Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Ella non rispose
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AL LETTORE

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Ella non rispose

AL LETTORE

 

Amico lettore, ti prego, sii sincero. Quando i tuoi occhi curiosi si saran fermati, un istante, sulla covertina di questo volume e l'avran letta, non ti abbandonare a quel gesto tutto convenzionale, tutto esteriore, per cui un romanzo di amore fa levare le spalle, in atto d'ironica noia e di sazietà beffarda. Non levare le spalle, caro lettore: non imitar quello che tanti altri esseri umani faranno, come te, imitandosi fra loro: non obbedire a una formola superficiale e che ti è estranea: abbi il coraggio di esser sincero. Cedi a quella intima, segreta nostalgia sentimentale, per cui ogni istoria di amore, la più umile, la più comune, attira me, te, gli altri, con un fluido sottile: cedi a quel bisogno di conoscere, ancora, un altro caso di amore, bisogno che tutti sentiamo. nell'anima, bisogno mai, mai, interamente soddisfatto. Lasciati andare alla tua, alla nostra, a questa grande curiosità umana dell'amore, che ci accompagna, sempre, per tutta la vita. Poichè, forse, amico lettore, tu sei vecchio e sono sperduti nelle nebbie del passato i tuoi giorni sentimentali; forse, il tuo cuore è più irrimediabilmente stanco che non sieno maturi e pesanti i tuoi anni; forse tu sei giovine, ma, purtroppo, tu chiudi nel petto un'arida e dura pietra. Non importa: non importa! Evocati dal fondo più essenziale e più tacito del tuo animo, i tornanti ricordi faranno, per un istante, per un'ora, credere a te, vecchio sognante, abolito il tempo; nella stanchezza mortale di un cuore che ha disperse, tutte, quasi tutte le energie di amore, trasalirà, forse, in te, una ultima piccola fibra, ancora sensibile: e tu, infine, giovine insensibile destinato a tutti i trionfi, ma, anche, a tutte le solitudini, non tocca, pure a te, assumere la tua parte di superbo e glaciale spettatore delle altrui estasi e degli altrui martirii? O lettore, o fratello mio, o fratello di questi due cuori, di queste due anime, Diana Sforza e Paolo Ruffo che in questa loro istoria sentimentale, amarono e, forse, non seppero amare, amarono e trovarono contro il loro amore, levato e armato ogni loro maggior inimico, in stessi, nel tempo e nella sorte, o lettore, fratello nostro, segna nella tua mente, segna nella tua anima questa appassionata e dolente ventura amorosa, e rammenta, e paragona, e intendi tutto, e comprendi tutto, e nulla ti sorprenda, come allora, quando tu amasti, come adesso, che tu ami

Non ti sorprenda, dunque, che tutta quanta questa storia di amore, compaia nelle lettere di Paolo a Diana, e solo da queste lettere tutta sia chiara e precisa, nei suoi casi singolari, e solo da queste lettere essa palpiti di una vita passionale indomita, nelle sue gioie supreme e nelle sue estreme disperazioni. Ah tu lo sai bene che la lettera d'amore, la prima, l'ultima, poche lettere, molte lettere, la lettera d'amore, infine, è tutto l'amore! Nessun uomo, il più austero, che non abbia lacerato con mano tremante di ansia, la busta di una lettera, di quella lettera; nessun uomo, il più aspro e il più rozzo, che in un giorno memorabile della sua vita, non si sia curvato sopra un foglio di carta e non vi abbia, insieme alle convulse parole, versato, anche le sue rare e brucianti lacrime: nessuna donna che non abbia affrontato, audacemente, un pericolo mortale, scrivendo una lettera di amore, destinata a essere smarrita, ritrovata da un giudice o da un carnefice; nessuna donna che abbia saputo, mai, resistere alla lettera di amore di un uomo, a cui pure, avea resistito, quando egli le parlava. La ragione, e la logica, e la saviezza, tutte queste forze della mente e della coscienza, sapendo che la lettera è tutto l'amore, sapendo che, per la lettera, gli uomini e le donne si amano, sono presi, travolti e perduti, queste forze morali interiori, con le loro rigorose suggestioni, cercano indurre la donna, cercano persuadere l'uomo a non scrivere e a non leggere lettere d'amore. È invano! Vi è un motto antico, minaccioso, tragico: scripta manent. Di fronte ad esso, coloro che amano, fingono d'ignorare il latino. Finchè un uomo amerà o si illuderà di amare è la medesima cosa la parola scritta sovra una carta, gli parrà, sempre, quella che meglio dica, quella che meglio esprima, tutto l'impeto e tutta la prostrazione di un'anima, volta a volta esaltata o abbattuta dall'amore; finchè l'amore sarà la grande affaire del cuore di una donna, ella fisserà i suoi occhi mortali sovra una lettera di amore e ne berrà il veleno inebbriante, e mai più ne saran guariti il suo sangue e il suo cuore.... Scripta manent: sono rimaste le lettere ove è racchiuso tutto l'amore profondo e la tenerezza infinita di Paolo Ruffo per Diana Sforza: e se Colei che non rispose, non ha mai saputo e non ha mai voluto segnare, con la sua bianca mano, una parola di amore, sovra una carta, se Ella mai, mai rispose, Ella lesse, e intese, e comprese, tutto: e sino alla fine queste lettere parlarono alla sua sensibilità e circondarono di fiamma e di dolcezza il suo cuore, come, adesso, esse chieggono, solo al tuo animo, lettore carissimo, il tuo giudicio....

E tu, lettore, giudica secondo il cuor tuo e secondo la tua libera volontà. Quando tu avrai tutto conosciuto il crudele destino di questi due, quando tu avrai misurato quello che essi sentirono, l'uno nel suo alto e clamante dolore, l'altra nel suo alto silenzio, tu penserai, forse, che essi furono due folli, nella loro duplice virtù di fedeltà e di abnegazione, e riderai di loro: o, forse, tu avrai per loro una immensa invidia e una immensa compassione. E anche questo non importa. Sii libero, lettor mio, nella tua condanna, nella tua assoluzione, nel tuo perdono. Tu sarai sempre giusto. Giacchè, in amore, tutti hanno torto e tutti hanno ragione: gli imputati, i difensori e i giudici.

In quanto a me che, con mani pietose, con mente pietosa, ho raccolto e disposto questi fogli di amore e ne ho narrata la fine, io, adesso con muta e paziente aspettazione, penso alla folla ignota che trascorrerà queste carte: e attendo, fidente. Che cosa mai deve venire, a me, di mezzo a questa folla sconosciuta, lontana, di altri paesi, di altre razze? Ecco. Nei sette lustri sette!da che io scrivo, ogni volta che un lungo romanzo, che un breve romanzo, o un racconto, o una novella, sia stata licenziata, da me, per le stampe, e il volume, partendo, abbia compiuto il suo grande viaggio, intorno al mondo, vi è stato per ognuno di questi libri, un maggiore o minor successo di critica e di pubblico, o, forse, nessun successo, secondo che io abbia potuto rendere vivo ed efficace il mio sogno, o non sia riescita a farne una realtà. Ma, sempre, dopo un mese, dopo sei mesi, dopo un anno, io ho finito per ricevere un biglietto, per ricevere una lettera, da un qualsiasi paese d'Italia, da un qualsiasi paese dell'estero: piccolo borgo oscuro, cittadina di provincia, metropoli tumultuosa. Era una lettera firmata con un pseudonimo, o con un solo nome di battesimo, o con un cognome ignoto. Questa lettera di Casalmonferrato, o di Bucarest, o di Diamante, in Calabria, o di Cincinnati, in America, diceva, questa lettera: .... Signora, quanto ho pianto, di gioia, di dolore, leggendo il vostro libro.... Ebbene, quando questa lettera mi era giunta, presto, tardi, da una mano a me sconosciuta, da una persona che non avrei vista, mai, la sorte del mio ultimo libro era, per me, decisa, compiuta e perfetta. Spariva, per me, il suo successo di pubblico e di stampa: spariva il suo mediocre successo: spariva il suo insuccesso. Qualcuno, qualcuna, un uomo, una donna, un'anima, una sola, da me lontana, da me diversa, un'anima che viveva di un altro sangue, in un'altra patria, un'anima aveva pianto per me e con me, sulle povere pagine bianche impresse in neri caratteri, ove io avevo tentato far vivere le creature del mio sogno: qualcuno aveva pianto, come i miei fantasmi avean pianto, nei loro spasimi supremi, come io stessa aveva pianto, nelle notti solinghe di lavoro, evocando le altrui lacrime. Bastava, a me, questa comunione spirituale, questa comunione sentimentale, dovuta solo alla mia emozione umile e sincera, nel segnare le mie storie d'amore e di dolore, dovuta al misterioso e al possente vincolo delle anime, innanzi alla vita, alla verità e alla poesia. E sempre, questa lettera mi è bastata, per dire che la mia opera non era stata un vano e sterile esercizio di letteratura: ma qualche cosa di semplice e di schietto, nella sua forza di sentimento.

Così, io aspetto la lettera di quell'anima che sulla ventura d'amore di Diana e di Paolo, con me, per me, avrà versato le mute e solitarie lacrime della pietà umana....

 

Alta Engadina, estate 1913.

Matilde Serao.

 


 


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