell’azione salvifica di Dio nel suo Figlio Gesù.
4. La liturgia è bella perché esprime la bellezza della santità di Dio (cfr IL 90). Per il credente, la bellezza trascende l’estetica. Essa luogo (permette) al passaggio dal “per sé” al “più grande di sé”. La liturgia è bella e dunque vera, solo se spogliata da ogni altro motivo che non sia quello della celebrazione del Signore. La bellezza dei riti, dei segni, dei canti e degli ornamenti della celebrazione liturgica hanno la sola finalità di introdurci alla bellezza profonda dell’incontro col mistero di Dio, presente in mezzo agli uomini attraverso suo Figlio, Egli che rinnova in eterno per noi il suo sacrificio d’amore. Essa esprime la bellezza della comunione con Lui e con i nostri fratelli, bellezza di una armonia profonda che si traduce in gesti, simboli, parole, immagini e melodie che toccano profondamente il cuore e lo spirito e suscitano la meraviglia e il desiderio dell’incontro con il Signore risorto, “Porta della Bellezza”. La liturgia è bella quando è “gradita a Dio” e ci introduce nella gioia divina, con tutti i santi e la Vergine Maria, “donna eucaristica per eccellenza”.
Era la preghiera eucaristica di Teresa, dottore della Chiesa: “Mio amatissimo, vieni a vivere in me. Oh! Vieni, la tua bellezza mi ha rapito. Degnati di trasfo