III.
L’anima.
Duemila
anni trascorsi, diciotto volte il saccheggio, diciotto volte il ferro e il
fuoco nelle sue mura, cinquanta signorie diverse, cinquanta tirannie di tutte
le forme, il suo popolo ucciso, sterminato, distrutto, la sua campagna
devastata, abbandonata, diventata una landa sterile, una storia di catastrofi
che in nulla ha riscontro, un castigo di Dio senz’altro esempio, nulla nulla ha
potuto domare, trasformare, rinnovellare l’anima di Gerusalemme. Sì, è la
medesima anima di venti secoli fa, quando Gesù veniva in pellegrinaggio, qui,
dal suo ridente paese di Nazareth, dai suoi semplici villaggi di Galilea, ed
entrando dalla Porta Dorata, crollava il capo, pieno di disgusto, pieno di
tristezza, sulla fredda ipocrisia, sulla superbia varia, sulla profonda miseria
morale di Gerusalemme.
In
quel tempo, lentamente, dal vasto e alto criterio della legge di Mosè, il
popolo di Gerusalemme era disceso a un rigorismo angusto, meschino, meticoloso,
a un sottile e misero sofisma religioso che disperdeva la fiamma della fede, a
una glaciale menzogna dello spirito, che rivoltava tutti i cuori puri e contro
cui Gesù era venuto a concepire la sua missione divina. Sionne, duemila anni
fa, formicolava di sette religiose, una più sofistica dell’altra e i Farisei, i
Sadducci, gli Esseniani, i Gauloniti sono appena il riassunto, in grandi linee,
di quel moltiplicarsi di camarille religiose, ognuna delle quali arrogava a sè
la perfetta interpretazione della legge mosaica. Era, Gerusalemme, il paese per
eccellenza della disputa teologica, della pubblica, irosa discussione, che
degenerava in assemblea furibonda, nelle medesime pareti del Tempio, il paese
delle acerrime collere religiose, il paese in cui ognuno si ammantava di
alterigia e in cui, finalmente, le parvenze più minute e più frivole del rito
giungevano a soffocare lo spirito della fede istessa. La lettera uccide: è
lo spirito che vivifica.
Ah,
nel grande animo purissimo del Figliuol dell’Uomo, del giovane Nazareno, quale
orrore di queste formole strette e vuote, che disprezzo di quelle penitenze
fatte in pubblico e di quelle orgie godute in privato, che odio mortale per
quei cuori freddi e duri, dove non allignava nè tenerezza nè pietà. E che
scoppio di collera, nell’impetuoso animo di Gesù, innanzi alle nauseanti
ipocrisie, innanzi alle bugie sacerdotali, innanzi alla crudeltà dei ricchi e
dei potenti leviti, che tenevano nelle mani, dal Tempio, la sorte del popolo
ebraico e che lo piegavano, lo schiacciavano, lo calpestavano a loro voglia.
Tutto il carattere dell’anima di Gesù si muta, appena muta l’ambiente della sua
predicazione divina. Quando egli parla sulla montagna, quando egli parla lungo
il mare di Tiberiade, fra la beltà di una natura incantevole, fra gente dal
cuore umile e affettuoso, gli sgorga dal labbro un fiume di tenerezza: la
divina promessa delle beatitudini è pronunciata innanzi ai cieli azzurri, sulla
montagna di Hattine. Ma come egli attiva in Gerusalemme, i suoi occhi si contristano,
il suo animo si turba, il suo cuore si solleva di sdegno. Le parabole più
efficaci e più roventi sono narrate da lui, contro i ricchi, contro i superbi,
contro i crudeli: le minacce più tremende scoppiano nelle sue parole: e un
giorno egli prende una frusta e scaccia i venditori dall’atrio del Tempio,
gridando che essi hanno cangiato in mercato la dimora di suo Padre.
Immota,
immutabile, l’anima di Gerusalemme. Ella è sempre la città della disputa
teologale, dell’acre sofisma, delle discussioni acute, delle ambite
preponderanze gerarchiche clericali: ella è sempre, più che mai, la città delle
sette e delle eresie. Salvando da questo ambiente di lotte inani e feroci, la
piccola e santa chiesa latina che nulla può fare, salvo che combattere
mitemente, con l’ardore che le viene dalla sua missione, dal grande San
Francesco e dagli aiuti morali del Vaticano, tutto il resto è un costante,
meschino, ridicolo tumulto di supremazie religiose, teologali e temporali, è
una guerra di conventicole che sorprende, scoraggia, disgusta. Chi conterà mai
le forme di religione cristiana che sono sulla moderna Gerusalemme? I cristiani
della Chiesa Romana si dividono in latini, in greci uniti, in armeni uniti, in
maroniti del Libano, in copti uniti: subito dopo, vengono i cristiani eretici,
cioè i greci scismatici, gli armeni scismatici, i copti scismatici, gli
abissini scismatici, non più di trecento, questi, e hanno anche la loro chiesa!
I cristiani protestanti stabiliti in Terra Santa dove non giungono,
fortunatamente, a fare grande propaganda, sono anche divisi in due o tre sette.
I cristiani luterani, cioè i tedeschi che hanno fondato delle colonie, in
Soria, già molto importanti, specialmente dopo la visita dell’imperatore, sono
separati in due o tre divisioni di luterani, fra cui i luterani del Tempio, una
setta speciale. Vi è, fuori di porta Santo Stefano, una setta di cristiani
d’America, fanatica, rassomigliante alquanto all’Armata della Salute: essi si
chiamano, questi settarli, i martiri dell’ultima ora. A Gerusalemme vi
sono persino dei Mormoni.
E
credete voi che queste sette, le quali infine, pure venerano Gesù e sono venute
nel luogo della sua Passione e della sua morte, credete che se ne stiano
tranquille e riverenti innanzi alla grande tomba? Che! Ognuna è armata contro
l’altra, d’ira e d’invidia, ognuna cerca di calpestare con la forza, con la
prepotenza, col denaro, i diritti dell’altra; ognuna cerca di essere più
grande, più importante più possente, non in onore di Gesù e del suo martirio e
della sua fede, ma per l’ambizione dei loro patriarchi, del loro clero, delle
loro riunioni. Esse arrivano a irosamente numerare le lampade, i ceri, le
preghiere che hanno il diritto di offrire innanzi agli altari dove Egli fu
martirizzato per aver voluto l’avvento dei poveri, dei semplici, dei pietosi.
La
collera trasporta gli animi agli eccessi più riprovevoli. L’anno prima del mio
viaggio, preti armeni e preti greci si bastonarono al Santo Sepolcro, avendo i
paramenti sacri addosso. Nella chiesa della Natività, a Betlemme, il pascià
turco è costretto a tenere un soldato di guardia, presso ogni altare, e
uno, notte e giorno, presso la stella di argento che segna il posto del sacro
parto di Maria giacchè i greci hanno già rubato una volta quella stella. Tre
anni dopo il mio viaggio, un povero francescano fu, colà, preso a revolverate
da un fanatico greco: ne morì. Si fece grande chiasso ma non si ebbe gran
risultato. Nell’angolo della cameretta del Santo Sepolcro vi è quasi sempre un
prete greco, o un prete armeno; non si muove; vi sogguarda attentamente e vi
riconosce subito per cristiano cattolico romano; comprende che siete per lui,
un nemico senza che voi abbiate fatto o vogliate fare atto d’inimicizia:
intende che non gli darete elemosina; se restate troppo a lungo, borbotta; vi
fa segno di andarvene; voi non ubbidite e seguitate a pregare. Talvolta, per
amore di pace, ve ne andate: in qualunque modo, la vostra preghiera è stata
turbata. Le processioni, le feste, le messe, le orazioni, sono una continua
lotta di maggiore pompa, di maggior posto, di maggior gente, di maggior rumore.
Gli scismatici greci e russi, fanaticissimi, sono grandemente larghi di
elemosine, alle loro chiese di Terra Santa: e con questo, i pellegrini greci e
russi sono addirittura spogliati dai loro preti, quando arrivano a Gerusalemme.
Tutto si vende, persino il fondiccio dell’olio delle lampade, come se fosse una
reliquia. Se potesse tornare in terra Gesù e vedesse che cosa si vende, ai
poveri agricoltori polacchi, ai poveri coloni della Piccola Russia, ai poveri
greci della Macedonia, della Tessaglia, come prenderebbe di nuovo la frusta,
per cacciare i mercanti dal Tempio!
Così
i credenti di tutte queste eresie e magari i credenti uniti alla Chiesa di
Roma, ma non latini, formano tante schiere belligere, capitanate dai loro
patriarchi, dai loro preti, secondate dai consoli delle loro nazioni e se non
vi è continuamente sangue sparso, si deve proprio alla saggia e previdente
polizia turca: se le cose, per un certo tempo, assumono un’apparenza di quiete,
si deve alla equità musulmana. Tanto è il furore di questi cristiani, che per
forza bisogna dir bene di Maometto, nel paese di Maometto, poiché solo Maometto
dà esempio di tolleranza, di sapienza, di giustizia. In mezzo a tutto questo,
la povera cara chiesa latina, la sola che per mezzo dei frati francescani
resista, da centinaia di anni, impavida, all’urto di tanta guerra, la sola che
tenga alto il prestigio della carità cristiana, la sola che s’ispiri di una
illuminata pietà, di una umiltà dignitosa e forte, di un ascetismo che non si
astrae dalla vita, ma che la nobilita e la esalta, la sola che spenda, da San
Francesco in poi, la sua esistenza in pro della fede, in pro del Santo
Sepolcro, questa povera e santa chiesa latina, è costretta a navigare per mari
tempestosi, con gli occhi fissi in una stella divina, ma ogni minuto, in
pericolo, povera chiesa nostra indimenticabile!
L’anima
di Gerusalemme, curante più di sè che della gloria di Cristo, non serenamente
ambiziosa per la fede, ma cupida e avida per la propria preponderanza, loica,
sofistica, più che credente, ipocrita in ogni sua apparenza, capace di tutti i
fanatismi pagani e non di carità cristiana, ammantata di falsa umiltà e
divorata dalla più fiera superbia, sempre più lontana, nelle sue sette, nelle
sue eresie, dalla vera legge, l’anima di Gerusalemme, ahimè, farebbe ancora
piangere il Signore dalle alture del Monte Oliveto, dove è la piccola cappella
rovinata, con la iscrizione Dominus flevit, Dio ha pianto! Egli
piangerebbe, giacchè, per Gerusalemme, invero, egli ha predicato invano, egli
ha sofferto invano, egli è morto invano.
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