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Aristotele
Etica a Nicomaco

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12. [Confutazione della teoria secondo cui il piacere non è un bene].

[25] Che poi da queste considerazioni non risulti che il piacere non è un bene 223 né il sommo bene 224, è chiaro da quanto segue.

A) Innanzi tutto 225, poiché il termine "bene" ha due sensi (l’uno assoluto, l’altro relativo), anche le nature e le disposizioni avranno per conseguenza due sensi, e così anche i movimenti e le generazioni: e di quelli che sono ritenuti cattivi alcuni lo sono, sì, in generale, ma per qualche individuo [30] no, anzi per costui sono desiderabili; alcuni, poi, non sono desiderabili neppure per una persona determinata, se non qualche volta e per poco tempo, ma non sempre; altri, poi, non sono neppure piaceri, ma ne hanno solo l’apparenza: sono quelli accompagnati da dolore e che hanno come scopo, per esempio nel caso degli ammalati, la guarigione.

B) Inoltre 226, poiché una specie del bene è attività, mentre l’altra è disposizione, i processi che ci riportano nella disposizione naturale sono piacevoli solo per accidente; [35] ma l’attività che si realizza nei desideri è quella della disposizione naturale residua, poiché ci sono piaceri anche senza dolore e desiderio (come, per esempio, [1153a] quelli della contemplazione), quando la natura non manca di nulla. Ne è prova il fatto che gli uomini non godono del medesimo oggetto quando la loro natura si va ricostituendo e quando è ricostituita, ma, quando la natura è ricostituita, essi godono degli oggetti piacevoli in senso assoluto; quando, invece, si sta ricostituendo, godono anche dei loro contrari; [5] infatti, in questo caso, godono anche di sostanze aspre ed amare, nessuna delle quali è piacevole per natura o in senso assoluto. Per conseguenza, non lo sono neppure i piaceri, giacché la stessa differenza che c’è tra gli oggetti piacevoli, c’è pure tra i piaceri che ne derivano.

C) Inoltre 227, non è necessario che ci sia qualcosa di diverso, migliore del piacere, come alcuni dicono che il fine sia rispetto al processo generativo: i piaceri, infatti, non sono dei processi né sono tutti accompagnati da un processo, [10] ma sono attività, cioè un fine: noi li proviamo non perché diventiamo qualcosa ma perché esercitiamo qualche facoltà; e non di tutte le attività il fine è qualcosa di diverso da loro stesse, ma solo di quelle che conducono alla perfezione della natura. Perciò non va neanche bene dire che il piacere è un divenire percepito dal soggetto, ma bisogna piuttosto dire che esso è attività della disposizione secondo natura, [15] e al posto di "percepito" bisogna dire "non impedito". Alcuni 228 ritengono che il piacere sia un divenire, perché per loro è un bene in senso proprio; infatti, pensano che l’attività sia un divenire, mentre essa è un’altra cosa.

Dire 229 che ci sono piaceri cattivi perché alcune cose piacevoli sono causa di malattia, è lo stesso che dire che alcune cose che sono utili alla salute sono cattive dal punto di vista economico. Dunque, entrambe le cose sono cattive in questo senso, ma non lo sono per questo solo, [20] poiché anche il contemplare qualche volta danneggia la salute.

Il piacere 230 che deriva da ciascuna facoltà non ostacola né l’esercizio della saggezza né alcuna disposizione, ma sono i piaceri estranei che sono d’ostacolo, perché quelli che derivano dalla contemplazione e dall’apprendimento faranno sì che noi contempliamo e apprendiamo sempre di più.

Che nessun piacere 231 sia opera di un’arte è una cosa che accade logicamente: [25] l’arte, infatti, non ha per oggetto alcun’altra attività, ma solo la potenza: eppure l’arte del profumiere e quella del cuoco si ritiene che abbiano per oggetto il piacere.

Il fatto 232 che l’uomo temperante fugga i piaceri ed il saggio persegua la vita priva di dolore, e che i bambini e le bestie perseguano il piacere, tutte queste difficoltà sono risolte dal medesimo ragionamento. Poiché, infatti, si è detto 233 in che senso [30] i piaceri sono buoni in senso assoluto ed in che senso non sono tutti buoni: le bestie ed i bambini perseguono quelli che non sono buoni in senso assoluto, e il saggio persegue la mancanza di dolore derivante dall’assenza di questi, dei piaceri accompagnati da desiderio e da dolore, cioè quelli del corpo (ché questi sono di quel tipo) ed i loro eccessi, secondo cui l’intemperante è intemperante. È per questo che l’uomo temperante fugge questi piaceri, [35] giacché ci sono dei piaceri anche dell’uomo temperante.

 




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