I.
Era il quarto inverno, ormai, in cui lady Diana
Montagu giungeva a Bordighera, ai primi di dicembre per restarvi sino alla metà
di aprile: e l'Hôtel Angst le conservava, ogni anno, il suo consueto appartamento,
in pieno sole, a un angolo del primo piano, un po' nascosto da un folto gruppo
di palmizi del giardino. Nel primo inverno lady Diana Montagu non era
venuta sola: suo marito, sir Randolph Montagu, l'aveva accompagnata,
rimanendo una settimana a Bordighera, ma andando, ogni giorno, a Sanremo, ove
eran moltissimi inglesi e si giuocava forte, o a Montecarlo: poi, dopo otto
giorni, era partito. Subito dopo, era arrivata donna Vivina Sforza, la giovine
sorella di lady Diana e si era trattenuta circa tre mesi, a Bordighera.
In quella stagione, malgrado che avesse sempre l'aria stanca, lady
Montagu era escita ogni giorno, a piedi, in automobile, in barca: ma rientrava,
spesso, stanchissima, con un bisogno di riposo e di silenzio. In quella stessa
stagione, le due sorelle ricevevano molte visite di amiche, di amici, che
venivano da Nizza, da Montecarlo, da Sanremo, ridenti, rumorosi, invadenti il
tranquillo albergo Angst: ma, spesso, lady Montagu lasciava che
la sua lieta e spensierata sorella si occupasse degli ospiti, mentre ella si
ritirava nella sua stanza: spesso, donna Vivina Sforza si assentava, andando a
passare due o tre giorni con amiche, con amici, a Sanremo, a Cap Martin, a
Nizza, tutta vibrante di fresca giovinezza. Quando, alla fine della stagione, lady
Montagu partì, con suo marito che era venuto a prenderla, per Pietroburgo, non
pareva che l'aria balsamica e la quiete di Bordighera avessero rianimato le sue
forze un po' disperse e ricolorito il suo bianchissimo volto. Nel secondo
inverno, lady Montagu giunse accompagnata da una vecchia zitella
inglese, miss Annie Ford, una simpatica donna che aveva vissuto molto in
Italia e che parlava benino l'italiano, un singolare miscuglio di amica povera,
di dama di compagnia e d'infermiera. La grande beltà di lady Montagu era
velata da una lassezza che, talvolta, ella giungeva a dominare, quando era in
pubblico, con persone: ma che la sopravvinceva, quando restava sola, con miss
Ford. In quell'anno, ella era escita meno: preferiva qualche breve passeggiata
a piedi, sulla spiaggia o sulla collina, nei boschetti odorosi che sovrastano
Bordighera: preferiva qualche passeggiata in vettura: non andava più in
automobile: non andava più in barca. Spesso, scendeva in giardino, sotto i
palmizi, restandovi ore intere, leggendo, talvolta; ma, quasi sempre, tenendo
fra le mani troppo bianche, fra le dita un po' scarne, un ricamo d'arte, in cui
dava dei punti, distrattamente; talvolta era Annie Ford che le leggeva,
sottovoce, presso la sua poltrona, un libro inglese, un libro francese. Miss
Annie Ford era di umor sempre sereno, attenta a ogni gesto di lady
Montagu, rapida, apparendo e sparendo, sempre per appagare un piccolo
desiderio, un piccolo ordine della bella Diana. Costei, talvolta, di sera, nel
suo salotto del primo piano, suonava il pianoforte, ma in sordina, con un tocco
molle e lieve: qualche volta, anche, accennava di cantare, ma sempre sottovoce,
non avendo altri ascoltatori che miss Ford. A metà stagione, era venuto sir
Randolph Montagu a far visita a sua moglie, da Pietroburgo: ma non era restato
che tre giorni, senz'allontanarsi mai: era ripartito, più taciturno e più
glaciale nella sua rigida fisonomia britannica. In fine, lady Montagu
era andata via, con miss Ford. Si domandava, dai curiosi, al maggior medico
di Bordighera, un inglese che vivea colà da venti anni, mr. Evans, se lady
Montagu fosse tisica.... «Tisica? Mai! Non era neanche ammalata, la bella
italiana: non era che molto debole, una debolezza che potea perfettamente
curarsi....».
In lutto strettissimo, chiusa nei grandi veli neri del
cordoglio, il terzo inverno aveva ricondotto a Bordighera lady Diana
Montagu: e sotto il crespo nero opaco del suo cappello, l'orlo riccio di tulle
bianco, posante sui bei capelli ondati, diceva che ella era vedova. Quell'anno,
in estate, sir Randolph Montagu aveva voluto aggiungere l'alpinismo, a
tutti gli altri sports che egli praticava, con muto ardore: e, insieme a
due amici, era rimasto vittima di una tormenta di neve, sul Mönch, uno dei
monti che si staccano dalla Jungfrau. Dopo dieci giorni solo dal tragico
accidente, i tre cadaveri erano stati rinvenuti, in uno di quei corridors
dei grandi ghiacciai sinistri; e riportati a Interlaken, perfettamente
riconoscibili. Sir Randolph Montagu, con un testamento che portava la
data precisa, quella del giorno dopo delle sue nozze, aveva lasciata erede
universale di sua fortuna Diana Sforza, diventata lady Montagu. Era
giunta ai primissimi di dicembre, più presto del consueto, lady Montagu,
accompagnata da miss Ford, anche essa portante un lutto discreto, come
la sua signora e amica. Nei rigorosi vestiti neri, senz'alcun ornamento, la
persona alta e snella della giovane vedova di sir Montagu sembrava più
magra, come serrata in una guaina austera di crespi neri: e il volto, quando
ella sollevava il suo lungo velo e lo rigettava indietro, sugli altri veli,
appariva di una bianchezza esangue, e ceree le lunghe mani sottili uscenti
dall'orlino bianco dei polsini, senza una gemma sulle dita fini, salvo la
fascia d'oro dell' anello coniugale. Esangue il volto che era stato così
finemente roseo di Diana Sforza: e bianca, opaca, come un'ostia, la pura
fronte; e pallidissime le labbra ove, un tempo, non molto tempo prima, affluiva
il vivido sangue della gioventù: e tutto uno sfiorimento e tutto un decadimento
di quel viso ove la bellezza, non molto tempo prima, aveva avuto la sua
espressione più nobile. Attorno a lei, in Bordighera, ove tutti, ora, la
conoscevano e nell'Hôtel Angst, vi era come un senso di riguardoso
rammarico, per il suo grande lutto che ella teneva rigorosamente, per questo
suo sfiorimento che, nelle vesti nere, era più impressionante. Anche le sue
forze fisiche eran molto declinate: il colpo improvviso della tragica morte di
suo marito, quella solitudine e quel cordoglio che, a un tratto, fasciavano la
sua vita, dovevano aver avuto, in lei, una ripercussione profonda. Ora, non
esciva che alla domenica, per andare alla messa delle nove, nella chiesa
dell'Assunzione, che sta un po' fuori di Bordighera, sulla via di Ospedaletti:
e quel cammino non lungo le pesava, certo, giacchè ella lo compiva con
lentezza, quasi mancandole il fiato per continuare: accanto a lei, miss
Ford le portava un altro mantello e un plaid che le collocava sulle
ginocchia, quando la vedova lady Montagu s'era seduta, in chiesa, come
disfatta, e aveva piegato il volto fittamente velato di crespo, sulle mani.
Così restava, lady Montagu, tutto il tempo della messa, senza mai
inginocchiarsi, forse perchè non ne aveva la forza: ma il suo capo, talvolta,
si abbatteva sulle sue mani e non si rialzava che alla fine: con un grande
segno di croce, ella si levava, si allontanava, chiusa nella sua nera
pelliccia, coverta dai suoi veli vedovili, chinando la testa appena, nella via,
ai saluti rispettosi che riceveva, non fermandosi con nessuno, non parlando con
nessuno, giungendo affaticatissima al suo albergo, con un respiro anelante e,
infine, penetrando nel suo salotto, ove ardevano i ceppi nel caminetto,
mettendosi innanzi al fuoco, curvandovi il suo volto candido come l'ostia e
freddo, accostandovi le sue mani diaccie, senza giungere a riscaldarsi. Il suo
salotto era pieno di sole, di liete vampe del caminetto, di fiori fragranti:
ella si sdraiava sui cuscini molli della chaise longue e rimaneva
immobile, con le palpebre abbassate, le tenui palpebre che avevano una sottile
linea di viola.... Ronzava, intorno, miss Ford, occupata a mille piccole
cure, ronzava, senza far più rumore di una mosca, fermandosi, ogni tanto, a
guardare il viso smorto dalle labbra smorte, e le palpebre socchiuse, un po'
violette di lady Montagu, e la candida mano troppo scarna sul cui
anulare si abbatteva il cerchietto d'oro, fatto troppo largo. Non soffriva, non
piangeva, non si lamentava, di nessun male, Diana Montagu: ma il suo abbandono,
il suo distacco, la sua indifferenza stringevano il cuore di chi la vedeva, in
quelle lunghe ore. Non la vedevano, così, che miss Ford e Celestina, la
cameriera dell'albergo: una o due volte per settimana, veniva mr. Evans,
a fare una visita, lady Montagu si sforzava a riceverlo come un
visitatore, non come un medico, si alzava, conversava con lui, lo ascoltava
pazientemente, in quello che le consigliava, accettando ogni sua prescrizione,
gli offriva il the e, dopo, quando egli era escito, ricadeva in quel suo
torpore, da cui solo miss Ford, ogni tanto, giungeva a strapparla con
una dolce violenza. Diceva meno, ormai, in pubblico, il dottor Evans, che la
bella italiana non era malata. Diceva, borbottando: «.... potrebbe guarire, se
volesse.... potrebbe guarire....» e non soggiungeva altro.
Con mezzi ingegnosi, con tenera violenza, miss
Annie Ford tentava di scuotere il mortale languore da cui lady Montagu
si lasciava vincere. Cercava di parlarle dell'Italia, di Roma, di donna Vivina Sforza,
le cui nozze con Sandro Falconi, di un'antica famiglia perugina, erano
imminenti; ma dopo pochi istanti, Diana non rispondeva che con un cenno della
testa, il suo viso si contraeva, come per un fastidio della voce di Annie Ford.
L'altra taceva. Ma se la vedeva riaversi, le portava dei libri, perchè ne
scegliesse qualcuno, che ella le avrebbe letto: le rimetteva sotto le fredde
dita inerti qualche ricamo, per tentare di farla lavorare: le portava dei fiori
freschi, glieli scioglieva in grembo, si inginocchiava innanzi a lei, coi
vaselli in mano, perchè Diana ve li componesse, senza fatica: schiudeva un po'
le tende dei veroni, quando i cantatori ambulanti si fermavano, in giardino, a
cantare Oi Marì e 'O sole mio.... Sì, allora si ridestava, Diana
Montagu, tendendo l'orecchio, ascoltando, con attenzione, con un'ombra di
sorriso, sulle labbra che non avevano più una goccia di sangue: e miss
Ford, segretamente, li faceva venire, ogni pomeriggio, quei cantatori.
Talvolta, Diana si levava, nella sua lunga veste nera e andava al pianoforte,
toccando i tasti, con una mano: talvolta, ancora, con voce fievole ripeteva un
ritornello, che Annie Ford non conosceva, ma sempre lo stesso, triste e
passionale, fievolmente. E si ridestava, dai suoi lunghi silenzi, dai suoi
torpori Diana Montagu, quando arrivava la posta, tre volte il giorno. Era Annie
Ford che gliela portava, appena giunta, tanto aveva compreso la silenziosa
ansietà di Diana: e gliela lasciava e scompariva, discretamente, mentre vedeva
mutarsi il pallidissimo viso e tremare le ceree mani, toccando le lettere.
Quando rientrava, più tardi, comprendeva Annie Ford, a quel viso fatto più
chiuso, più indifferente, più distante, che la lettera attesa non era
giunta.
Quanti giorni, trascorrenti, un dopo l'altro, questa
lettera fu attesa e mai, mai, essa venne, per settimane e mesi! Sin che Diana
Montagu si scorò, disperò di mai più veder giungere il messaggio invocato: e
tutte le sue delusioni si unirono, per abbattere la sua anima che era vissuta
di un segreto desiderio. Ella non si occupò più della sua corrispondenza:
appena se volgeva gli occhi, sempre velati di una lassezza infinita, quando
Annie Ford entrava con lettere e giornali. Le lasciava ammucchiare, sovra un
tavolino, presso la sua chaise longue: vi rimanevano, chiuse, queste
lettere, talvolta per ore e ore, per giornate. Timidamente, una volta, miss
Ford propose a lady Montagu di aprirle, di leggergliele: l'altra fece un
gesto annoiato di adesione e non levò neppure le palpebre, durante la lettura.
Un telegramma portò la notizia lieta delle nozze di donna Vivina Sforza con
Sandro Falconi, a Perugia: la vedova di sir Randolph Montagu non aveva
potuto presenziare a tale festa, per il suo grave lutto e per la sua salute
malferma, ma essa, invece, aveva generosamente costituita una dote a Vivina e
le aveva, anche, inviato i più bei doni, da Bordighera. Nel dispaccio, Vivina e
Sandro Falconi salutavano ed esaltavano la diletta sorella maggiore e
promettevano di venirla a visitare fra giorni, nel viaggio di nozze. Vennero.
Con uno sforzo profondo di volontà, lady Montagu cercò di superare, per
breve tempo, il suo misterioso ed essenziale languore, cercò e trovò nella sua
volontà una forza fittizia e fugace, si creò un aspetto meno funebre, nelle sue
vesti di gramaglie, nel suo volto troppo bianco, nella sua fragile persona. In
una gentile e gaia ebbrezza di amore giunsero i giovini sposi: la tenerezza
quasi filiale di Vivina per la sua grande, per la sua magnifica sorella, come
diceva la sposina, la simpatia grata e affettuosa di Sandro Falconi, parve che
riscaldassero, un poco, il deserto e gelido cuore di Diana. Ma la vaghezza di
un viaggio di piacere, in bei paesi lontani, soli, insieme, riprese gli sposi,
segretamente, li vinse. Neppure si accorsero quanto Diana Montagu restasse
solitaria, malata, senza conforti, in Bordighera, in un paese non suo, in un
albergo, con l'unica compagnia di una familiare; presi l'uno dell'altro, presi
dal loro sogno, non compresero che colei che essi lasciavano colà, indietro, senza
voltarsi, era l'ombra sparente di Diana Sforza. Vollero partire, presto,
presto: dissero, in fretta, che sarebbero tornati, più tardi, o, forse, si
sarebbero incontrati, a Roma, con Diana, o in un altro paese, ove ella fosse:
chi sa dove.... Un bacio frettoloso, di Vivina, sovra una fredda guancia: un
bacio rapido di Sandro Falconi, sovra una fredda mano: e la smorta donna li
lasciò partire, senza nulla soggiungere, seguendoli con un lungo sguardo, così
singolare, che essi non potettero notare, spensierati, fuggenti, via, verso il
loro avvenire, uno sguardo così espressivo, così suggestivo, che sgomentò Annie
Ford. La buona servente si curvò verso lady Diana, che era ricaduta,
immobile, sui suoi cuscini, osò chiederle:
— Ma che ha, Vostra Grazia? Che pensa?…
— .... che voi, certo, rivedrete mia sorella
Vivina....
— E Vostra Grazia?
Ma lady Diana Montagu voltò il capo dall'altra
parte e non volle più rispondere.
II.
Niuno seppe in qual mattino o in quale sera di novembre,
fosse giunta in Bordighera, per il quarto anno, lady Diana Montagu
insieme a miss Annie Ford: nè se fosse giunta in treno o in automobile,
a piccole tappe, come si diceva: nè, per tre settimane, la gente si accorse che
ella era nel suo Hôtel Angst, nel consueto suo appartamento. Non fu
vista escire, nè per la messa domenicale, nè per una passeggiata: non fu vista
in giardino, nel piccolo boschetto dei palmizi, ove gli altri anni ella aveva
la sua poltrona e un tavolinetto. Solamente, quasi ogni giorno, miss
Annie andava e veniva, per Bordighera, rapida, ma tranquilla, col suo viso
pacato e sereno, britannico, ove la gioia e il dolore non trapelano, mai, per
il grande pudore sentimentale inglese. Qualcuno, di sua conoscenza, la fermava,
le domandava notizie della salute di lady Montagu:
— Molto meglio: molto bene — rispondeva,
invariabilmente, con un sorriso, Annie Ford.
Talvolta, il viso di chi interrogava, mostrava la sua
incredulità malinconica:
— Prego: veramente meglio: veramente bene — insisteva
Annie Ford, allontanandosi.
Poi, in un giorno di sole tiepido, in dicembre, Diana
Montagu apparve, sul suo verone guarnito di fiammanti gerani: vi si assise in
una grande sedia a sdraio: vi rimase, due o tre ore, tenendo nelle mani un
ombrellino verde, per riparare solo la sua testa dal sole. Era vestita di
bianco, tutta di bianco, essendo passato oltre l'anno dalla morte di sir
Randolph: aveva una pelliccia bianca che la copriva intieramente. Sotto
l'ombrellino si scorgeva un viso bianco diventato piccolo piccolo, come quello
di una bimba: e la mano che reggeva l'ombrellino era fine e scarna, con le sue
unghie troppo bianche e troppo lucenti. Si disse che a tentar di curare il suo
profondo languore, la sua anemia mortale, le avessero ordinato, ora, dei bagni
di sole: e chiunque passava, dalla mattina a mezzodì, nella via, oltre il
giardino dell' albergo, si voltava a guardare quel piccolo viso, immobile sotto
l'ombrellino verde. A mezzodì spariva il sole, da quel verone: e miss
Annie Ford, che era, sempre, poco lontana, aiutava lady Montagu a
levarsi, le due donne rientravano, una cameriera veniva a portar via scialli,
pellicce e cuscini, i cristalli del verone si richiudevano. Dentro, ardeva un
fuoco vivissimo. Dopo aver accompagnata al suo canapè, presso il caminetto, lady
Montagu, dopo averle raccolto, intorno, tutto quanto ella potesse desiderare,
sui tavolinetti, sulle mensolette, Annie Ford aspettava gli ordini, se restare,
se andare. Lady Diana li dava con un lieve segno della mano. Spesso,
chiedeva di esser sola: ma Annie Ford non si allontanava molto: dall'altra
camera, ella tendeva l'orecchio, a un suono, a uno scricchiolio. Spesso, era un
silenzio impressionante, che l'angosciava, poichè, quando era sola, Annie Ford,
non celava più la sua pena intima: le sembrava, quasi, che lady Montagu
non respirasse. Ma era così leggero e così corto, oramai, il suo respiro!
Talvolta, Annie Ford udiva un rumore consueto: il girare di una chiave, aprente
un cassetto chiuso di una scrivania, che era accanto al caminetto, a portata di
mano di Diana Montagu: udiva il fruscìo delle carte che la sua signora aveva
tolte dal cassetto: e sapeva, allora, che, per una lunga ora, Diana Montagu
avrebbe riletto le lettere che eran conservate in quel cassetto e che per una
lunga ora non l'avrebbe chiamata. Quando squillava, fiocamente, il campanello e
Annie Ford accorreva, il piccolo viso di Diana era contratto in una espressione
tetra, talvolta disperata. Non vi erano tracce di lettere, attorno a lei: erano
chiuse, nel cassetto, forse sino all'indomani. E con voce bassa e cupa, Diana
diceva ad Annie:
— Leggete.... leggetemi qualche cosa.
— Che cosa, che cosa, Vostra Grazia?
— Non so.... non so.... — mormorava, cupamente, la
donna.
E, infine, era un libro di meditazioni filosofiche, di
meditazioni mistiche che Diana indicava. Subito, se ne stancava e chiedeva che
Annie le leggesse qualche passo della Imitazione di Cristo. Preferiva i
passi più amari, più lugubri, ove tutta la vanità, la caducità, la miseria
delle affezioni umane è espressa in dure e taglienti parole.
— Basta — ella diceva, a un tratto.
E i suoi grandi occhi oscuri si aprivano, larghi, sul
piccolo viso così scarno, dalla pelle lucente e pareva che ella volesse vedere
più in profondo, vedere più oltre. Annie Ford si desolava: faceva
sparire i libri di mortale tristezza dello spirito, tentava di dire qualche
cosa, lei, di grazioso, di gentile, per ritrarre lady Diana Montagu da
quell'abisso di dolore, a cui parea si affacciasse. Talvolta, vi riesciva. Ma
in un giorno di dicembre, presso Natale, ella ebbe uno spavento immenso:
poichè, dopo aver aspettato un paio di ore, che lady Diana la chiamasse,
aveva osato penetrare e l'aveva trovata svenuta, sul suo divano, fra un fascio
di lettere sparse, intorno a lei. Era rinvenuta a stento, da quella sincope:
nel rinvenire, ella aveva scorto gli occhi della sua umile servente pieni di
lacrime e un profluvio di lacrime aveva bagnato il piccolo volto di Diana e,
per la prima volta, lady Montagu aveva piegato la testa sul petto di colei
che la serviva devotamente. Così, il dì seguente, a una certa ora, lady
Diana aveva chiamato Annie e le aveva detto, con uno sguardo strano, con una
voce strana:
— Volete, Annie, legger voi, per me?
E le aveva porto un pacco di lettere:
— Ad alta voce, lady? Ad alta voce?
— Sì: io vi ascolto, Annie.
Il pacco delle lettere era annodato con un nastro
lilla: sovra la seta erano ricamate sottilmente, in argento, queste parole: Che
farò, senza Euridice? E in quel pomeriggio d'inverno, Annie Ford prese la
prima lettera, di uno sconosciuto a una sconosciuta, e col suo accento un po'
gutturale, inglese, la lesse a lady Montagu. Non dava inflessione, non
dava espressione, la inglese alle frasi di amore: ma ogni parola parea che
penetrasse nell'anima di Colei che l'ascoltava, distesa fra i suoi cuscini di
seta e di batista, nelle vesti lilla del suo mezzo lutto. Udiva la lettura, lady
Montagu: e si tramutava il suo viso, ogni tanto: e quasi i suoi occhi si
spalancavano a guardare una visione lontana: e quasi le sue labbra si
schiudevano per parlare, per cantare.... Si arrestava, un istante, la lettrice,
turbata, commossa, sogguardando l'ascoltatrice: ma quella, impaziente, le facea
cenno di continuare....
Ogni dì, adesso, come l'anno volgeva al suo termine, lady
Diana chiedeva che Annie Ford le leggesse, dappresso, due o tre lettere, in
ordine della loro data, più brevi, più lunghe. Con animo smarrito ma pieno di
pietà, la donna compiva il bizzarro ufficio, sentendo che non poteva negarvisi
e avendo, nel suo semplice animo, il sussulto per una rivelazione troppo più
forte di quanto avesse udito e compreso, mai, nel mondo, dell'amore. Ma, anche,
ogni tanto, lady Diana Montagu non reggeva a quella lettura: il suo
respiro si faceva affannoso: pareva che la vita le sfuggisse, tastando, un
poco, con le mani, sulle sue coltri di pelliccia. Si fermava, sconvolta, la
lettrice; lasciava cadere la lettera: cercava di soccorrere lady Diana
in quelle crisi che, ormai, si rinnovavano troppo spesso. Finchè, un giorno,
l'ultima lettera fu letta, a bassa voce, lentamente, da Annie Ford, fu letta
con voce tremante, senz'osar più di fermarsi, senz'osar di volgere gli occhi
verso la sua povera signora che era, lì, immota ma intenta, che era muta e
gelida, ma i cui occhi ardevano, secchi, senza una lacrima, nella loro
disperazione....
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Nel gennaio tempestoso, nel gennaio piovoso, nell'umido
e oscuro gennaio, in Bordighera, lady Diana Montagu venne perdendo le
poche sue forze. Non voleva restare nel suo letto, per un capriccio, per uno
sgomento di malata: e come se fosse una bimba, dopo averla vestita, di bianco,
di lilla, Annie Ford, ne sollevava nelle sue robuste braccia il corpo diventato
piccolo, fra le batiste e i merletti, lo deponeva delicatamente sulla sedia a
sdraio, presso il fuoco, lo avvolgeva di pellicce, di piumini, lasciando
scoverto solo il breve viso, ove gli occhi erano diventati immensi, ove sulle
gengive esangui, le labbra esangui si stiravano, nel respiro penoso. Sempre
veniva il dottor Evans e aveva l'aspetto sereno, entrando, uscendo; ma, ora,
non ordinava più nulla, nessuna medicina, più, solo delle forti alimentazioni:
e la sua inferma non voleva cibarsi, di niente, di niente, poichè tutto la
nauseava. Crudele gennaio, senza sole, in Bordighera, come da anni non si era
mai avuto, senza sole per tanti malati, che eran venuti a cercarlo, che ne
avean bisogno, per vivere ancora un poco, per tentar di combattere il proprio
male, crudele gennaio, in cui i malati battevano i denti nelle camere
riscaldate e coloro che li assistevano eran pallidi e pensosi: crudele gennaio
per lady Diana Montagu, sola nella sua stanza di albergo, lontana dal
suo paese, lontana dalla sua famiglia, a cui, da tempo, non faceva scrivere che
notizie vaghe e brevi: crudele gennaio, per Diana Sforza, cui solo una
familiare, di un altro paese, di un'altra razza, di un'altra religione,
prodigava le cure più affettuose, in una devozione oscura. E fu a costei che,
in una sera di febbraio, Diana Sforza parlò, con un soffio di voce, lentamente,
ma esprimendosi nettamente:
— Annie, Annie, volete voi contentarmi?
— Oh lady Montagu, o mia signora, sì, sì —
esclamò Annie Ford, curva sul povero piccolo volto magro e lucido.
— Dopo.... voi cercherete Paolo Ruffo, Annie....
— Io lo cercherò.
— Lo cercherete dapertutto, Annie: lo cercherete in
tutto il mondo, in capo al mondo, giuratemelo....
— Dapertutto, lo cercherò: lo giuro.
— Quando lo avrete trovato, Annie, voi gli direte
questo: «Diana Sforza vi ha sempre amato: dal primo istante, vi ha sempre
amato....».
E la voce si levò, in queste parole, con un solenne
ardore: e un singulto, infine, franse il petto di Annie Ford.
— Oh mia signora, oh mia santa signora.... — proruppe,
fra i singhiozzi, Annie Ford.
— Io non ho voluto peccare, Annie.... — disse,
semplicemente, Diana Sforza. — Io avevo promesso: io avevo giurato. Ho spezzato
il suo cuore: ma anche il mio, Annie, Annie, diteglielo, il mio cuore che era
suo....
Un grave silenzio si fece nella camera. Diana Sforza
stese la sua piccola mano, a toccare quella della sua devota e soggiunse con
voce strana:
— Paolo Ruffo è forse morto, Annie....
— Speriamo di no, speriamo....
— È morto, forse, Annie.... l' anno scorso, quando ho
perduto sir Randolph.... ero libera.... ho fatto stampare un avviso, in
tutti i giornali, chiamandolo.... egli solo poteva intenderne il senso....
— Ebbene, lady....
— Egli non è mai venuto, Annie: egli non ha mai
risposto....
— Forse.... non ha letto, lady....
— Forse è morto, Paolo Ruffo.... — disse, tetramente,
Diana Sforza. — E non saprà mai, mai nulla....
A capo chino, la servente taceva. E, a un tratto, come
un grido lacerante, escì dal petto esausto di Diana Sforza:
— Cercatelo: ovunque, cercatelo: diteglielo che l'ho
amato, dal primo istante: diteglielo che non ho mai finito di amarlo!
Il cuore di Diana Sforza finì di battere, in un
mattino tiepido e chiaro di febbraio: il brevissimo respiro si spense fra le
sue labbra bianche: e dietro un sottil velo di cui, negli estremi giorni suoi,
ella covriva il suo viso, i suoi grandi occhi, oscuri e tristi occhi, si
chiusero per sempre. Parve, in questi estremi suoi giorni, Diana Sforza, non rimpiangere
nè la sua bellezza, nè la sua gioventù, nè le lusinghe carezzose della
primavera, del sole, del mare: parve distaccata già da tutti i dolci tranelli
della terra, indifferente a ogni sogno e a ogni desiderio: a colei che
l'assisteva, negli estremi giorni, ella non rispose, più, neppure col sorriso:
e nell'ultimo giorno, neppure alla pressione della mano: e poichè, in Lei, una
invincibile ragione di morte, si era sostituita a una possente ragione di vita,
ella si spense, nulla salutando di quanto lasciava, sulla terra. Annie Ford,
colei che l'aveva fedelmente servita, teneramente servita, ricondusse, in
Perugia, la cassa dalle borchie d'argento, ove, quanto restava di tanta grazia,
di tanto fascino, tornava al sepolcro di famiglia, di casa Sforza. E, dopo, con
quanto la generosità di Diana Sforza le aveva lasciato, Annie Ford tenne il suo
giuramento: per mesi, per anni, ella cercò Paolo Ruffo: lo cercò dapertutto: ne
chiese notizie, dapertutto: mai, mai, ella rinvenne l'uomo, in nessun paese:
niuno, mai, le dette notizie di lui: e, infine, ella si stancò di cercare.
Così, la morta di Bordighera fu delusa, anche nella sua ultima desolata
volontà: giacchè niuna voce umana pronunciò, innanzi a Paolo Ruffo, la
rivelazione dell' amore, della virtù, del sacrificio mortale di Diana Sforza.
Napoli, dicembre 1913.
FINE.
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