V.
Il pianto
d’Israele
.
In
ogni venerdì, come ho detto, nelle strade di Gerusalemme, dall’antico Pretorio
ove Gesù fu ingiustamente condannato sino al Sepolcro, i cristiani compiono la Via Crucis, inginocchiandosi
e pregando in tutte le stazioni della Croce, rammentando tutto il desolato
succedersi di episodii sempre più strazianti. E il fatal dialogo fra Ponzio
Pilato e il popolo giudeo ritorna in mente: Volete voi la morte di questo
giusto? Io mi lavo le mani del suo sangue. E il popolo: Ricada il suo sangue
sul nostro capo e su quello dei nostri figli, sino alla settima generazione! Così!
Ed è proprio in ogni venerdì che la deprecazione giudea trova la sua
testimonianza profonda, dolorosa, ancora una volta, sempre. Difatti, di
venerdì, i numerosi ebrei, circa trentamila, che popolano Gerusalemme, chiudono
tutte le loro botteghe e bottegucce, sbarrano le loro case, e disertano i loro
poco odorosi quartieri. Gerusalemme prende un aspetto di paese abbandonato,
salvo nel quartiere cristiano. Pare un’antica città di provincia, in un giorno
di domenica, nell’ora della siesta. I mercati sono deserti, gli ultimi cammelli
coi sacchi vuoti si sono allontanati, tornando verso Betlemme, verso Gerico,
verso san Giovanni in Montagna. Un gran silenzio discende sull’antica Solima,
la città di Salomone e di Davide, e un gran soffio d’Israele pare che abbia
spazzate le vie: il quartiere di Gesù sembra rimpicciolito, disperso al vento
del rito ebreo. Dove è, dunque, la popolazione di Sionne, dai volti scialbi e
dalle labbra sottili color viola, la popolazione dagli occhi tristi e fieri? I
cristiani che ritornano dalla Via Dolorosa rientrano all’albergo o all’ospizio
francescano, per riposarsi un poco, per chetare l’animo agitato dai ricordi
della croce: e più tardi, verso le ore pomeridiane, la fedel guida rammenta
loro che bisogna andare a vedere il pianto degli ebrei. Costoro
trafficano alacremente, si dànno ai mercati più accaniti, lavorano tutta la
settimana, disputando sulla mezza piastra turca, che vale dodici centesimi e
sul parà greco che vale un centesimo, mangiano male, dormono peggio,
instancabili, silenziosi, ostinati, sempre crescenti in numero e in fortuna: e
solo un giorno della settimana, il venerdì, si occupano di sfogare i loro
sentimenti, piangendo. È uno spettacolo questo pianto degli ebrei, uno
spettacolo curioso, bizzarro, morboso e commovente.
Un
muro! Non un muro ordinario, non una muraglia, ma qualche cosa come l’alto,
immane fianco di una costruzione ciclopica, ecco quello che resta, del tempio
di Salomone, del tempio sede della Legge mosaica, del Tempio, infine, delle cui
grandezze e delle cui meraviglie sono piene le Sacre Scritture. Un muro
soltanto, ma così grandioso, così colossale, che nulla di queste ampie e sonore
parole di descrizione sembra esagerato: e l’occhio che si leva su, a misurarne
l’altitudine, si riabbassa come raumiliato. Le pietre di questo muro del Tempio
sono larghe, lunghe, profonde: sono, piuttosto, dei massi egualmente
sovrapposti: una roccia a picco, squadrata, liscia, poderosa, possente. Tutto è
stato distrutto: non lo aveva detto, forse, Gesù, che egli poteva distruggere
il Tempio e ricostruirlo in tre giorni? Non resta nulla delle immense ricchezze
di legni, di avorii, di pietre preziose, che lo resero fulgido e
stupefacente: resta solo questo muro, a testificare quello che fu, la sua
superbia, e il potere della mano che lo percosse. Ora, questo muro, non solo è
un misero avanzo della gloria d’Israele, ma perchè la maledizione fosse più
tragica, il destino ha fatto sì che questo muro, che attesta la grandezza di
Mosè e di Salomone, la fortuna di un popolo e il suo splendore, serva solo a
sopportare il lato manco della moschea d’Omar! Questo, proprio.
I
turchi hanno trovato comodo di profittare delle fondamenta del Tempio per
erigervi sopra, regnando Omar, una moschea magnifica, in onore di Maometto ed
essa è la terza, per importanza, nell’Islam, dopo la moschea della Mecca, tomba
del Profeta, e dopo quella di Medina. E il muro che era coperto di legni
preziosi, di carbonchi e di smeraldi, il muro rivestito di tarsie d’oro e di
rame, il muro sacro che aveva visto le pompe solenni della legge
mosaica, adesso, asservito, umiliato, è il sostegno della moschea: le lettere
mistiche musulmane lo adornano solo, e le mattonelle d’azzurro e di giallo
corrono, internamente, lungo il suo cornicione. Di fuori, il muro sporge in un
vicoletto stretto e sudicio, dove quei macigni assumono un aspetto fantastico:
e, intorno, è un giro di casette, di tugurii miserabili. È sparita la gloria di
Salomone, è scomparsa la gloria del popolo ebreo: la sacra muraglia che udì le
profezie e le preghiere giudaiche, che fu la culla ideale della Legge, è ora
insozzata dalle insegne musulmane.
È
su questo muro, ultimo avanzo, ultima prova del loro passato, che gli ebrei
vengono a piangere ogni venerdì. Essi non entrano nella moschea di Omar, perchè
ne hanno ribrezzo: dicono che sotto il peristilio sia stato sotterrato il Libro
della Legge e temono di calpestarlo, involontariamente: essi soffrirebbero
troppo, vedendo la mezzaluna al posto dell’Arca Santa e il mirhab al
posto del Tabernacolo. Non vi entrano. Ogni venerdì, si avviano verso il
vicoletto, dove si eleva la muraglia di Salomone: vi si avviano donne e
fanciulli, vecchi e giovani. Le donne portano una specie di tocchetto di seta,
di lana, sui capelli: e, sovra, uno scialle di lana leggera, a fiori, con cui
si nascondono la metà del viso. Gli uomini portano, alcuni, il berretto di
pelliccia e sono gli ebrei russi e polacchi; altri un berretto di seta nera e
sono ebrei francesi e inglesi; altri vestono proprio l’antica zimarra ebrea, ma
sono pochi. Lungo le casette, dirimpetto al muro di Salomone, vi sono delle
pietre, dei banchi: vi siedono i vecchi, i bimbi, a pregare, a leggere nel
libro delle orazioni. E lungo il muro, col viso sulle pietre, sta una folla di
donne, con lo scialle rialzato sulla testa, con le spalle curve, donne che
piangono silenziosamente, e tutto il muro, freddo, liscio, a poco a poco,
s’irrora di lacrime, sotto tutti quegli occhi piangenti. Sono due o trecento
persone, uomini e donne, alla volta, che si dispongono colà, restandovi dieci
minuti, un quarto d’ora, a singhiozzare, cercando reprimere il rumore, col
pudore del pianto che vorrebbe rimanere segreto: e cedendo il posto, alla loro
volta, ad altre o due trecento persone, che abbracciano la pietra, vi battono
la fronte, pregando e piangendo. E dicono una loro dolente, angosciosa litania,
di cui ecco i primi versi:
Per
il nostro tempio distrutto — Qui veniamo e piangiamo
Per
la nostra gloria caduta — Qui veniamo e piangiamo
Per
il nostro popolo sterminato. — Qui veniamo e piangiamo
È
il rabbino, o qualche vecchio pio, servo fanatico di Israele, che dice la prima
parte di questo canto così straziante; i piangenti rispondono con la seconda
parte. Come cresce la narrazione delle loro sventure, come tutta la infinita
miseria del popolo ebreo, senza patria, senza nazione, senza re, si svolge nel
gran lamento, il pianto di costoro, sulla mura del tempio di Salomone, aumenta.
Ah, non restano loro che quelle pietre addossate l’una all’altra, ricordo d’un
tempo glorioso e felice, in cui Israele era il popolo prediletto del Signore:
ed essi piangono colà, come sopra un immenso feretro, dove sia seppellita la
loro nazione! Qualche cristiano si avvicina, per curiosare. Essi non si
voltano, non lo guardano. Egli stesso si arresta, meravigliato. Quel che vede,
lo colpisce profondamente. Un’ora fa, egli ha rammentato le baldanzose parole
degli uccisori di Gesù: il sangue che essi hanno sparso, ecco, ha seminato la
guerra, il fuoco, la epidemia, la persecuzione: ed è un povero muro che deve
servire a Maometto, questo, che rimane per unico retaggio mistico agli ebrei.
Coi
piedi nel fango, in un vicoletto pieno d’immondizie, all’aria aperta, al
freddo, come tanti cani discacciati a calci, essi vengono a baciare quelle
pietre, a piangervi sopra, da fuori, fra la gente che li guarda, fra i
turchi loro nemici, fra i cristiani loro nemici. Essi soffocano i singulti, ma
è una folla che singulta e vi è nell’aria romore di pianto: essi reprimono i
sospiri, ma troppa gente sospira. Flemmatici, gli inglesi guardano con
l’occhialino. Anzi, quel giorno, vi era una vecchia inglese impertinente e
ostinata, sovra un asino, che assolutamente volle attraversare tutto il vicoletto,
sull’asino: e molto disturbò il pianto degli ebrei. Bizzarro ed emozionante
spettacolo! Certo, è un pianto contagioso: certo, la nevrosi del pianto aleggia
in quel vicoletto: certo, quel muro di Salomone li ipnotizza. Ma a che servono,
queste parole della scienza? Essi gemono colà sovra una vera sventura: essi
espiano il più grande dei peccati, essi trovano nella religione un nuovo
soggetto di dolore, quando a noi è soggetto di consolazione. Come irriderli?
Hanno ucciso il Signore; ma sono così miserabili, malgrado la loro tenacia,
sono così privi di ogni conforto morale, malgrado il loro coraggio, che la
grandezza della loro punizione impone. Una fatalità li avvolge: e il loro
pianto del venerdì, è lo scoppio delle anime che, dopo duemila anni, sono
ancora oppresse dal fato.
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