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PARTE QUARTA
I.
In un giorno di pioggia dirotta,
l'Esposizione agraria si era chiusa, dopo una cerimonia di premiazione, fatta
molto in fretta, innanzi a un pubblico scarso di malcontenti. I non premiati
scrivevano articoli di fuoco nei giornaletti e mandavano comunicati a
pagamento ai giornali importanti di Napoli; i premiati borbottavano per non
avere avuto una ricompensa maggiore. La premiazione della Esposizione didattica
era riuscita anche malissimo, ogni maestra avendo sperato di aver la medaglia
d'oro, quelle private in collera contro le comunali e queste contro le maestre
dei collegi educandati. Le signore Sanna e Lieti si erano astenute dall'andare
quel giorno a Caserta, pel cattivo tempo e perchè di quella festa si curavan
poco.
Caterina specialmente, liberata
dall'obbligo de giurì didattico che la forzava a correre su e giù da Centurano
a Caserta e perdere così le intere giornate, provava un gran piacere a restare
in casa. Aveva tante cose da mettere in ordine, tante noncuranze da riparare,
tanti progetti casalinghi da porre ad effetto. Una faccenda da compirsi presto
era quella della conserva delle frutta, che il cuoco faceva a meraviglia, ma
che richiedeva sempre una sorveglianza superiore, perchè poi nell'inverno, a
Napoli, aprendo le bocce di cristallo, non si trovasse la conserva muffita.
L'anno innanzi questo era accaduto per due bocce di conserva di pesche,
diventate tutte verdi: un vero peccato. Poi ci era da mettere sotto aceto,
nell'aceto vecchio di quattro anni, i capperi, i cetrioletti, i peperoncini
forti, le pastinache: ce ne volevano varie bocce, poiché i sottaceti erano un
gusto speciale di Andrea, che ne mangiava una quantità grande col lesso e con
l'arrosto. Certo, Caterina non ci metteva le mani, ma doveva essere sempre lì,
per direzione, per aiuto, per consiglio. Monzù aveva un'alta idea della
propria sapienza culinaria, ma dichiarava a tutti che senza l'occhio
della signora egli lavorava mal volentieri. Essa aveva una mano ferma, ma
dolce coi servi, non parlando mai più del bisogno con loro, non accordando
mance straordinarie in denaro, dando invece più spesso abiti vecchi e cappelli fuori
uso, non misurando mai il mangiare e il bere, facendoli dormire sempre
pulitamente. Le avevano una certa affezione rispettosa, vantandola coi servi
delle ville vicine. Oh! ella aveva tanti altri pensieri. Ancora della
biancheria da rifare, poiché non si finirebbe mai, con la biancheria. Andrea
aveva dichiarato che certe camicie non avevano più goletti alla moda e che non
le metterebbe più. Ne aveva fatto venire sei da Tesorone, che è il primo
camiciaio di Napoli, e Caterina voleva tagliarne altre diciotto in tela
d'Olanda finissima, impuntirle, e poi passarle a Giulietta, che era molto
esperta per cucire alla macchina. In ultimo, poi, ella voleva farsi cucire due
vestaglie per l'inverno, sopra un bel modello che aveva Lucia Sanna, sebbene
temesse che alla piccola statura non andassero troppo bene queste vesti larghe
e fluttuanti.
Anche Lucia Sanna diceva di restare in
casa volentieri, accanto al suo caro marito. Alberto seguitava a essere
infreddato, ma migliorava un poco: ora, invece di tossire al mattino, tossiva
un po’la sera, forse pel fresco delle lenzuola, diceva lui. Si faceva già
riscaldare il letto, ma quando era troppo caldo tossiva pel caldo. Cardarelli
gli aveva ancora detto che i polmoni erano deboli, ma sani, che cominciasse
l'olio di fegato di merluzzo a colazione, che continuasse il liquore arsenicale
di Fowler dopo pranzo e qualche cucchiaiata di acqua di catrame al mattino,
quando si levava, per solidificare la mucosa. Al cibo, badasse, al cibo:
latticini, uova, carne: mai salumi, mai pepe, mai eccitanti, mai fritture. Anzi
per questa faccenda Alberto si raccomandava alla signora Lieti, sua buona amica
e seconda infermiera, le era sempre attaccato alle gonne quando ordinava la
colazione e il pranzo; e Caterina aveva una grande pazienza con lui, discutendo
le vivande, facendo qualche proposta che egli respingeva, accordandosi, infine.
Del resto, salvo quel po’di raschio in fondo alla gola, raschio stupido e
ostinato che lo faceva un po’tossire la sera, per liberarsene, Alberto si
sentiva perfettamente bene. Così non fosse mai andato a fare quella
passeggiata, cavalcando Tetillo, in cui aveva traspirato e poi si era
raffreddato: ora starebbe benissimo. Quando diceva questa cosa ad Andrea e
Lucia, quei due scambiavano un'occhiata rapidissima di compianto.
Poi, Alberto era sempre più innamorato
di sua moglie, ronzandole sempre attorno, soddisfatto della chiusura
dell'Esposizione che toglieva il pretesto a tante uscite, a tante passeggiate,
nelle quali egli si seccava enormemente, egli che non prendeva interesse a
nulla e a nessuno. Gli piaceva restare a casa, in camera, sino a tardi,
assistendo alla toilette di Lucia, ammirando la figura snella e
l'ondulazione dei capelli neri sotto il pettine e le unghie rosee e tutte le
minute cure che ella prodigava alla sua acconciatura. Alberto aveva del
fanciullo malaticcio e vizioso, che ama stare in mezzo alle gonne, tra gli
odori del vinaigre e della veloutine, andando, venendo, rialzando
un busto, sedendosi sopra una sottana, sturando una bottiglina, mettendo, un
dito sulla pasta dentifricia, fiacco, indolente, infemminito dalla debolezza
fisica. E faceva certe domande sciocche, talvolta sapendo di dire una
sciocchezza, ma provando un piacere a essere cretino con sua moglie, perchè
costei lo proteggesse di più, lo compatisse di più. Lucia gli rispondeva con
pazienza, con quel sorriso rassegnato che faceva male a vedere, ma che a lui
pareva il sorriso dell'amore. Quando ella si alzava, Alberto si alzava, ella
veniva in salotto, Alberto la seguiva: quando ella lavorava, Alberto le parlava
seguitando a farle delle domande stupide, a cui ella rispondeva con qualche
stravaganza da sbalordirlo. Alberto ammirava sempre più in sua moglie le idee
singolari, le cose che ella vedeva e che gli altri non vedevano, la coltura, la
voce. Ora, ogni tanto la baciava, meno riservato di prima, attaccandosi a lei
tenacemente. Egli dimenticava sinanco la propria salute per lei. L'acuto
egoismo di quell'essere infermo, dal sangue povero e dalla fibra molle, taceva
solo dinanzi all'amore per Lucia.
Oh! lei, Lucia, a sentirla dire,
restava in casa volentieri. Quel palazzo reale finiva per diventare antipatico,
troppo grande, troppo pesante, troppo architettonico.
In quanto al parco, era un orrore, di natura
pettinata, infronzolita e incipriata, con i laghi pieni di trote e di pesci
rossi che i borghesi amano, con la verdura rasa dalle forbici, con quella
eterna cascata in fondo, striscia bianca, immobile, odiosa.
- Vi è il giardino inglese - osservò
una volta Caterina.
- Tu l'hai visto? - domandò Lucia.
- No, mai.
- Come, stai ogni anno quattro mesi a
Centurano e non hai visto mai il giardino inglese?
- Non vi è mai stata occasione. Non
vado quasi mai nel parco. Vi condurrò te e lo vedremo insieme.
- Io non ho alcun desiderio di
vederlo. Io odio i giardini inglesi.
Non se ne parlò più. Restava in casa
volentieri Lucia, ma si occupava lungamente a vestirsi, mutando sempre. La sua
camera era piena di casse e di bauli: aveva scritto a Napoli e le era venuta
altra roba di mezza stagione, uscita fresca fresca dalle mani della sarta.
Aveva ogni specie di vesti da camera, da quelle bianche, larghe e fluttuanti,
che danno un'aria così casta alla persona, a quelle corte, sboffanti, come le
dame Pompadour, vesti civettuole: da quelle tutte merletti, vaporose, lievi,
volanti a un soffio, a quelle di stoffa aprentisi sopra un davanti di raso, a
piegoline. Le stavano bene tutte, perchè una donna snella sempre sta bene.
Ella, quando Caterina la trovava bella e glielo diceva, sorridendo
placidamente, quando Andrea le faceva un inchino cerimonioso, rispondeva
sempre:
- È per Alberto che mi vesto, non per
me.
- Naturalmente - diceva sottovoce, a
parte, Alberto a Caterina, ad Andrea - questa povera Lucia si sacrifica troppo per
me. Almeno abbia la soddisfazione di essere bella per me.
Dopo l'acconciatura, Lucia andava a
colazione, indi riprendeva il suo posto favorito, nel salotto di Caterina. Ella
aveva cominciato un lunghissimo lavoro, tutto di fantasia: sul canavaccio grosso
e rude, senza disegno, a lunghi punti di lana e di seta, a caso, ricamava le
più strane cose, un fiore, una ragostina, una stella bianca, un gallo, una
mezzaluna, una graticciata di finestra, un serpentello, una ruota di carro,
alla rinfusa, andando a dritta e a sinistra. Era la gran moda di Parigi, avere
un salotto coi mobili tappezzati con questo canavaccio ruvido, ricamato così
stranamente. Restava libera l'imaginazione delle signore ricamatrici di farvi
nascere su le più bizzarre e dissimili cose; e la imaginazione di Lucia si
sfogava a ricamarvi le cose più diverse fra loro. Tutti in casa avevano una
curiosità per quell'immenso lavoro, per quello che ogni giorno vi metteva di
nuovo Lucia. Alberto le dimandava dal letto, ogni mattina, come se le chiedesse
una notizia della più alta importanza:
- Che ci metti, Lucia, oggi?
- Una cipolla, Alberto.
- Una cipolla, una cipolla! Oh è
proprio buffa! Ieri ci ricamasti una violetta del pensiero e oggi una cipolla.
Come la ricami?
- Con la seta di un rosso fuoco. Il
giorno seguente:
- O Lucia, dimmi che ci metti?
- Un piffero.
- O Dio, un piffero! Che stravaganza!
Avremo un salotto da pazzi. Tutti perderanno il tempo a vedere di che si
tratta, senza sedere.
Mentre lavorava, si chiacchierava
anche un po'. Caterina cuciva e tagliava sulla grande tavola, seguendo i
consigli di Lucia, pel cui gusto aveva un gran rispetto. Lucia era diventata
per Caterina più profondamente affettuosa e le faceva domande e confessioni
intime che chiamavano il rosso del sangue sulla faccia dell'amica. Beninteso,
quando gli uomini non ci erano. Quando non si usciva., Lucia si ritirava in
camera sua un'ora prima del pranzo.
- Che farà in quest'ora? - domandò una
volta Andrea a sua moglie.
- Non so: è molto probabile che
preghi.
- In collegio pregava molto?
- Moltissimo: anche troppo per la sua
salute.
Lucia ritornava pel pranzo con lo
stesso abito, ma pettinata diversamente, variando sempre il modo di pettinarsi.
Ora portava i capelli ammassati sulla nuca, col pettine di tartaruga: ora
ravvolti a tortiglioni, con una rosa fresca: ora intrecciati e molli sul collo,
con qualche margherita appuntata qua e là: ora rialzati alla greca, con un filo
microscopico d'oro che passava sulla fronte e si legava dietro. Le sere in cui
si metteva il fazzoletto di seta rossa, alla creola, era irresistibile.
- Mettiti il fazzoletto di seta rossa,
mettitelo - la pregava Alberto.
Per questo lei amava di stare in casa.
Ma come aveva detto in segreto Alberto a Caterina e ad Andrea, la sua Lucia era
dietro a un altro lavoro importante. Nessuno doveva saperne niente, zitti
dunque: Lucia lo aveva pregato di non dirne nulla a nessuno, ma loro erano
amici carissimi e gente fidata. Nientemeno che Lucia stava scrivendo un
romanzo, un grande romanzo, tutto di fantasia, tutto di creazione, che
sicuramente avrebbe superati quelli di tutti gli scrittori italiani. Lucia ci
lavorava dopo la mezzanotte: lui, Alberto, se ne andava a letto: Lucia
disponeva la lampada in modo che non gli ferisse gli occhi - la cara anima era
piena di queste attenzioni delicate - apriva la sua scrivania, tirava fuori il
suo quaderno e si prendeva la testa fra le mani, meditando prima di scrivere.
Poi si curvava a scrivere lungamente, senza fermarsi mai. Talvolta, sotto
l'impeto della ispirazione, ella si alzava, passeggiando, agitata,
contorcendosi le mani.
- Pare un poeta che improvvisi -
soggiungeva Alberto - e a cui manchi la rima. Mi fa pena qualche volta. La
chiamo, si scuote, par che cada dalle nuvole. Capite, stava componendo. Non
intende quello che io le dico: ma risponde come trasognata. Ora non la chiamo
più in quei momenti, perchè capisco che disturbo il suo ingegno. Ma più spesso
mi addormento, e Lucia, credo, non viene a letto che alle due, alle tre. Io, il
romanzo non l'ho letto e non le chieggo di leggerlo. Dicono che gli scrittori
non amino far vedere i loro lavori prima che siano finiti. Quando lo avrà
terminato, lo leggerò. Credo che me lo dedicherà. Sarà un'opera da stordire.
Anche Andrea si mostrava lieto della
chiusura dell'Esposizione: aveva trascurati molti suoi affari, pel comodo degli
altri. Ci aveva un mondo assai di cose da fare, diceva lui, che quella dannata
mostra gli aveva ritardato. Finalmente ricuperava la pace della sua casa e non
doveva passare tutto il giorno in quel maestoso palazzo reale, facendo dieci
chilometri su e giù, nei saloni, su quei mattoni lustrati a cera, che stancano
le gambe più resistenti. Ora, usciva la mattina, molto presto, più del solito,
nel carrozzino a un cavallo, per andare a Caserta a sorvegliare il ritiro della
propria roba dalla mostra. Tornava per la colazione, si rivestiva: quella sua
sciarpa di seta bianca che gli serviva di goletto e di cravatta, per casa, non
la portava più: era sempre in goletto rovesciato e cravatta nera. - Per le
signore - diceva egli, ridendo. Durante la colazione parlava vagamente dei suoi
progetti pel pomeriggio.
- Esci ancora? - chiedeva Caterina.
- Non so.....avrei da fare. Uscite
voi, signore?
- Se vuole Lucia - diceva timidamente
Caterina, ma col desiderio che si rivelava di non uscire.
- Io non ho voglia - diceva l'altra,
sollevando stancamente le palpebre.
- Esci tu meco, Alberto?
- Non ho voglia - ripeteva l'altro
- Io non so.... forse non uscirò -
mormorava Andrea.
Ma a colazione finita, quando tutta la
gente era riunita nel salotto, lo prendevano le impazienze e si alzava per
uscire. Talvolta riusciva a trascinar seco Alberto, nel phaéton: lo
portava a Marciasse, ad Altifreda, sinanco a Santamaria. Andavano su e giù, per
le strade maestre, nel tepore dolce dei pomeriggi autunnali. Alberto, piccolo,
meschino, stretto nel suo paletot, il fazzoletto di seta annodato alla
gola, una coperta ravvolta attorno alle gambe, era il contrapposto di quel
giovanottone gagliardo, vestito di chiaro, collo libero, cappello grigio alla
cacciatora, con la penna d'aquila nel nastro, mustacchio arricciato. Andrea
guidava benissimo, ma sulle vie larghe allentava un poco le redini e lasciava
prendere certe rincorse al cavallo, che spaventavano Alberto.
- Andrea ha intenzioni di omicidio su
me - disse una sera a sua moglie che lo guardò fisamente, quasi lo interrogasse
sul tôno di quello scherzo.
Nelle loro passeggiate, Alberto,
quando aveva voglia di discorrere, gli parlava dei suoi due soggetti favoriti:
la sua salute e sua moglie - gli decantava le bellezze di Lucia e la profondità
del suo ingegno e l'impensato delle sue risposte. Talvolta scendeva a certi
particolari che fra uomini, fra giovanotti ammogliati, si dicono sorridendo - e
Alberto ci metteva certe intonazioni di malato voluttuoso, certe velature
morbose di etico innamorato, che irritavano Andrea. Allora pazzamente sferzava
il cavallo, faceva schioccare la frusta come un carrettiere, si lasciava andare
all'ebbrezza fisica di una corsa trabalzante, sulle pietre della via maestra.
- Tu sei pudico come una verginella -
gli diceva qualche volta, ghignando, Alberto, e si convinceva sempre più che
questi uomini molto robusti hanno i muscoli troppo sviluppati a sfavore dei
nervi. Gli uomini forti sono freddi: questo consolava Alberto che era debole.
Ritornavano a Centurano con un galoppo
furioso. Appena voltavano l'angolo, vedevano un fazzoletto bianco agitarsi sul
balcone: era Lucia, ritta, bella, elegante, che li salutava, che li aspettava.
Qualche volta, più indietro, dietro la spalla di Lucia, si vedeva Caterina che
sorrideva: non si avanzava, perchè temeva le maldicenze dei vicini che
trovavano ridicole codeste espansioni fra marito e moglie. Allora Andrea
gridava hip, hip, a Pulcinella, il cavallino ardente che faceva
la viottola, in salita, di gran galoppo: sotto il balcone saluto rapidissimo, e
nel cortile una voltata magistrale, un'entrata trionfale. Per lo più Lucia
scendeva nelle scale a incontrarli, a chiedere ad Alberto come si sentisse;
dava la mano ad Andrea congratulandosi del suo valore di auriga. Caterina non
era lì, occupata agli ultimi ordini del pranzo, poichè sapeva che Andrea non
voleva mai aspettare.
Una delle ragioni per cui Andrea aveva
desiderato che l'Esposizione si chiudesse, era la libertà di poter andare a
caccia. Sua moglie lo sapeva, ella che l'altro anno era rimasta cinque o sei
volte, sola, ad aspettarlo per giornate intiere, molto lunghe e molto noiose,
occupata a cucire, pranzando sola, dormendo sola, presa da una malinconia
insolita nel suo temperamento equilibrato. Ora, quest'anno, temeva che suo
marito se ne andasse per troppo tempo e troppo spesso, il che poteva sembrare
una grave scortesia agli amici. Non gliene parlava, ma da un momento all'altro
le pareva di dover ascoltare: domani parto. Egli invece non diceva nulla: tanto
che una sera Alberto gli domandò, sbadigliando:
- E a caccia, Andrea, non ci vai?
Egli esitò: poi, deciso, rispose:
- Quest'anno, no.
- E perchè?
- Ho fatto un voto.
- Un voto? A sant'Uberto?
- No: alla Madonna Addolorata.
Le due donne non levarono gli occhi,
ma sorrisero: ambedue diversamente. Caterina pensò che Andrea fosse stato buono
a non andarsene, per cortesia verso la sua amica e per quel povero Alberto.
Ella era sempre in pena per non fare annoiar troppo la gente che aveva in casa;
e se Andrea se ne fosse partito per la caccia, come avrebbe fatto lei, con le
sue scarse risorse di spirito? Oh! Andrea si sacrificava senza mormorare, senza
far più udire i brontolìi della sua grossa voce, non si lasciava più andare in
quelle collere subitanee che la sgomentavano. Andrea arrivava sino all'estrema
cortesia di non addormentarsi più sul seggiolone, nell'ora della digestione
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