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| Gian Pietro Lucini Le antitesi e le perversità IntraText CT - Lettura del testo |
Agrippant comme avec des serres
senza che mai nessuno se ne avveda,
- perché al volto si plasma una maschera,
oh, dolce maschera d’indifferenza –
e, custodite, assaporare
la mestizia e l’angoscia le più rare;
riepilogare il dolore del mondo
quasi riverberate di felicità.
Accorgermi, intanto, che mi stanno in torno
molti visi vigliacchi a compassione;
nelle false apparenze della Vita;
sorrider loro, comunque, e non disingannarli;
lasciare il vicino pezzente a pregiarsi li orpelli,
Sapere che si intesse un’umile catena
per conoscer le serie della Vita,
inanellate d’umiltà e d’orgogli;
riconoscere ancora, che code sta catena d’amore
e mi affila il fendente alla mannaja,
con gesto schietto, la mia passione:
e che la nostra piccola esistenza
è troppo misera e debole e folle
al procedere armato e glorioso
della nostra inquieta umanità.
- Oh, destino tremante ed ambiguo,
che afferma la nostra vendetta
sopra la nostra tomba illagrimata! -
Quindi, studiar l’equilibrio
sulla morte, sui vermi e sulle investiture
nate da noi, dalla nostra putredine,
sacrificare al Giorno della Cronaca,
come un sadico giudice feroce,
l’impeto generoso, immediato, impulsivo,
per le fatali infiorescenze storiche.
Saper la grande voce che risuscita il fiacco a battaglia,
la cote che riaguzza la zagaglia,
il nuovo detonante alla mitraglia,
Poi, col pigro egoismo della bastarda ragione,
contrastar l’illusione libera erotta dal cuore,
e por sotto al coltello dilemmatico
la bellezza di un fiore non ancora sbocciato,
impedirgli di nascere.
Questo il grande peccato d’eroismo;
consumare se stesso al proprio rogo;
non perdonare a se stesso ed indulgere altrui,
e, massima superbia, concedere
che alletti e gridi un lercio ciarlatano
sopra la piazza, miracolando la plebe.
Dovere, pigrizia, sentimento del nulla, abdicazione!
L’orgoglio forse d’aver sacrificato
la migliore stagione, la più ricca
a richiuderci in muda, a non vedere!
Oggi, dunque, ritentare di vivere, e perché?
mi tremano i ginocchi sulla Terra ubriaca!
E pure imaginare, voli distesi pei cieli infiniti;
folgoreggiar nel volo come una redenzione,
trasmutarmi, apparire, riapparire,
lucido, fiero, costante, ed immancabile vendicazione!
Fatuo balbettar sul margine dei secoli
le note ingannatrici della stanca canzone.
Tutte le cose buone son trapassate,
e le migliori pur troppo non nate;
tremenda crudeltà questo ostinarmi a vivere.
Meno imperfetti svolgimenti accennano,
sul limbo grigio delle remote generazioni:
dubito che il nepote ne sorprenda l’aurora.
Penso che son qualcuno
che è nato intempestivo:
sofro la nostalgia di quanto non è più,
di quanto non è ancora.
Ho tutto il Cuore come in una piaga,
ho il Cuore lacerato e tormentato,
povero Cuore, piaga di sangue,
oh stillante l’umore della vita a rivoli porpurei,
Ed ho voluto bevere il liquore
dell’elleboro nero ed efficace;
non ho trovato pace, pace alla piaga del cuore ferito.
Ed ho ascoltata la parola calma per una polverosa indifferenza;
ed ascoltai la scienza rigida e fredda al suo convincimento.
Ma stettero pur sempre a un mio seguitato languor di malattia
povero Cuore, tutti i miei sospiri
ed ebbero per caso dei martirii dalle pallide gioje e dai sorrisi.
E dissi: «Or coli il rivolo prezioso,
coli, gorghi e inturgidi le tazze.
Oh pei gradi del petto sulle costole
fiumicello divino e trillante,
oh tutto il sangue fuori dalle vene:
oh le grigie verbene sulla testa,
baciar nuovo alla morte commensale alla fede immemoriale,
al festin che si chiuse colla postrema ebrietà del sangue
bevuto dalle tazze inturgidite!»
E dire ancora:
«Per tutto quanto fui e per quanto sperava
eccovi il buon liquore
V’amministro il mio corpo ed il mio spirito
per tutto quanto fui e per quanto io abbia.»
Oh! vedete, che mare di sangue,
e come naviga per mezzo al mare
e carne e sentimento,
questo mio Cuor spaccato ed ulcerato
per al di là, per il sempre ed il più,
naviga a ritrovar la fine al giorno,
naviga tutto rosso il cuore in una piaga.