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Quella via che si parte, ad angolo, donde Toledo comincia, che passa sotto
l’edificio del Museo Nazionale, che rasenta i due giardinetti pubblici così
poco soleggiati e così poco floridi, conserva il suo vecchio nome di Foria,
nome borghese, ma nome incancellabile, poiché niuno chiama questa via col suo
secondo vocativo di Cavour. Il suo lato settentrionale, il più frequentato da
una popolazione affaccendata e frettolosa — poiché niuno penserebbe mai di
andare a diporto, per Foria — è fatto di palazzi borghesi, dall’aria antica,
dall’aria un po’ triste poiché dove il sole non entra, nel paese meridionale,
ivi è la tristezza. I grandi cartelloni figurati, a tinte violente, che si
stendono fra le tre anguste porte del teatrino Mercadante e che rappresentano
le principali scene dell’Angelo della Mezzanotte, della Preghiera dei
Naufraghi, o di qualsiasi altro dramma sensazionale, non giungono a
ravvivare questo triste e scuriccio lato settentrionale di via Foria. Tutto il
lato orientale, assai più basso di livello, diviso dalla via per i due giardini
pubblici, resta celato e pare che quasi si disperda, inclinando verso via
Tagliaferri, verso via de’ Vergini, dileguandosi dietro le acacie dalla inane e
anemica ricchezza di fronde. La via Foria, dopo il caffè di Acetillo, a Porta
San Gennaro, anch’esso un po’ scialbo, un po’ malinconico a malgrado della molta
gente che lo frequenta, è spezzata due volte da via del Duomo, da via Garibaldi
che sono sempre piene di persone e che vi costituiscono due sbocchi importanti,
donde affluisce e riunisce la folla napoletana: poi si fa più larga, assumendo
il nome di San Carlo all’Arena.
Non forse è stato cambiato questo nome in quello di via Cirillo? Forse: ma
non se ne rammenta nessuno, più. Dopo un lungo percorso, la via fatta sempre
più larga, ombreggiata da qualche misera pianta, fiancheggiata da due alte file
di palazzi, abitazioni di proprietari borghesi, di magistrati, di vecchi
avvocati, questa via, per la terza volta cambia di nome e si chiama del
Reclusorio. Il vastissimo Albergo dei Poveri, edifizio elevato dalla pietà dei
napoletani, ha dato questo titolo all’ultimo tratto di quella via cittadina.
Ora dunque, come ho detto, a partire dal Museo Nazionale, questa via si viene
sempre allargando e non le manca liberissima aria, chiarezza e talvolta anche
un luminoso azzurro orizzonte; oltre Porta San Gennaro questa via acquista
anche un aspetto aristocratico, tanto è severa la linea di quelle grandi case.
D’altronde, la via di Foria, nei suoi tre pezzi, dal Museo al Reclusorio, è
sempre in gran movimento: vi passa il tram, continuamente, per lungo; vi
passano gli omnibus, a ogni momento; e carrozze di signore e carrozze da
nolo la percorrono su e giù, in due file, senza posa. Le vie orientali,
Tagliaferri, Cristallini, Vergini, Miracoli vi mandano gente, in gran numero:
le vie settentrionali Costantinopoli, Porta San Gennaro, Duomo, Garibaldi,
Ponte Nuovo, ve ne mandano, di gente, in grandissimo numero e la circolazione
vi è talvolta molto lenta. Vi è un mercato, presso via del Duomo, vi è una
caserma, oltre via Garibaldi; vi è, infine, tutta la vitalità fervida della
esistenza napoletana, che mai non posa, che può rallentarsi, ma che non tace
giammai. Ora, perché la via di Foria nei suoi tre pezzi, verso la città e verso
la campagna, nel suo lato settentrionale scarso di sole, come nel lato
meridionale nascosto dietro i giardinetti, nel suo aspetto borghese come nel
suo aspetto aristocratico, perché è così triste, così infinitamente triste, che
niuna tristezza di via regge al suo paragone? Via Costantinopoli è austera, non
triste; le piazze deserte fra la Sapienza e i Santi Apostoli sono deserte,
mistiche, ma non tristi: la sola, l’unica, veramente piena di tristezza
incommensurabile è via Foria. Non è forse lo stesso allegro tram che
mette tante lietezze alla Posta, a San Ferdinando, a piazza Vittoria, alla
Torretta, quello che trabalza per Foria? Non sono le stesse sporche e
traballanti, e pure tanto vivaci carrozze da nolo che sono una delle giocondità
napoletane, quelle che ci vanno su e giù, come dappertutto? Non è la medesima
gente che, agitandosi, mette a Foria lo stesso brio, lo stesso calore umano, lo
stesso sfavillio umano che altrove? Non sono le stesse voci concitate, le
stesse risa squillanti, le stesse grida dei soliti venditori ambulanti, gli
stessi schioppettii di fruste, le stesse canzoni, lo stesso rumorìo di ruote
che fanno risuonare la via di Foria, come le altre vie? Eppure, malgrado tutto
questo, è impossibile, venendo da un’altra qualunque strada, entrando in Foria,
non sentire sugli occhi, nel respiro, nell’anima, tutta la oppressione della
tristezza. Donde? Forse dalla facciata alta dell’Ospedale degli Incurabili, che
sovrasta a Foria, e che mostra, alle sue lunghe e strette finestre, dietro le
inferriate, gli esangui volti dei convalescenti, dagli occhi ancora dolenti?
Forse dall’immenso e maestoso edificio dell’Albergo dei Poveri, dove è raccolta
tanta miseria, tanto abbandono, tanto dolore? Oh in tante altre vie vi sono
degli ospedali e dei ricoveri di mendicità, e l’allegria napoletana si distende
su tutte queste impressioni meste e le cancella, le annulla! È da un capo
all’altro della lunghissima via che domina la tristezza, più forte della folla,
più forte del chiasso, più forte dell’ambiente stesso napoletano: è dappertutto
che emana questa tristezza e che si sovrappone alla gran risata onde tutta
Napoli sembra scossa, alle sue ore. No, non è l’ospedale; non è il ricovero;
non è la mancanza del sole; non sono i preti che passeggiano lungo i
giardinetti; non sono i pezzenti di San Gennaro che si siedono sui
banchi di legno e cavano fuori i polizzìni del lotto: non basta, questo, a
rendere una strada spirante tale una tristezza invincibile da far dileguare il
sorriso sulle labbra del viandante più ostinato nella illusione della sua
felicità.
Eppure la via di Foria ha le sue grandi giornate di festa, Ogni volta che vi
è un arrivo di principi, di sovrani, ogni volta che il Re giunge in forma
pubblica, questo corteo passa per il Corso Garibaldi e per Foria,
lentissimamente, onde non solo sieno favorite dello spettacolo regale le
popolazioni di Toledo, ma anche quelle dei quartieri più remoti. Allora tutti i
balconi degli antichi palazzi, tutte le finestre delle case più moderne sono
affollate di pubblico impaziente, e le signore e le signorine si piegano, sulle
ringhiere, a vedere se compaiono le corazze fulgide dei corazzieri e le livree
rosse della gala regale. Foria così ha visto le entrate trionfali di Vittorio
Emanuele, quella della giovanetta sposa Margherita, quella di Re Umberto,
allora allora, scampato, alla Carriera Grande, dal pugnale d’un matto, e la
gloriosa entrata dell’imperatore Guglielmo: e Foria se ne tiene di queste sue
giornate di festa. Foria le ricorda nella sua storia. Foria, prevedendone
qualcun’altra, fa invito ai suoi amici delle altre strade, perché vengano a
vedere, dai balconi delle sue case, gli spettacoli solenni. Che importa ciò?
Dopo un’ora, trascorso oltre il corteo, chiusi i balconi e serrate le finestre,
Foria ricade nella sua grande tristezza; anzi, anche durante il passaggio dei
soldati, dei principi, dei sovrani, fra tanta gente, tanti colori, tanti
fremiti, tanti applausi, Foria resta triste. Non ha forse la via di Foria, ogni
anno, nel calen d’aprile, due giornate di festa? Le corse al Campo di Marte
sono una festa della bellezza e della ricchezza, della nobiltà e del popolo, la
festa delle donne e dei cavalli, la festa fatta dal sole, dal cielo, dall’aria
fine, dai fiori che sbocciano e dal vivo calore che corre nel sangue della
gente; e tutto ciò che è bello, che è ricco, che vuole divertirsi, che ride,
che freme, che scalpita, equipaggi e cavalli, donne e fiori, uomini e bimbi,
tutto ciò, persone, cose, passa per Foria per andarsene al Campo di Marte, e da
mezzodì alle sette, per due giorni, è questo immenso viavai così lieto, nelle
ore di sole, come nelle ore crepuscolari. Come aspetta, Foria, queste due
giornate di festa! Essa diventa un lungo teatro, di cui i balconi sono i
palchetti, e assiste così, tranquillamente, alla rappresentazione del giocondo
calen d’aprile, per sei ore di seguito, per due giorni. Che importa ciò? Le
corse finiscono, gli equipaggi dai postiglioni che fanno risuonare le trombe
passano al trotto serrato, scompaiono man mano verso Toledo; le signore si
ritirano dai balconi, i cristalli si chiudono, è sera, la tristezza di Foria
ricomincia. Forse, non è mai finita, neanche durante i due bei pomeriggi
brillanti, sfavillanti, squillanti: chi ritorna dal Campo di Marte sente la sua
ebbrezza farsi triste, a Foria. Gli è che quella è la via del camposanto: e che
vi passano, ogni giorno, da trenta a quaranta morti, sempre, sempre, per quella
via.
È vero, anche per la via di Toledo, nelle ore quando più si anima la
signorile passeggiata degli equipaggi che vanno a Chiaia, a via Caracciolo, si
incontra la croce che precede la confraternita, poi la lunga fila dei fratelli
assai singolarmente vestiti e infine il gran catafalco ambulante coperto di
velluto nero ricamato d’oro, portato a spalla dai becchini nascosti sotto la
coltre, e il carro funebre dai sei magri cavalli bardati di nero, con le
gualdrappe nere, con le piume nere sul capo. Che fa, questo? Le persone
corrette salutano la croce, i credenti e più le credenti, oltre al salutare la
croce e a segnarsi, dicono un requiem, e il morto se ne va, senz’aver
punto disturbato i vivi. S’incontra qualche morto, nel pomeriggio, anche a
Chiaia, anche a Salvator Rosa, anche alla Marina, ma è un caso isolato e lo
spirito vi sorvola subito. Ma per Foria, tutti questi morti da tutte le strade
di Napoli, alte e basse, vengono a passare: ma tutte le confraternite, bianche,
bianche e azzurre, bianche e grigie, rosse, verdi, azzurre, violette, passano
per Foria, precedute dalla croce, lentamente, tenendo il cero acceso; ma sia il
carro a due cavalli di legno nero a fregi d’oro, sia il carro funebre a sei
cavalli, sia la carrozza nera, semplice, dove è nascosto, sotto i fiori, un
picciolo feretro di bambino, sia il gran catafalco tradizionale napoletano, con
la cassa che sembra un cofano prezioso, tutti, tutti questi carri della morte
passano per Foria, trasportando il loro lugubre carico. Uno, due, tre convogli
funebri; lo spirito può non diventare tutta una tetraggine, può dimenticare la
cupa impressione, ripreso dalla vita. Ma Foria ne vede andare al cimitero, più
modestamente o più pomposamente, trenta o quaranta di morti: e questo, questo è
sufficiente perché una strada, nelle sue case, nelle sue linee, nel suo
orizzonte diventi triste sino all’infinito, triste come l’emblema stesso della
tristezza.
Pure, come si giunge al Reclusorio, si parano innanzi agli occhi, fra le
case che si fanno sempre più basse, due larghe vie campestri, ombreggiate di
alti e nobili alberi: ambedue queste vie hanno la bellezza pura e pacificatrice
della campagna, che succede alle sporche e rumorose vie cittadine. Sono ambedue
attraenti, affascinanti, per la loro ampiezza, per la ricchezza altera dei loro
alberi, per il misterioso invito campestre che esse esprimono e che si sente
nell’intimo cuore: una di esse porta al Campo di Marte, dove si fanno le
esercitazioni militari e le corse dei cavalli: un’altra porta a Poggioreale,
dove è il camposanto.
Ambedue deliziose, malgrado che conducano, una ai ritrovi della forza, del
coraggio, dell’abilità, dove la vita assume un carattere così simpatico di
vigore e di valore, e che l’altra conduca alla casa dei morti: ambedue evocanti
un desiderio di calma e di benessere, di solitudine amica delle anime stanche,
di silenzio suadente i sensi ammalati dal rumore umano. La strada del Campo di
Marte ha taciti allettamenti, come quella di Poggioreale: e questa grande
strada, dove coloro che sono partiti compiono l’ultimo loro tragitto mortale,
ha seduzioni scevre di qualunque tristezza. La via cittadina, fra il Museo e il
Reclusorio, vi contrista fino all’abbattimento, poiché essa vi dà la continua
immagine della fine, in una forma, ahimè, miserabile, grottesca e tragica.
Invece, lassù, come la città finisce e si svolge il gran sentiero campestre,
sparisce ogni tormentatrice sensazione del grottesco, si perde il ribrezzo
dell’ultima miseria, e la tragedia della morte sembra invece la forma di un
augusto riposo. Tutte quelle apparenze funebri per la via ombreggiata che quasi
abbraccia il bel colle, in quella solitudine della terra, del cielo e delle
piante, perdono ogni carattere di oppressione, non danno più spasimo e il
viandante di Poggioreale guarda con occhio forse malinconico, ma tranquillo, ma
serenamente rassegnato, quell’ultimo tragitto. La via di Poggioreale è così
bella, così attraente che bene spesso gli amanti la percorrono, a piedi,
tenendosi a braccetto, tenendosi per mano, ebbri di sole e più ebbri di amore;
e la percorrono in una piccola e sgangherata, ma proteggitrice carrozza da
nolo, stretti, guardandosi negli occhi, l’amante col braccio passato attorno la
persona dell’amata. Questi amanti incontrano i morti, bene spesso, ma non
impallidiscono, non si turbano, non ne hanno tristezza. — L’amore è forte come
la morte — dice Salomone. Ma, anche lassù, la morte è un passaggio quieto e
senza dolore, nella grande pace universale.
Colui che, in pochi giorni di quel mese di maggio, aveva percorso varie
volte quella via di Poggioreale, venendo dalla città, inoltrandosi al passo un
po’ lento, della sua piccola carrozza da nolo, sotto i grandi alberi tutti
rifioriti nel maggio, non conduceva con sé nessuna donna. Era un giovane,
veramente: era nell’età in cui si crede che l’amore sia la più dolce illusione
della vita: era nell’età in cui le parole di Salomone, che appassionatamente
proclamano l’amore forte come la morte, entusiasmano. Ma niuna donna lo accompagnava.
Egli compiva la sua lunga passeggiata, tutto solo, raccolto nei suoi pensieri,
che non avevano il colore della gioia, né quello della tristezza, poiché il suo
volto era smorto ed emaciato, come chi uscisse di malattia, ma non esprimeva,
però, sofferenza. Mentre il cocchiere lasciava andare il suo cavallo alla
leggera salita, senza frustarlo, colui che si faceva portare per la via di
Poggioreale fumava silenziosamente, sogguardando ogni tanto il paesaggio. Se
incontrava qualche convoglio funebre un po’ sbandato in quella solitudine
campestre dove cessava la pompa cittadina, un po’ disordinato, coi fratelli che
si raggruppavano chiacchierando, col cocchiere della negra carrozza che
accendeva un mozzicone spento, avendo smesso la sua boria funeraria, colui che
andava passeggiando, solingo, per la strada del camposanto, salutava,
sollevando il cappello: ma voltava la testa in là, perché passasse il corteo,
tutto quanto, senza quasi vederlo. La grande strada si faceva nuovamente
deserta, tutta piena di sole, nelle belle mattinate: tutta tiepida nei
pomeriggi già vivaci del maggio — poiché colui percorreva quella via di
Poggioreale talvolta di mattina, talvolta verso le quattro pomeridiane, nelle
ore in cui è più confortante la passeggiata. Quando egli si ritrovava
nuovamente solo, provava una soddisfazione tranquilla, che gli si rifletteva
sul volto. I cocchieri da nolo napoletani sono molto familiari e molto verbosi:
in un lungo tragitto, per una via deserta, dove non debbano badare alla gente e
alle altre carrozze, si annoiano sulla loro cassetta ed è difficile che non
tentino di appiccare discorso col passeggero, in quella forma sfrontata, tenera
e rispettosa che essi hanno. Ma quando si porta un uomo taciturno e pensoso
come Luigi Caracciolo, in una giornata che non è quella dei Morti, e che lo si
porta al camposanto, e che lo si vede a occhi bassi fumare mezza sigaretta,
lasciarla spegnere e buttarla via, che lo vede salutare la croce che passa, ma
non aver la forza di guardare il convoglio funebre, il cocchiere intende e non
parla. Uno di essi, solamente, più sfrontato, più tenero e più familiare, gli
chiese, un giorno:
— Eccellenza, chi vi è andato in paradiso?
— Una persona — disse Luigi Caracciolo, senz’altro.
— Ah la morte è brutta, la morte è brutta! — disse a mo’ di rimpianto,
sospirando, il cocchiere e frustando la sua bestia.
In quelle gite, Luigi Caracciolo, oltrepassata la chiesa bianca di S. Maria
del Pianto, si faceva condurre sino al cancello superiore del camposanto.
Innanzi alla gran porta, Luigi scendeva dalla carrozza e il cocchiere gli
domandava, quasi sempre, se egli avrebbe tardato molto.
— Non so... non so... — egli diceva, con un gesto incerto.
— Va bene, va bene — soggiungeva il cocchiere per non aver l’aria
d’infastidire il suo passaggiero — io aspetto.
E pazientemente il cocchiere levava al cavallo tutta la testiera, gli
appendeva al collo un sacco di biada e lo lasciava mangiare, mentre egli,
cavato uno strofinaccio, dava una pulita alle ruote. Luigi Caracciolo entrava,
dal gran cancello, sulla prima spianata, ornata a destra e a sinistra di
cespugli di tuye, di piccole palme nane e poi penetrava nel gran
quadrato, circondato su quattro lati da un chiostro di cappelle, attaccate l’una
all’altra, con un porticato per potervi accedere e passeggiare, al coperto,
mentre in mezzo restava il giardino diviso ad aiuole, tagliato da quattro viali
in forma di croce greca con la statua della Religione nel mezzo; e le aiuole
erano divise in tombe, monotone, uniformi. Questo chiostro di cappelle
appartenenti per lo più a confraternite, malgrado la beltà del suo porticato,
malgrado il suo giardino nel mezzo, dove così folti crescevano i crisantemi fra
le lapidi e le croci, aveva un non so che di volgare, non parlava tristemente
al cuore, non aveva voce mistica per dire qualche profonda parola al cuore
esitante. La medesima statua della Religione, stringente fra le braccia la
croce, non pareva che una bianca donna di pietra, con le vuote occhiaie inespressive
rivolte al cielo. Talvolta, un soffio di vento primaverile faceva ondeggiare,
sulle aiuole dei morti, tutta quella vegetazione di piccole rose d’ogni mese e
di pallidi crisantemi che si piegavano come le alte erbe di un gran prato: ma
questo primo recinto non era né solenne né idilliaco e non ispirava né la
melanconia né il sorriso. Pure, fra quelle croci che portavano tutte il numero
civico e a cui la pietà dei parenti poveretti attaccava un biglietto da visita
col nome, talvolta una corona di perline bianche e nere, Luigi aveva sempre
trovato qualche persona che pregava, che contemplava una di quelle fosse
provvisorie, che ne puliva la croce, che ne strappava le male erbe; egli
pensava che i vivi sono molto meno dimentichi dei morti di quello che si crede.
Specialmente una fossa tutta coperta di crisantemi che portava sulla sua croce
il numero 30333 aveva una visitatrice assidua; ed era una brutta e goffa
fanciulla, di età incerta, da diciotto a trentadue anni, tutta vestita di
lutto, ma assai poveramente: sotto il lungo velo nero che le scendeva dal
cappellino e che tendeva al rossastro, si distinguevano due bellissimi occhi
neri, ma carichi di una mestizia intensa, senza fine. In cinque volte che Luigi
era venuto a Poggioreale, due volte aveva trovato la brutta ragazza vestita a
bruno, seduta sovra una pietra, presso alla croce 30333. Le sue informi scarpe
erano polverose: fuori non vi era traccia di carrozza; ella era certamente
venuta a piedi. Ma non piangeva, non pregava. Stava lì, in compagnia di quella
croce. Non levava neppure la testa, udendo passare Luigi.
Egli passava subito sotto l’arco di pietra, e penetrava nell’ampio giardino
libero e fresco, passava sul colle tagliato da tanti piccoli e grandi viali salienti,
scendenti, nascosti fra gli alberi, perdentesi fra i cespugli, dove,
dappertutto, in quella primavera, risuonava un lieto trillo di uccellini. Ogni
tanto, da un viale che si apriva, laggiù, si vedeva un gran pezzo di città e
l’arco che fa la campagna vesuviana verso Napoli, e un lembo di mare; ma,
attraversato quel viale, si rientrava in un giardino tutto fiorito, dove,
veramente, le lapidi bianche dalle lettere nere e i piccioli monumenti, e le
cappellucee, e le grandi cappelle nulla avevano di orribile, nulla avevano di
tragico. Dietro i cancelli di bronzo, attraverso le porticine graticolate, si
vedevano ardere le lampade votive: dall’alto dei monumenti pareva che
guardassero le figure degli angeli, messivi a mistica custodia; delle corone
erano appassite, sospese alle colonnine; su qualche tomba eravi il busto del
morto, per lo più una figura femminile, una figura giovane, di fanciulla o di
sposa, sparita nel fiore novello della vita, le lettere nere formavano parole e
formavano iscrizioni, e dicevano il nome e gli anni e le virtù dell’estinto, e
il dolore dei superstiti. Che faceva, ciò? Il colle aveva la grande bellezza
calma dei giardini meridionali, nel loro miglior tempo, che è quello della
primavera: aveva la serenità dei giardini abbracciati dal sole, irrorati dalle
rugiade vespertine, carezzati da un alito caldo, e non troppo turbati dalla
presenza umana; aveva la maestà placida degli ambienti dove le due grandi
verità, la Vita e la Morte, si salutano e si baciano. Talvolta, un giardiniere
appariva e spariva, col suo inaffiatoio, con la sua blusa azzurra che si
perdeva fra gli alberi; talvolta si incontrava un custode che se ne andava alla
sua strada senza neppure voltarsi indietro: poi, la solitudine. L’incontro
delle due grandi verità, la Vita e la Morte, si faceva in un silenzio senza
tristezza, in un ambiente vivo e pur deserto: e il misterioso bacio per cui il
cadavere era ridato alla terra e la terra lo ridava in fiori, il misterioso
bacio non aveva testimoni. Luigi bene conosceva la sua via. I tre viali, uno
grande e due piccoli, che doveva percorrere prima di giungere alla sua mèta,
gli erano noti, oramai, come le strade della sua città natìa e le tombe che
doveva rasentare, cinque o sei, fra cui il monumento in granito della bellissima
ballerina Amina Boschetti, gli erano così familiari che vi fermava lo sguardo e
se ne rammentava i nomi, a memoria. Vi era il piccolo monumento al prete di
Ariano, che fu anche un umile poeta del popolo, Pietro Parzanese; sulla
colonnina che ne sostiene la testa in marmo di un vecchietto buono e pio, col
lapis, quanta gente aveva scritto il suo nome, con qualche parola di
ammirazione, poiché anche quell’umile poesia aveva avuto la sua popolarità; dei
pugliesi, sovra tutto, che invocavano il compatriotta. Poi la tomba di una
fanciulla, che aveva, in un medaglione di marmo, il ritrattino in fotografia
della morta, coperto, sì, da un cristallo, ma così pallido, così scialbo, che i
contorni si perdevano e i ricci della acconciatura pioventi, da dietro le orecchie
sul collo, sembravano solo vividi; poi la cappella tombale degli Althan, alta,
elegante, con le porte di bronzo scolpite; poi la tomba di una sposa che
portava, oltre il nome e l’età, questi versi un po’ ingenui: Mi parve la
speranza della vita — Come una vaga nube indefinita — Ma
volgendosi in Dio la mia speranza — Si cangiò in bene che ogni bene
avanza. Poi, in un crocevia, circondato da un gruppo di alberi, tenendo
innanzi due aiuole di crisantemi e di fiammanti gerani, chiusa da due porticine
di ottone traforate singolarmente, sorgeva la cappella mortuaria di casa Dias.
Qui Luigi veniva, da tre settimane: qui era venuto, in quelle tre settimane,
cinque volte.
La cappella funeraria di casa Dias era grande, costruita sopra una
architettura di tipo greco, ma confuso dal mal gusto moderno: tutta bianca, con
un frontone dorico che portava la scritta in lettere nere: Ego sum
resurrectio et vita, e sotto il nome di colui che l’aveva fatta costruire:
Augusto Dias, il padre di Cesare Dias, sibi, suis, e l’anno in cui era
stata edificata. La porta, a due battenti metallici, lavorati a strani trafori,
luccicava, scintillava. Sul lato destro vi era una finestretta dai vetri
colorati, dove era disegnato un Gesù che camminava sulle acque: e sul lato
sinistro una pari finestretta dove era disegnata una Annunciazione: servivano
per dar luce all’interno della cappella. A traverso i sottili trafori,
accostandosi molto, ficcando acutamente gli occhi dentro, si poteva scorgere
l’interno, cioè il pavimento di marmo bianco e in fondo l’altare per le messe
mortuarie, coi due alti candelabri di argento. Ma non vi ardeva nessuna
lampada. Bensì le aiuole, innanzi e sui lati, erano coltivate con cura,
inaffiate ogni giorno: le due siepi di mortella erano tutte linde, come una capigliatura
verde assai bene ravviata. La cappella non si doveva aprire spesso, come tante
altre, massime quando è forte e ancora fresco il rimpianto dei vivi; ma era
raccomandata, certo, al giardiniere. Altrove, vi era la lampada accesa, la
lampada mistica che si consuma e non muore, che veglia come veglia il divino
cuore di Gesù, che è il votivo ricordo dei superstiti agli estinti; qui,
intorno alla funebre cappella dei Dias, i fiori freschi, dai colori lieti, che
quasi abbracciavano il monumento in una cintura fiorita.
La prima volta che vi giunse, Luigi Caracciolo, fu dopo aver errato per più
di un’ora, in tutto il camposanto, cercando dove fosse sepolta quella che egli
aveva amata. Non voleva domandare. Quel nome non gli poteva uscire dalle
labbra, come se un suggello le avesse serrate. D’altronde egli era venuto colà
senza una volontà forte e salda, senza uno scopo preciso: cercava la tomba,
ecco tutto. Nell’anima, vagamente, gli ronzavano le tristi e fatali parole di
Hermione: va’, va’: non ti resta che far aprire la tomba di Anna e coricarti
accanto a lei. Quando le aveva dette queste suggestive e misteriose parole,
Hermione? Nel bosco, gli pareva: in un’ora notturna, tra l’ombra, tra il
freddo, tra lo strazio che gli squarciava il petto, nei singhiozzi. Due volte
egli aveva inteso risuonare quel mortale consiglio, alle sue orecchie, tristi e
fatali parole di addio, ripetute da quella voce profonda: quella voce ora
lontanamente, lontanamente risuonava nell’anima sua, riconducendovi la mortale
suggestione. Va’, va’... ed egli era andato, egli era venuto qui, al bel
colle mortuario di Poggioreale, obbedendo come un fanciullo malato, non sapendo
bene altro che venire nel giardino fiorito dei morti e cercare quella tomba.
Non ne chiese a nessuno là dentro. I custodi nulla dicono, a chi non dice loro
nulla. Non sono uomini malinconici quei custodi, certamente: perché il
camposanto è così un gran giardino sopra un bel colle e perché essi sono
uomini, infine: ma non parlano a chi non dirige loro la parola, sentendosi
forse estranei a quegli ignoti dolori, e pur sentendo di non doverli turbare.
Luigi nulla domandò. Girava, così, a caso, in quel giardino funebre tutto rose
a piè degli alberi, tutto gorgheggi nelle foglie degli alberi novellamente
giovani; forse, la tomba di Anna non esisteva? Forse, quella voce egli non
l’aveva mai udita? Era un sogno, forse, il bosco ed Hermione, e il tetro
consiglio? Non era mai venuto a Poggioreale, Luigi, poiché, come a tutti i
giovani, la morte gli faceva orrore: e non avrebbe mai trovato questa tomba,
forse, poiché tutto, forse, non era che un’allucinazione della sua testa
malata. A un tratto, senza che più la cercasse, la cappella funebre gli si parò
innanzi, con la sua scritta che esalta le virtù del Redentore, dicendo che esso
solo è la risurrezione e la vita, col suo nome che era anche quello di Cesare
Dias. E rientrato da quel vago sogno nella realtà, innanzi a quell’edificio,
egli ebbe una immensa delusione. La cappella era serrata dalle sue sottili ma
forti porte di ottone; le mura, intorno, erano salde. Dove era, dunque, Anna?
Dentro. Chiusa. La cappella era serrata ermeticamente. Quella serratura di
metallo doveva avere una chiave: ma non vi era la chiave. Dove stava Anna? In
una cassa chiusa ermeticamente; la cassa deposta nella fossa di muratura e
sopra, chiusa ermeticamente dalla lapide di marmo; e sulla lapide chiusa, la
porta della cappella. Aveva sperato così, nelle nebbie fluttuanti della sua
volontà, di trovare la tomba, di potersi inginocchiare, di poter baciare quella
pietra, quella terra, di poter piangere, infine, vicino a colei che non aveva
cessato di amare mai.
Va’, va’... a che era venuto? Tutto era chiuso, dal legno, dalla
pietra, dal metallo, innanzi a lui, e il mortale consiglio era derisorio.
Accostato ai battenti di ottone, ficcando lo sguardo per i trafori, aveva
tentato di scorgere dove fosse l’iscrizione, se per terra o sulla parete, ma
non aveva visto nulla. L’ultima ironia del suo destino si compiva ed egli che
non aveva saputo farsi amare, egli che non aveva saputo amare, egli non poteva
neppure abbracciare, con le tenaci braccia, la pietra mortuaria di Anna. Le sue
labbra toccavano il freddo metallo ed egli ghignava d’ironia, su se stesso, sul
suo grottesco fato, sentendo che non poteva neanche uccidersi, innanzi a quella
cappella che era quella di Cesare Dias. Dove era Anna? Lì dentro era sepolta la
moglie di Cesare Dias, la nuora di Augusto Dias, il fondatore della cappella. Sibi,
suis. Sarebbe stato ridicolo uccidersi là innanzi. A che il tragico e pur
poetico consiglio? Apri la tomba di Anna e coricati accanto a lei. A
che? Egli era uno sciocco, un mediocre, un meschino; non un eroe da romanzo. A
che? Inetto ad amare; inetto a vivere; inetto a morire.
Pure l’ostacolo servì a precisare la sua volontà; e una ribellione fece
insorgere tutto il suo essere, contro quelle barriere mute ed immobili che lo
separavano dal corpo dell’amata donna. Due volte era ritornato a Poggioreale,
andando direttamente verso la cappella funeraria dei Dias, cercandola ansiosamente
fra le piante, come si cerca la finestra della donna amata, guardando se per un
miracolo ne fossero aperte le porticine di ottone; chiuse, chiuse, chiuse.
Ardeva di sdegno. Come, neppure poter leggere il breve nome sul marmo della
lapide? Neppure poter baciare le lettere di quel nome? Neppure poter dire quel
nome, sulla pietra sepolcrale? Era uno sdegno cieco quello che lo assaliva; era
come un flusso invadente, affogante di amore e di gelosia che gli stringeva la
gola e la testa. Niente, niente, dunque, gli era lecito, poiché Anna aveva
amato un altro uomo, poiché era stata moglie di questo altro uomo, poiché era
morta per questo altro, poiché era sepolta nella tomba di questo altro, e
questo altro, il marito, il padrone, il signore, l’amato, ne teneva la chiave.
Niente, niente, per lui, neppure una preghiera sopra una lapide! Ah che destino
crudele e buffo era dunque il suo, che specie di fato che lo faceva librare tra
una visione drammatica e una realtà ridicola! Una collera furiosa lo teneva contro
se stesso, specialmente. Non aveva mai voluto, doveva volere, una
sola volta, adesso. E nella sua mente malata, nel delirio della sua spirituale
impotenza, egli formò il piano bizzarro di farsi aprire quella cappella, di far
sollevare la lapide di Anna, di fare scoperchiare quella cassa. Doveva farlo.
Era un miserabile se non lo faceva. Doveva veder quel cadavere. Sottilmente,
nell’anima, a rendere più ardente questo desiderio, si metteva questo
fantastico dubbio:
— Forse Anna non vi è.
E il desiderio si faceva più tragico. Quella triplice ermetica chiusura del
legno, della pietra, del metallo non nascondeva, forse, un segreto orribile,
uno di quei segreti che fanno imbiancare i capelli di un uomo e che ne turbano
per sempre la ragione? Quella triplice inaccessibilità non chiudeva, forse, il
motto del grande enigma?
Non gli aveva forse suggerito, Hermione, con la sua voce che pareva venisse
di lontano, di andare alla tomba di Anna, di far sollevare la lapide, di far
aprire la cassa e sdraiarsi accanto all’amata? Qui era la parola, qui era la
verità: egli doveva infrangere quegli ostacoli materiali per cercare la
sua vita o la sua morte. I suoi occhi si fissavano magneticamente, quasi
ipnotizzandola, sulla piccola serratura delle porte di ottone, come se il potere
ardente della sua volontà avesse potuto vincere il legame materiale che le
serrava. Ma il rovente sogno della sua fantasia si gelava innanzi alla
immobilità delle cose ed egli partiva da Poggioreale più scorato, più abbattuto
dei giorni in cui aveva inutilmente amato Hermione. Sentiva il fallimento della
sua volontà, e si odiava, e si disprezzava: nella notte, vegliando, egli
combinava mille progetti strani per farsi aprire la cappella, come l’amante
che, non potendo vivere senza l’amata, ne progetta l’impossibile fuga, insieme.
Forse... non lo avrebbe potuto aiutare qualcuno, a Poggioreale? Con il denaro?
E il dì seguente trovando presso la cappella dei Dias il giardiniere che
inaffiava le aiuole dei crisantemi e le siepi di mortella, lo interrogò:
— Siete voi il giardiniere di questa cappella?
— Sì, Eccellenza — disse l’uomo, continuando il suo lavoro.
— E la chiave l’avete voi?
— No, Eccellenza.
— E chi l’avrà?
— Il padrone della cappella, forse.
— Voi non l’avete mai vista aperta? Non ci siete mai entrato?
— No, mai. Mi regalano solamente per badare al giardinetto.
— Chi vi regala?
— Il padrone.
— Non ci viene mai, lui?
— Non lo saprei dire. Venne... sì, venne la vigilia dei Morti... ma, dopo,
non l’ho più visto.
— E la chiave, la terrà lui? — e gli diede del danaro.
— Forse: ma perché non domandate al custode? Vi potrà informare meglio di
me. Lo vado a chiamare? — disse tutto premuroso.
— Sì, sì, andate.
Dopo pochi minuti, il giardiniere tornò col custode. Gli aveva dovuto
spiegare, per la via, quello che voleva il signore, perché il custode disse
subito, con un ossequio riservato:
— Vostra Eccellenza è parente?
— Sì... un po’ parente... — balbettò Luigi, pallidissimo, sperando, credendo
di aver già raggiunto il suo scopo.
— Voi vorreste entrare per pregare, è vero, Eccellenza? — chiese il custode,
sempre con quel tono minore riservato, di coloro che vivono al cospetto del
dolore e che, pure non dividendolo, hanno imparato a rispettarlo.
— Sì... per pregare un poco... — rispose Luigi, cavando del danaro, dal
portafogli, e dandolo a quell’uomo che gli doveva aprire la cappella.
Quello riservatamente intascò e ringraziò. Poi, riprese:
— Si può fare... si può fare... per contentare Vostra Eccellenza.
— Bene, prendete la chiave... — e fremeva d’impazienza.
— Io non la tengo la chiave.
— Come? E chi la tiene? — esclamò, disperato.
— Il cavaliere.
— Quale cavaliere? — domandò Luigi, non intendendo.
— Il cavaliere Dias.
— Ed allora come potrei entrare?
— Per servire Vostra Eccellenza, io scenderei a Napoli, cercherei del
cavaliere e dicendogli che vi è un parente, mi farei dare la chiave... è sempre
un gran favore... ma il cavaliere ha fiducia in me.
— No — disse Luigi, senz’altro.
— Non volete, Eccellenza?
— Non voglio.
— E perché?
— Se volessi così, chiederei da me la chiave. Non voglio.
— Allora... non vi è che fare — disse il custode, crollando le spalle.
Il giardiniere si era allontanato, per arare il giardino intorno alla
cappella degli Althan.
— ... Non vi è proprio che fare? — chiese lentamente Luigi, a occhi bassi. —
Non si potrebbe entrare diversamente?
E una grande ansietà gli si dipinse sulla figura. Il custode, perduto a un
tratto l’ossequio e la riservatezza, lo squadrò con diffidenza. Era ben
vestito, aveva la catena all’orologio: non poteva essere un ladro di morti.
— È impossibile, caro signore — disse il custode, non dandogli più
dell’Eccellenza.
— Impossibile? Solamente per dire un’orazione, là dentro? Voi presente?
— Impossibile — e lo guardava con curiosità. Non era un ladro: forse era un
pazzo. Ne viene, qualcuno, talvolta, a Poggioreale: o ci viene chi vuol
suicidarsi.
— Impossibile, caro signore — ripetette il custode, come se egli stesso
volesse ostinarsi nella sua negazione.
— Volevo pregare solamente, niente altro — spiegò Luigi, andandosene subito.
Soffocava di rabbia. Per quattro giorni non andò più a Poggioreale; temeva
del proprio furore amoroso e geloso, temeva della propria fantasia ammalata,
temeva di sfondare con una spallata quelle porte, come un ladro che tenta un
furto con effrazione. Infine, negli urti della sua collera, egli si decise di
offrire a quel custode mille lire, diecimila lire perché, in qualche modo gli
aprisse le porte della cappella Dias. Era una violazione, un sacrilegio, ma
quale uomo resiste a lungo, innanzi a una grossa somma di denaro? Quel custode
di cimitero era di umile condizione, forse povero: diecimila lire a lui
dovevano sembrare una ricchezza, e non si trattava, infine, che di aprire le
porte di una cappella, all’ignoto e prepotente desiderio di un uomo. Deciso
questo, Luigi sentì a un tratto chetarsi la sua smania, sicuro che il suo
progetto di corruzione sarebbe perfettamente riescito. Sì, sarebbe entrato: il
custode gli avrebbe prestato una leva per sollevare il marmo funerario, e lui,
Luigi, sarebbe disceso nella fossa. Diecimila lire! Forse aveva moglie e
figliuoli, quel custode. Così prima di uscire, in quel pomeriggio estremo di
maggio, Luigi mise quel denaro nel suo portafogli, sicuro di riescire. Altre
volte aveva lasciato che la carrozza andasse al passo: quel giorno una fretta
lo teneva e due o tre volte disse al cocchiere di correre. Non fumava. Non
sapeva quello che sarebbe accaduto, precisamente: sapeva solo che se Anna era
nella sua tomba, egli l’avrebbe vista. Ardeva di una passione lugubre e folle:
e sentiva l’imminenza delle ore supreme. Entrò nel camposanto, camminando
presto: andò direttamente verso la cappella dei Dias: lì avrebbe chiamato il
custode, per dargli quel denaro, per promettergliene dell’altro, se non
bastava. Vi giunse. Le porte di ottone della funebre cappella erano spalancate
ed egli si arrestò stupefatto. Vacillava: pure fece per entrare. Ma sulla
soglia apparve Cesare Dias: uscì dalla cappella e con la mano se ne tirò dietro
le due porte, restandovi fermo, innanzi. I due uomini erano perfettamente soli.
Si guardarono: fu una divorante occhiata, ma di quelle occhiate rosse di
sangue. Poggioreale, tutto fiorito, era immerso in un grande silenzio.
Talvolta, il venticello faceva piegare i crisantemi e le rose di ogni mese.
— Che fai, qui? — domandò Cesare, senza lasciare i due battenti della porta.
— Che t’importa? — domandò sdegnosamente Luigi, invece di rispondere.
— Questa è casa mia — disse Cesare, mordendosi il labbro.
— È la casa dei morti: è la casa di tutti.
— Altrove, sì: non qui. Questa qui, vedi, è casa mia: tu ci vieni: voglio
sapere che ci vieni a fare.
Parlava con una voce sorda, fissandolo con quel divorante sguardo: e così
Luigi gli parlava, così Luigi lo guardava. Intorno, perfetta solitudine e assoluto
silenzio.
— Non mi rispondi? Che vieni a fare, nella mia casa?
— Non ti voglio rispondere, Cesare.
— Hai paura, eh?
— Di te, non ho paura — disse Luigi, lentamente.
— E allora parla, subito. Questa è la casa dei Dias: tu non sei né mio
parente, né mio amico. Sei mio nemico. Perché vieni? Dillo subito.
— Perché lo domandi? Lo sai bene! — esclamò, con un supremo disdegno, Luigi.
— Vieni ad amare Anna, eh? — e la voce del marito era tremante e soffocata.
— Già — rispose l’infelicissimo innamorato, guardando le porte di ottone
socchiuse.
— Vattene — disse Cesare Dias, mordendosi il |