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E allora sarà anche sparita
da Costantinopoli una delle sue curiosità più curiose, che sono i cani. Qui
proprio voglio lasciar correre un po’ la penna perchè l’argomento lo merita.
Costantinopoli è un immenso canile: tutti l’osservano appena arrivati. I cani
costituiscono una seconda popolazione della città, meno numerosa, ma non meno
strana della prima. Tutti sanno quanto i Turchi li amino e li proteggano. Non
ho potuto sapere se lo facciano per il sentimento di carità che raccomanda il
Corano anche verso le bestie; o perchè li credano, come certi uccelli,
apportatori di fortuna, o perchè li amava il Profeta, o perchè ne parlano le
loro sacre storie, o perchè, come altri pretende, Maometto il Conquistatore si
conduceva dietro un folto stato maggiore canino che entrò trionfante con lui
per la breccia di porta San Romano. Il fatto è che li hanno a cuore, che molti
Turchi lasciano per testamento delle somme cospicue per la loro alimentazione,
e che quando il sultano Abdul-Mejid li fece portar tutti nell’isola di Marmara,
il popolo ne mormorò, e quando ritornarono, li ricevette a festa, e il Governo,
per non provocar malumori, li lasciò in pace per sempre. Però, siccome il cane,
secondo il Corano, è un animale immondo, e ogni turco, ospitandolo, crederebbe
di contaminare la casa, così nessuno degli innumerevoli cani di Costantinopoli
ha padrone. Formano tutti insieme una grande repubblica di vagabondi
liberissimi, senza collare, senza nome, senza uffici, senza casa, senza leggi.
Fanno tutto nella strada; vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi
mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini, e vi muoiono; e nessuno, almeno a
Stambul, li disturba menomamente dalle loro occupazioni e dai loro riposi. Essi
sono i padroni della via. Nelle nostre città è il cane che si scansa per
lasciar passare i cavalli e la gente. Là è la gente, sono i cavalli, i
cammelli, gli asini che fanno anche un lungo giro per non pestare i cani. Nei
luoghi più frequentati di Stambul, quattro o cinque cani raggomitolati e
addormentati proprio nel bel mezzo della strada, si fanno girare intorno per
una mezza giornata tutta la popolazione d’un quartiere. E lo stesso accade a
Pera e a Galata, benchè qui siano lasciati in pace non già per rispetto, ma
perchè sono tanti, che a volerseli cacciare di fra i piedi, bisognerebbe non
far altro che tirar calci e legnate dal momento che s’esce di casa al momento
che si ritorna. A mala pena si scomodano quando, nelle strade piane, si vedono
venire addosso una carrozza a tiro a quattro, che va come il vento, e non ha
più tempo di deviare. Allora si alzano, ma non prima dell’ultimo momento,
quando hanno le zampe dei cavalli a un filo dalla testa, e trasportano
stentatamente la loro pigrizia quattro dita più lontano: lo strettissimo
necessario per salvare la vita. La pigrizia è il tratto distintivo dei cani di
Costantinopoli. Si accucciano in mezzo alle strade, cinque, sei, dieci in fila
od in cerchio, arrotondati in maniera che non paion più bestie, ma mucchi di
sterco, e lì dormono delle giornate intere, fra un viavai e uno strepito
assordante, e non c’è nè acqua, nè sole, nè freddo che li riscuota. Quando
nevica, rimangon sotto la neve; quando piove, restano immersi nella mota fin
sopra la testa, tanto che poi, alzandosi, paiono cani sbozzati nella creta, e
non ci si vede più nè occhi, nè orecchie, nè muso. A Pera e a Galata, però, son
meno indolenti che a Stambul, perchè ci trovano meno facilmente da mangiare. A
Stambul sono in pensione, a Pera e a Galata mangiano alla carta. Sono le
scope viventi delle strade. Quello che rifiutano i maiali, per loro è
ghiottoneria. Fuor che i sassi mangiano tutto, e appena hanno tanto in corpo da
non morire, tornano a raggomitolarsi in terra e ridormono fin che non li
sveglia la fame. Dormono quasi sempre nello stesso luogo. La popolazione canina
di Costantinopoli è divisa per quartieri come la popolazione umana. Ogni
quartiere, ogni strada è abitata, o piuttosto posseduta da un certo numero di
cani, parenti ed amici, che non se ne allontanano mai, e non vi lasciano
penetrare stranieri. Esercitano una specie di servizio di polizia. Hanno i loro
corpi di guardia, i loro posti avanzati, le loro sentinelle fanno la
ronda e le esplorazioni. Guai se un cane d’un altro quartiere, spinto dalla fame,
s’arrischia nei possedimenti dei suoi vicini! Una frotta di cagnacci
insatanassati gli piomba addosso, e se lo coglie, lo finisce; se non può
coglierlo, lo insegue rabbiosamente fino ai confini del quartiere. Sino ai
confini, non più in là; il paese nemico è quasi sempre rispettato e temuto. Non
si può dare un’idea delle battaglie, dei sottosopra che seguono per un osso,
per una bella, o per una violazione di territorio. Ogni momento si vede una
frotta di cani stringersi furiosamente in un gruppo intricato e confuso, e
sparire in un nuvolo di polvere, e lì urli e latrati e guaiti da lacerare le
orecchie ad un sordo; poi la frotta si sparpaglia, e a traverso il polverìo
diradato si vedono distese sul terreno le vittime della mischia. Amori,
gelosie, duelli, sangue, gambe rotte e orecchie lacerate, son l’affare d’ogni
momento. Alle volte se ne radunan tanti e fanno tali baldorie davanti a una
bottega, che il bottegaio e i garzoni son costretti ad armarsi di stanghe e di
seggiole e a fare una sortita militare in tutte le regole per sgombrare la
strada; e allora si sentono risonar teste e schiene e pancie, e ululati che
fanno venir giù l’aria. A Pera e a Galata in specie, quelle povere bestie sono
tanto malmenate, tanto abituate a toccare una percossa ogni volta che vedono un
bastone, che al solo sentir battere sul ciottolato un ombrello o una mazzina, o
scappano o si preparano a scappare; ed anche quando sembra che dormano, tengono
quasi sempre un occhio socchiuso, un puntino impercettibile di pupilla, con cui
seguono attentissimamente, anche per un quarto d’ora filato, e a qualunque
distanza, tutti i più leggieri movimenti di qualsiasi oggetto che abbia
apparenza d’un bastone. E son così poco assuefatti a trattamenti umani, che
basta, passando, accarezzarne uno, che dieci altri accorrono saltellando,
mugolando, dimenando la coda, e accompagnano il protettore generoso fino in
fondo alla strada, cogli occhi luccicanti di gioia e di gratitudine. La
condizione d’un cane a Pera e a Galata è peggiore, ed è tutto dire, di quella
d’un ragno in Olanda, che è l’essere più perseguitato di tutto il regno
animale. Non si può, vedendoli, non credere che ci sia anche per loro un
compenso dopo morte. Anch’essi, come ogni altra cosa a Costantinopoli, mi
destavano una reminiscenza storica; ma era un’amara ironia; erano i cani delle
caccie famose di Baiazet, che correvano per le foreste imperiali dell’Olimpo
colle gualdrappine di porpora e coi collari imperlati. Quale diversità di
condizione sociale! La loro sorte infelice dipende anche in parte dalla loro
bruttezza. Sono quasi tutti cani della razza dei mastini o dei can lupi, e
ritraggono un po’ del lupo e della volpe; o piuttosto non ritraggono di nulla;
sono orribili prodotti d’incrociamenti fortuiti, screziati di colori bizzarri,
della grandezza dei così detti cani da macellaio, e magri che se ne possono
contar le costole a venti passi. La maggior parte poi, oltre alla magrezza, son
ridotti dalle risse in uno stato che, se non si vedessero camminare, si
piglierebbero per carcami di cani macellati. Se ne vedono colla coda mozza,
colle orecchie monche, col dorso spelato, col collo scorticato, orbi d’un
occhio, zoppi di due gambe, coperti di guidaleschi e divorati dalle mosche;
ridotti agli ultimi termini a cui si può ridurre un cane vivente; veri avanzi
della fame, della guerra e della vaga venere. La coda, si può dire che è un
membro di lusso: è raro il cane di Costantinopoli che la serbi intera per più
di due mesi di vita pubblica. Povere bestie! metterebbero pietà in un cuore di
sasso; eppure si vedono qualche volta potati e rosicchiati in un modo così
strano, si vedono camminare con certi dondolamenti così svenevoli, con certi
barcollii così grotteschi, che non si possono trattenere le risa. E non son nè
la fame nè la guerra nè le legnate il loro peggiore flagello: è un uso crudele
invalso da qualche tempo a Galata e a Pera. Sovente, di notte, i pacifici
peroti sono svegliati nei loro letti da un baccano indiavolato; e affacciandosi
alle finestre, vedon giù nella strada una ridda spaventevole di cani che
spiccano salti altissimi, e fanno rivoltoloni furiosi e battono capate tremende
nei muri; e la mattina all’alba la strada è coperta di cadaveri. È il dottorino
o lo speziale del quartiere, che avendo l’abitudine di studiare la notte, e non
volendo esser disturbati dalla canea, si sono procurati una settimana di
silenzio con una distribuzione di polpette. Queste ed altre cagioni fanno sì
che il numero dei cani diminuisca continuamente a Pera e a Galata; ma a che
pro? Intanto a Stambul crescono e si moltiplicano, sin che non trovando più
alimento nella città turca, migrano a poco a poco all’altra riva, e riempiono
nella famiglia sterminata tutti i vuoti che v’han fatto le battaglie, la
carestia e il veleno.
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