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VII.
La villa Caterina
dava sul mare. Veramente essa era fabbricata sull'alto scoglio a picco,
donde la bianca Sorrento, sorgente fra i boschetti di aranci in fiore, si
affaccia al profondo e azzurro mare. La villa aveva, dal lato della città e
della campagna, uno di quei giardini italiani, folti di alberi ombrosi, dove le
bianche statue occhieggiano tra le foglie e dove le acque cantano, ricadendo in
pioggia nelle conche delle fontane; e bisognava attraversare il gran viale di
mezzo del giardino, per giungere alla villa. Si accedeva al bianco edificio,
salendo i tre gradini di un peristilio a colonne e ci si trovava subito in un
grande salone terreno, le cui porte-balconi davano tutte sul giardino. Ivi la
famiglia Acquaviva si raccoglieva, di giorno e di sera, nelle giornate in cui
il mare era tempestoso e in cui non si poteva stare nell'altro salone, quello
chiarissimo, soleggiato, che dava, dall'altra facciata, sull'ampia terrazza che
ogni villa sorrentina possiede sul mare. Così, la villa aveva due stagioni: da
giugno ad agosto si abitava sul mare, che è sempre calmo e lieto, in quei tre
mesi: da settembre alla fine di ottobre si prendevano i quartieri autunnali,
riparati, tiepidi, sul giardino, profumati e pur chiari nelle belle giornate
settembrine. Al pian terreno, dunque, vi erano i due saloni, due salotti,
anticamere e stanza da pranzo; al primo piano le camere delle ragazze e di
Stella Martini, quella della zia marchesa Sibilia quando le piaceva di venirvi,
le stanze da vestirsi, la guardaroba e uno studietto dove le fanciulle
lavoravano.
Al secondo
piano dormivano le cameriere, i servi e il cocchiere. La casa di Sorrento era
più ampia e più ricca di quella di Napoli: vi era più libertà e più lusso;
certo, più allegrezza che in quel malinconico palazzo dei Gerolomini; le
ragazze avevano ognuna una stanza: ed esse, solo a Sorrento, si sentivano
padrone di casa e avevano il senso della loro ricchezza. Il padre, Francesco
Acquaviva, teneva assai a quella villa Caterina, a cui aveva posto il
nome della sua bella e buona moglie, morta così presto; e ci aveva passato
tutte le stagioni estive della sua breve vita coniugale, da quella della luna
di miele, a quella in cui Caterina Acquaviva era morta: tanto che la bianca
casa baciata dal sole, ravvolta tra le brezze del colle e della marina, era
diventata sacra per lui. E anche le fanciulle, che avevano della loro povera madre
una memoria viva ma lontana, e che ne avevano intraveduto la dolce e passionale
anima nelle parole del padre, venivano volentieri a villa Caterina, poichè
essa era piena della poesia dei ricordi, poichè la soave ombra materna,
effondente tenerezza, parea che abitasse ancora la camera nuziale serbata
intatta, con la sua tappezzeria di raso azzurro pallido, fatto ancora più
smorto dal tempo e dal sole, coi suoi merletti bianchi, lievemente ingialliti,
col suo profumo di violetta, che ancora emanava dagli armadi, dai cassetti, da
tutti gli oggetti minuti e delicati che erano appartenuti alla giovane sposa,
alla giovanissima madre morta prima di varcare il confine della giovinezza.
Non nel tetro
palazzo dei Gerolomini, ma a Sorrento, in quel chiaro e molle e lieto ambiente,
Laura ed Anna Acquaviva celebravano la religione delle memorie materne, senza
acuto dolore, ma con un persistente rimpianto della loro giovinezza senza i
baci della madre, rammentando la cara figura e adorandola nella immaginazione.
Certo, il tempo e la moda avevano trasformato villa Caterina al gusto
moderno, empiendola di fiori, di palme, di chiari arazzi nei suoi saloni e nei
suoi salotti, empiendola di mobili elegantissimi, di tende d'oltremare, di
ninnoli esotici; e le fanciulle vi si trovavano più felici, apprezzando la
bellezza delle cose, insieme con la immensa bellezza del paesaggio: ma la loro
piccola chiesa era bene la antica stanza nuziale di Francesco e di Caterina
Acquaviva, coi suoi toni di azzurro semispento, con la sua grazia intima,
sentimentale delle camere, dove una gentile donna ha vissuto, leggiadra e
buona. Vi entravano ogni giorno, restandovi un poco, aprendo le finestre che
sporgevano sul mare, camminando pianamente sul tappeto di un bigio delicato
disseminato di azzurri miosotidi, toccando tutte le cose che aveva toccato la
madre loro e pregando innanzi a quella immagine della Madonna della Seggiola,
davanti alla quale la giovane Caterina Acquaviva si era inginocchiata a
pregare. Poi si ritiravano rinchiudendo le finestre e le imposte, perchè il
vivido sole meridionale non divorasse quel morente azzurro del raso e dei
nastri. Questa devozione del loro cuore si manifestava quasi segretamente senza
che ne parlassero fra loro; Laura sempre serena, ma minuziosa e precisa, tenendo
ella la chiave della stanza e di tutti gli armadi: Anna istessa, taciturna, ma
presa sempre da una soffocante emozione, sentendo sopra di sè la fatalità di un
padre e di una madre morti troppo giovani, mentre ancora adoravano la vita,
mentre ancora non l'avevano goduta, mentre lasciavano due belle e care
figliolette, orfane, sole, senz'amore, senza sostegno. Ella sentiva la fatalità
di queste esistenze che muoiono con un profondo rancore, per non aver avuto il
tempo di amare molto, di essere molto amate, che muoiono senza rassegnazione,
straziate e taciturne nella grande ingiustizia onde sono colpite.
E questa
fatalità le pesava addosso come un presentimento; e nella stanza di un così
mite azzurro, le pareva ancora vedere il giovanile e delicato volto di sua
madre, chiuso in un supremo scontento; le pareva di vedere il bruno e bel volto
di suo padre, contratto dalla dolorosa idea della vita non compiuta: ambedue
morti prima del tempo, la madre a venticinque anni, il padre a trentacinque.
Eppure ella amava questa emozione: e amava villa Caterina, come il nido
familiare, cercando di recarvisi appena l'estate cominciava, cercando di
trattenervisi sino all'estremo limite dell'autunno.
Ma dopo la
stagione d'inverno in cui il suo amore per Cesare Dias si era rivelato, dalla
primavera ella cominciò a parlare di Sorrento. La vinceva una grande nostalgia
che le fiaccava le forze; e la dimora di Napoli le era diventata troppo amara.
Credeva, Anna, partendo, di cangiar anima: credeva che la gran luce, la
cantilena del mare e tutta la pace intorno le avrebbero almeno procurato una
quiete dei nervi. Ogni tanto, assorgendo dalle sue cupe meditazioni, ella
diceva, a chi le domandava che cosa avesse: vorrei non esser qui. Lo
aveva detto tante volte a Laura, a Stella Martini, con un'espressione così
forte di desiderio, che esse avevano bene inteso che bisognava portarla via.
Napoli la faceva soffrire, intensamente. Era una sofferenza silenziosa divorata
nella segretezza del cuore che non vuol dire il proprio dolore: ma di cui Laura
e Stella conoscevano bene la parola; erano alternative di esaltazioni, in cui
tutta la esuberanza della sua vitalità si riversava in sorrisi, in canti, in
risate, in lieto chiacchierìo, con lunghi momenti di tetraggine, in cui ella
pareva ormai disinteressata d'ogni cosa umana, invocante soltanto l'estrema
risoluzione della morte; ed era, anche, una sempre crescente prostrazione
d'anima, in cui tutte le forze spirituali e materiali s'illanguidivano,
sfiorate, impallidite, decadenti in un torpore che sgomentava. Ah ella non
diceva nulla, della sua nascosta tortura, ma se la teneva stretta al cuore
lasciandosi rodere, sentendosi morire a poco a poco, ma non osando chiedere
soccorso, anzi non sperando da nessuno un soccorso! E a misura che il giorno in
cui essa aveva confessato a Cesare Dias di amarlo, si allontanava, i suoi
minuti di eccitamento, di fittizia giocondità giovanile, si andavano facendo
più rari, più rari: e su ogni cosa, per lei, si distendeva il bigio velo del
distacco, la gran nebbia sonnifera dei dolori che si fanno monotoni, poichè
niuna gioia viene più a dar loro vivacità. Ella languiva, assorbita in lunghe
ore di contemplazione, con l'occhio vago, trasalendo quando le parlavano,
guardando trasognata il suo interlocutore, quasi ella arrivasse da un lontano
paese di visioni. In verità, la sua decadenza morale e materiale non appariva
che agli occhi di coloro che le volevano bene; poichè essa, ormai, restava in
casa, incapace di recarsi più alle passeggiate, ai teatri, ai ritrovi, poichè
tutte le cose che un tempo le erano piaciute, ormai non la scuotevano più. E
questa prostrazione, però, non faceva che aumentare la sua forma di affetto, di
tenerezza per coloro che la circondavano, quasi che ella volesse, con un
sorriso, celare tutto l'interno strazio. Era diventata così buona, così
indulgente, senza nessuno dei suoi antichi scatti violenti, che nessuno la
riconosceva; e con Cesare Dias aveva una tenerezza repressa, una costante
dolcezza, e talvolta un silenzio pieno di pensiero. Molto spesso, a quello che
Cesare le diceva, ella non rispondeva: lo guardava in viso, con gli occhi
pensosi, carichi di una tale espressione di malinconia, che solo l'anima arida
e dura di Dias vi reggeva. Ella preferiva il silenzio, ella, già trasformata,
già perfettamente diversa dalla impetuosa creatura che era stata.
Nelle dolci
giornate di primavera che più la prostravano con la loro soffocante dolcezza,
attraverso il mortale languore che ne addormentava tutte le vitalità, ella
aveva però un'ora della mattina o della sera, in cui restata sola, si
raccoglieva nell'intenso pensiero dell'amor suo e non poteva impedire a se
stessa, malgrado i lunghi e ostinati combattimenti, di scrivere a Cesare Dias.
Era l'unica, solitaria manifestazione di una passione che la consumava: era un
gran conforto e, nel medesimo tempo, una gran tortura, poichè se la lettera dà
sfogo a tutti i crucci infiniti dell'amore non corrisposto, fissa e determina
certe idee, certe impressioni, che allo stato latente tormentano vagamente,
mentre, allo stato determinato, sono insopportabili. Ella scriveva a Cesare
Dias lungamente e confusamente, con quel disordine e con quella monotonia delle
anime convulse, le cui frasi hanno il ritornello lugubre delle preghiere degli
agonizzanti: e mentre scriveva, spesso le accadeva di ripetere ad alta voce le
frasi scritte, quasi che egli fosse presente ed Anna gliele dirigesse,
aspettandone una risposta: ma guardandosi intorno, vedeva nella mattinata
gioconda danzare i pulviscoli nel raggio del sole, o, nella serata, l'ombra
addensarsi negli angoli della stanza vuota, ma egli non vi era, non vi era;
mentre scriveva, talvolta, oppressa dall'emozione, a una parola pietosa, da lei
stessa messa sulla carta, le lacrime le scendevano lungo le guance, le cadevano
sulle mani ed ella si fermava, accecata, dovendosi levare dalla piccola
scrivanietta da fanciulla, passeggiando su e giù per la stanza, non osando di
rileggere l'ultima parola che l'aveva fatta scoppiare in singhiozzi; mentre
cominciava a scrivere quelle lettere d'amore, ella vibrava di passione, di
entusiasmo, e il sangue saliva a colorarle le gote: le idee si arruffavano
impetuose, precipitose, e alla fine si fermava stanca, spossata, quasi felice.
Ma quando la lettera era partita per la sua destinazione, tutto quello che ella
aveva scritto le ritornava in mente, e le sembrava così meschino, freddo,
buffo, grottesco e nello stesso tempo così doloroso, che ella malediceva l'ora
e il momento in cui aveva posata la penna sulla carta bianca, e cento volte
avrebbe voluto richiamar indietro il messaggero, per lacerare quel foglio, così
pieno di ridicolo e di pianto. E pentita di quel che aveva detto un giorno a
Cesare Dias, il giorno seguente si contraddiceva, volubilmente: e talvolta
scriveva con fierezza, non sopportando più quel ridicolo, chiedendo scusa,
dopo, umiliandosi: e spesso vaneggiava nella gelosia, non sapendo bene su qual
nome fissare i suoi sospetti e intendendo bene di non aver il diritto di esser
gelosa: e ritornando sempre alla stessa idea, che quell'amore la faceva morire
giorno per giorno, ora per ora. Cesare Dias non rispondeva.
E perchè
avrebbe risposto? Dalle prime lettere da lui ricevute e che così crudelmente
aveva lacerate in sua presenza, ella stessa gli aveva tolto l'obbligo di
rispondere: ed egli ne profittava. E ogni volta che stando a casa, o
rientrandovi, una lettera di Anna gli era offerta dal suo servitore, egli aveva
un moto d'impazienza. Non si dispiaceva, no: ma quella tumultuaria forma di
passione così irruente e così instancabile nella sua irruenza, offendeva tutti
i suoi ideali di correttezza, di finezza, di riserbo. Le lettere di Anna,
vibranti di affetto esaltato, erano lette da un giudice tranquillo, che si
dilettava ad analizzarle in tutto quello che contenevano di rettorico, secondo
lui; ed egli ne raddrizzava ogni frase scomposta, ne commentava freddamente
ogni affanno di pensiero, e quasi quasi, talvolta, gli veniva la voglia di
redarguire quella folle fanciulla, che si abbandonava così generosamente alla
sua follia. Ma a che fare una polemica erotica? Le persone che amano, non
credono mai di aver torto: ed è inutile di dimostrar loro che hanno torto.
Egli non
rispondeva. Così, dalle lettere ricevute e che adesso leggeva con una
vivacissima curiosità, egli non ricavava che piacere; e quando veramente,
attraverso la dilatazione cerebrale di Anna, come egli diceva, trovava
l'impronta di una disperazione inconsolabile, egli, arrivando in casa
Acquaviva, non faceva altro che trattenere un po' di più la mano di Anna nella
sua; sapeva che questa sfumatura di pietà e fors'anche di tenerezza era notata
da lei, immediatamente; sapeva con ciò di darle un conforto, che l'aiutava a
vivere ancora, a non morire ancora.
Invero, egli
andava meno spesso in casa Acquaviva, ma senza far notare le sue assenze,
facendole capitare di tempo in tempo; e quando vi andava, nei colloqui regnava,
in tutti quanti, un segreto imbarazzo che raffreddava la cordialità e faceva
fuggire qualunque lietezza. Specialmente in certi giorni, Anna appariva così
pallida, con gli occhi così smorti, con le labbra chiuse e come sigillate,
perchè non lasciassero sfuggire un sospiro dal suo petto: ella si sedeva in un
angolo, senza che avesse l'aria di vedere o di udire quello che accadeva e che
si diceva, tanto che tutta la conversazione cadeva innanzi a quel dolce e
penoso fantasma di donna, a cui tutte le cose umane, tranne una, erano
diventate indifferenti. Egli stesso, che non perdeva mai la sua superiorità di
spirito, non sapeva più che dire innanzi a quel volto da cui fuggiva ogni
espressione di interessamento, innanzi a quella figura lenta che si trascinava
per la casa stanca prima di aver camminato. Due o tre volte, quando si erano
trovati soli – adesso, ambedue evitavano di trovarsi soli, con molta cura –
egli le aveva fatto delle rimostranze:
– Ma che
avete? Perchè fate questo?
– Che volete
che faccia? – aveva ella risposto, fievolmente.
– Vorrei che
foste allegra, che rideste...
– Non è...
non è possibile – aveva replicato Anna, voltando la testa in là, per celare il pianto
che le velava gli occhi,
E Dias,
temendo uno scoppio di singulti, aveva taciuto. Aveva un grande imperio su lei,
ma non gli sarebbe mai riescito di farle sopportare pazientemente un amore non
corrisposto. Ella stessa, nelle prime lettere, si era ingannata sulla propria
forza di rassegnazione. Aveva creduto di poter subire la mala sorte in
silenzio, divorando il proprio dolore, come tante timide e buone donne, eroine
oscure dell'amore, della famiglia, del lavoro; aveva sperato di poter essere
una martire inebbriata di martirio, come tutte le donne che amarono, che
invocarono, che desiderarono un ideale inaccessibile; aveva sperato di poter
vivere d'infelicità, come tante donne ne vivono. Ah, non lei, non lei era fatta
per questo! Era un temperamento vivido e ardente a cui l'esistenza appariva con
tutte le sue seduzioni, con tutte le sue lusinghe, con tutte le voci
incantevoli, coi vincoli dei suoi piaceri morali; era un carattere violento,
insofferente di ostacoli, incapace di piegarsi, e a cui il conseguimento di
ogni desiderio era una necessità spirituale: era una donna a cui non bastava di
amare, e di piangere, e di scrivere una lettera al giorno, senza averne mai
risposta: ella voleva essere amata, ella aveva bisogno di essere felice. Vi
sono temperamenti e vi sono caratteri muliebri che sembrano indecisi e molli: a
questi possono essere di pascolo lunghi giorni d'infelicità e anni di lagrime
segrete: queste donne si fanno del dolore uno stato d'anima permanente, immanente,
non sapendo e non volendo ribellarsi, elevando la morbida rassegnazione ad
altezze supreme. Non lei, non lei! Quelle nel dolore si macerano e si affinano,
e la loro anima è, come la pelle di Ester che era macerata e impregnata nei
profumi, tutta satura di pianto, ormai fatta angelica; Anna invece restava
donna, restava umana, non sapendosi distaccare dall'intenso, inestinguibile
desiderio di essere amata.
Era una
donna, in tutta la umana estensione della parola; e mentre le vette sublimi
dell'abnegazione ne tentavano lo spirito ardente, tutti i legami terreni la
tenevano, straziandola coi loro nodi troppo stretti, in cui invano ella si
divincolava, cercando di librarsi alle sfere del sacrificio. E quando ad Anna
stessa, nelle tristi cogitazioni delle sue notti senza sonno, fra la preghiera
e il vaneggiamento, in un momento di luminosa chiaroveggenza, era apparsa la
gran verità, quando ella aveva detto a se stessa che senza amore sarebbe morta,
un subitaneo sgomento l'aveva fatta ricadere sul guanciale, chiudendo gli
occhi, disperata ormai, anche del proprio cuore. Aveva creduto di poter essere
grande e forte, di poter salire ad altitudini inesplorate pei cieli della
sofferenza, ma in verità non era che una misera creatura, limitata,
consumandosi per l'amore che le mancava. E fu un giorno, nel cadere del maggio,
in cui ella, convinta ormai che tutto era perduto, scrisse a Cesare Dias una
lettera lunga di addio. Non voleva scrivergli più, poichè tutto era inutile,
poichè egli non la avrebbe amata giammai, poichè era finito tutto, tutto, e non
esisteva attorno a lei che il deserto arido e bruciante. Lo salutava: non
sapeva che avrebbe fatto, ella stessa si smarriva, pensando all'indomani, ma se
ne andava, intanto, a Sorrento, a villa Caterina, dove sua madre aveva
amato ed era morta. Lo salutava, con una incoerenza di linguaggio, vera
immagine della confusione in cui si trovava, non credendo più neppure in se
stessa; voleva partire, partire, andare dove egli non fosse, così buono e così
crudele anche, ma non abbastanza buono da volerle un po' di bene, e crudele,
certo, inconsciamente! La lettera era convulsa, male scritta, sconvolta
finanche nella calligrafia.
Da più giorni
ella aveva pregato Laura e Stella Martini, perchè si partisse per Sorrento; e
in quel giorno ella pregò con tanta insistenza, ella fece intendere tanto che
villa Caterina era necessaria a dar pace alla sua anima, che le due
donne, abituate ormai a regolare la loro vita sull’umore di Anna, cedettero.
Veramente Stella Martini ne scrisse una parola a Cesare Dias parendole necessario
che vi fosse il suo permesso. Egli rispose immediatamente, di rimando:
andassero subito perchè il cambiamento d'aria sarebbe stato utilissimo ad Anna,
la cui crescente debolezza lo impensieriva. Egli non poteva venire ad augurare
il buon viaggio, perchè era occupatissimo, ma mandava gli augurii per lettera e
sarebbe capitato presto a villa Caterina, a trovare le sue care
figliuole.
Espansiva più
del solito, la lettera: ma non era venuto! Non voleva lasciar partire
sconsolata Anna, la cui lettera gli aveva fatta una certa impressione, sebbene
egli sapesse che la parola addio non è mai definitiva per chi ama
veramente: ma voleva evitar la scena del distacco. Egli odiava tutte le scene.
Stella Martini conservò questa lettera, non osando farla vedere. Pure ella
osservò che la povera fanciulla, attaccando le sue speranze a un filo sottile,
si lusingava che Dias venisse a salutarla e che per questo prolungava i
preparativi della partenza; e la buona donna, edotta ormai di tutto, tremava di
doverle dire che egli non sarebbe venuto. Ma, a un certo punto, Anna pareva
caduta in tale stato di sonnambulismo, nella morbosa ansietà dell'attesa, che
Stella Martini si fece coraggio:
– Dias mi ha
scritto... – disse.
– Quando? –
disse l'altra, trasalendo.
– Ieri...
scrive che non può venire a salutare... è tanto occupato.
–
Naturalmente... così occupato... – mormorò Anna. – Mi volete dare la lettera?
– È molto
affettuoso – soggiunse Stella, porgendogliela timidamente. Osservò che le dita di
Anna tremavano, sul foglio di carta. Ella non lo restituì a Stella: e
soggiunse, desolatamente:
– Dias è
molto pietoso.
Niente altro.
Se ne andarono da Napoli, l'ultimo giorno di maggio, Anna odorando un fascio di
rose di maggio che aveva comperato da un ragazzo, andando alla stazione; Laura,
serena e graziosa nel suo vestito di crespo di seta bianca, coperto da un
leggero e largo mantello di lana bianca; Stella, occupandosi dei bagagli: i
servi erano partiti un giorno innanzi. Durante tutto il tragitto, in carrozza e
nel treno, e di nuovo, poi, nella carrozza, Anna si assorbì ne' suoi pensieri,
col volto chino, dietro il velo di garza grigia del suo cappello da viaggio:
andava macchinalmente, nelle stazioni, salendo, scendendo, con i movimenti di
persona, che non ha perfetta conoscenza di sè. Laura le diceva: vieni,
andiamo, ed ella si muoveva, obbedendo come un fanciullino. Lei, guardando
in se stessa, si sorprendeva di non essere più straziata, dando le spalle a
Napoli, dove lasciava Cesare Dias: ma sentiva anche che le sue forze spirituali
erano molto abbassate, e che si soffre quanto si può: poco ella poteva di più.
In verità, dopo la gran decisione di andarsene, in cui aveva sciupato l'ultimo
suo impulso di energia, l'abbattimento l'aveva vinta e non aveva che il
desiderio profondo e inespresso di un riposo, di un sonno dell'anima, di un
letargo che la conducesse, senza spasimi, dalla vita alla morte. A Sorrento, in
quella villa Caterina, dove la gioventù di sua madre aveva subìto una
esiziale decadenza ed era discesa alla morte, ella avrebbe trovato quella pace,
che è foriera di un'assai più lunga êra di tranquillità. La stanchezza infinita
l'aveva colta: ella aveva raggiunto il limite estremo, in cui lo spirito ancora
combatte col dolore come Giacobbe con l'angelo, e si era data per perduta:
adesso non vi era in lei che una grande distesa di acque morte, coprenti tutta
la rovina delle sue speranze naufragate. Anelava di arrivare presto, per
potersi sdraiare in un languore senza fine, dove fosse pur sempre scomparsa
ogni cosa, dove nulla più sussultasse in lei, dov'ella potesse dormire un
lunghissimo e profondo sonno, al soffio molle e letale della gran palude. Due o
tre volte, unico segno d'interesse, mise la testa allo sportello per vedere se
si giungeva finalmente, e quando la carrozza attraversò, al tintinnìo de' suoi
sonaglietti, la piazza dove Sant'Antonio, protettore di Sorrento, eleva la sua
bruna statua, quando essa imboccò il viale già verde, già fiorito, e si arrestò
innanzi al peristilio di villa Caterina, Anna ebbe il senso di qualche
cosa che si fosse, ormai, per sempre compiuta, le parve che il piccolo volume
della sua vita avesse avuta la parola: fine.
Le due
sorelle andarono immediatamente nella stanza della loro madre, quasi a
sciogliere un voto, ancora coi mantelli e coi cappelli da viaggio, portando dei
fiori freschi. Laura schiuse le due finestre che davano sul mare e la gran luce
entrò, mentre ella girava intorno, a veder se vi fosse polvere sui mobili, a
raddrizzare qualche nodo azzurrino delle tendine di ricco merletto ingiallito,
a fare, insomma, una rassegna di massaia accurata. Anna, invece, si era subito
buttata sull'inginocchiatoio di legno scolpito, dal cuscino di raso azzurro con
una croce di argento, ricamata sopra; e innanzi alla Madonna della Seggiola,
innanzi alla piccola e gentile miniatura di sua madre, depose in offerta le
belle e odoranti rose di maggio, aveva abbassato il capo sulle mani guantate.
Laura, finito il suo giro, si accostò alla sorella e le disse:
– Tu resti?
Quella non
rispose, non si volse nemmeno.
– Quando
vieni via, riportami la chiave – soggiunse la savia Minerva, dagli occhi
chiari.
E se ne andò,
chiudendo pianamente l'uscio con la sola maniglia. Stella Martini, che già si
era cambiata d'abito, le venne incontro:
– E Anna? –
disse.
– È ancora di
là.
– Che fa?
– Piange, o
prega, o pensa. Non ho potuto veder bene.
– Povera Anna
– mormorò Stella, con un sospiro.
Quanto tempo
restò innanzi alle sue immagini, Anna Acquaviva? Nessuno osò disturbarla in
quella sacra religione del ricordo, che era in lei tanto profonda, in
quell'abbandono della persona e dell'anima. Se quando fu giunta lì, per un
minuto mille pensieri tumultuanti l'avevano sconvolta, subito la prostrazione
di chi ha compiuto il suo ultimo viaggio, di chi è arrivato al porto
dell'estrema calma, era sopraggiunta. Nel giro adesso lentissimo delle sue
idee, roteanti in un vortice così molle, che appena appena ella ne distingueva
il movimento, riapparivano queste due piccole frasi che erano una preghiera
indistinta, una invocazione senza impeto, monotona, continua, come di coloro a
cui sono mancate, o più non servono tutte le altre parole umane: Madonna
mia, mamma mia. Ella balbettava in se stessa, i due nomi, egualmente dolci,
e talvolta le pallide labbra giungevano a ripeterli con un lieve tremolio. La Vergine nel cielo e lo
spirito della madre, nelle celestiali sfere dove ancora vivono i buoni, si
confondevano nella sua mente, ed ella, più che chiedere da loro soccorso, ne
diceva ancora i nomi, così, simili al bimbo che parla ad alta voce
nell'oscurità, per darsi coraggio. Il sole che entrava dalle finestre,
gaiamente, venne declinando nel bel tramonto, già lungo tramonto di maggio: e
lei, che si era quasi assopita in quell'immenso languore, vide attraverso le
palpebre chiuse, che impallidiva la luce del giorno, e sentì la stanchezza
delle braccia e delle ginocchia. Fu allora che si levò e baciò, con le fredde e
aride labbra, la immagine della madonna e la delicata miniatura di sua madre,
salutandole quasi fossero persone vive, promettendo loro di ritornare subito a
viver con loro, in quella stanza che era il tempio della gioventù, dell'amore,
della morte. Quando venne via, dopo aver chiuso le finestre, dopo aver girata
due volte la chiave nell'uscio, era così pallida e bianca, che Stella Martini
le disse:
– Siete stata
tanto tempo colà... ciò vi ha fatto male.
– No, no –
ella rispose – mi sento benissimo; sto proprio assai bene. Avevo bisogno di
venir qui, di vivere qui.
E nella sua
voce vi era qualche cosa d'infranto, parlava lentamente e a riprese, come se il
respiro le si arrestasse nel petto. Stella Martini non credette dunque alle
parole rassicuranti di Anna; la sorvegliava affettuosamente, preoccupata più di
quell'accasciamento, che di qualunque scatto violento di passione. Adesso Anna
dormiva in una stanzetta, sola, fra la stanza di Laura e quella di Stella. La
damigella di compagnia, dopo di averle salutate, alla sera, non andava subito a
dormire; scriveva qualche lettera a sue lontane parenti, a sue amiche
d'infanzia; diceva lungamente le sue orazioni, vegliava ancora, infine. E in
quelle ore la inquietudine per Anna si faceva più viva; talvolta ella usciva
dalla sua stanza ed andava ad origliare a quella di Anna. Vi regnava sempre un
silenzio profondo, ma il lume era sempre acceso. Quella luce e l'assenza d'ogni
rumore l'agitavano anche più: due o tre volte, non reggendo, aveva schiusa la
porta ed era entrata. Aveva trovato Anna distesa sul letto, col capo appoggiato
alle due mani congiunte dietro la nuca e affondato nei guanciali, cogli occhi
chiusi, con un movimento della respirazione appena percettibile, cerea nel
volto; il lume ardeva tristemente. Lo aveva spento Stella andandosene, in punta
di piedi.
– Perchè non
spegnete il lume? – aveva, un giorno, domandato ad Anna.
– L'ombra mi
fa paura – ella rispose.
Stella le
aveva dunque preparato una lampadetta di cristallo di un vetro opalino; così
Anna si assopiva a quella mitissima luce, e sul pallido volto, sui capelli
bruni, disciolti, sulla bianchezza delle lenzuola pioveva un chiarore glauco
che dava loro l'aspetto di una visione notturna, in fondo ad una grotta marina.
Adesso, Stella veniva quasi ogni notte a vedere se riposasse tranquillamente, e
quella figura giacente, al poco lume verdino, aveva l'aspetto di una naufraga,
dormiente l'ultimo sonno nel fondo del mare. Talvolta, udendo il cheto passo di
Stella, Anna schiudeva gli occhi, e riconoscendola sorrideva; poi si
riassopiva. Non era un sonno, era un torpore. Stella ritornava alla sua stanza
niente rassicurata. Quello che anzitutto tormentava la buona donna, era la
quotidiana, lunga dimora, che Anna faceva nella camera di sua madre morta.
Villa Caterina, in quell'inizio dell'estate era deliziosa, nel suo
giardino odoroso, nelle sue liete stanze terrene ricche di luce, di beltà, di
eleganza, nei suoi saloni, dove tutte le finezze del lusso si armonizzavano in
un ambiente di seduzione, nel suo immenso e divino paesaggio del mare; vi
affascinava da tutte le finestre, da tutti i balconi a mezzodì, in quelle
mattinate fresche e profumate, in quelle serate così palpitanti di stelle, che
parea il cielo avesse dei fremiti luminosi: ma Anna non vedeva più nulla di
questo, cogli smorti occhi il cui sguardo vagava, con l'attrazione sempiterna
alla delicata stanza, dove l'azzurro si faceva bianco, divorato dalla luce, dal
sole, dove il profumo di violetta era così sottile e antico, che faceva venire
le lagrime agli occhi, dove tutto era l'emblema di una giovinezza spenta nel
suo fiore. Anna vi passava delle ore, inginocchiata accanto al letto, o seduta
presso una finestra che dava sul mare, taciturna, senza che nessuna impressione
si disegnasse sul suo volto. Talvolta, Stella, insospettita, si fermava innanzi
alla porta e chiamava:
– Anna, Anna!
– Eccomi – rispondeva
ella, uscendo dal suo sogno.
– Venite via:
è tardi.
– Adesso.
Ma sostava
ancora. Bisognava chiamarla due o tre volte. Quelle dimore la esaurivano; ne
usciva con gli occhi sottolineati di nero, con le labbra bianche, con la linea
del profilo assottigliata, stirata.
Vedendola
così, Stella era presa da una pietà immensa, da un immenso desiderio di
salvarla: e tentava di strapparla alle lunghe prostrazioni in quella stanza, la
cui delicata malinconia funeraria finiva d'immergere Anna nelle lugubri contemplazioni.
– Non restate
tanto tempo, colà; vi fa male...
– No, no – le
rispondeva Anna – se sapeste che pace, là dentro...
– Ma una
giovane come voi, deve cercare la vivacità dell'esistenza, non la pace...
– Non vi sono
più fiori per Margherita – mormorava l'altra, andando a una finestra, a
guardare il mare.
In tutto il
mese di giugno, dolce mese sorrentino che ha le mattinate già calde e le serate
fresche, Anna non fece che declinare moralmente e materialmente. Laura e Stella
rispettavano la sua volontà; ma incombeva su loro la tristezza di quella
decadenza. Il tormento di Stella era diventato materno, e quando vedeva quella
bruna fisonomia che si assottigliava, quelle mani che si facevano trasparenti,
una voce le gridava dentro, una voce materna, che bisognava far qualche cosa
per quella povera creatura. Aveva tentato un giorno di rincorarla, dicendole:
– Il signor
Dias ci aveva promesso di venir qui... ma tarda un poco... chissà, lo avremo
per l'apertura della stagione balneare...
– Vedrete che
non verrà – le aveva risposto Anna, i cui occhi si eran subitamente velati di
lacrime.
– È buono
tanto: ha promesso, verrà.
– Io non lo
credo – aveva replicato pianamente Anna, con la tranquilla desolazione delle
cose finite.
Infatti, egli
non veniva e non scriveva. Tutta la prima quindicina di luglio passò; la
stagione balneare era già inaugurata; tutte le terrazze di Sorrento erano piene
di gente, nella sera, nella notte, e da ogni balcone, da ogni finestra, dai
saloni dei grandi alberghi illuminati venivano suoni e canti, trilli di
mandolini e risate di tutta una musicalità lieta e appassionata estiva. Le
ville avevano distese contro il sole le loro tende a fasce bianche e azzurre,
ma il ponente nelle ore pomeridiane faceva battere le tele, come se navigassero
per l'ampio mare cerulo: alla notte la luna bagnava dei suoi biancori nivei la
campagna, le case e il mare. Anna in tanto esaltamento di gioventù, di salute,
di bellezza, di paesaggio, intorno ad essa, sentiva più profondo, più invadente
in sè il desiderio del dissolvimento, e adesso appena appena si trascinava da
una stanza all'altra, ombra leggera. Alla sera, quando Laura e Stella uscivano
per qualche visita nelle ville, dove fanciulle e signore si raccoglievano, o
per una piccola festa aristocratica nei saloni del Victoria o del
Tramontano: ella andava sulla grande loggia a mare di villa Caterina,
dove erano sedie e poltrone, fra le piante e i fiori, e si sdraiava, con
gli occhi fissi nel cielo, dove tremolava di luce la via Lattea; invano
passavano pel mare sorrentino le barchette cariche di gente, cantanti le belle
canzoni napoletane; invano i due o tre yachts aristocratici accendevano
fuochi di bengala e mandavano razzi luminosi nel cielo; invano le mille voci
delle magnifiche notti di estate, create per la gioia, create per la passione,
giungevano fino ad Anna. Ella non udiva e non vedeva. Neppure, in quei giorni,
ella scorse sul viso di Stella un'espressione di tenerezza sagace, che ha
indovinato: ella non avvertì nel bacio che Stella le dette, prima di uscire in
quella sera del diciassette luglio, un senso di maggior amore. Era di domenica,
e Laura e Stella andavano al Victoria, a un ballo familiare.
– Siate forte
e sarete felice – le aveva detto Stella, licenziandosi con un bacio,
guardandola, quasi le volesse comunicare una buona novella.
Ma la
languente fanciulla non capì. Prese quelle parole per una di quelle vaghe
consolazioni che si offrono alle anime inconsolabili, e il cui suono soltanto è
una carezza; crollò il capo, abbozzando un sorriso. Tutta ravvolta nei suoi
veli bianchi, bellissima in quel candore, Laura anche era venuta a baciarla: ed
ella aveva udita la carrozza allontanarsi. Attraversando il salone Anna uscì
sulla loggia. La notte plenilunare era così luminosa che si sarebbe potuto
leggere un caro libro al morbido chiarore: e il paesaggio aveva qualche cosa di
divino, dall'orizzonte a tutta la curva del cielo, dalla dolce collina degli
olivi e degli aranci del mare. E nella immensa soavità delle cose, ella intese
nuovamente tutta l'amarezza della sua vita perduta invaderle le vene, e il
cervello, e il cuore, con un fiotto così velenoso, che ne sentiva quasi l'acre
sapore sulle labbra. Ah sarebbe certo venuta la sua ultima ora, in quella
consunzione di tutte le sue forze, ma sempre, sempre, attraverso la
rassegnazione, ella avrebbe avuto delle ore di ribellione contro quella immensa
ingiustizia che ella subiva, ma fino all'ultimo suo giorno, ella avrebbe avuto
quell'amarezza delle esistenze che mancarono il loro scopo, per propria colpa o
per derisione del destino; ella avrebbe chinato il capo alla morte, cupa,
tetra, non avendo accettato, non accettando la fatal legge che si compiva
contro lei.
Una notte
profonda di beltà, di luce le era intorno, ma ella era, veramente, un atomo
doloroso nella gioconda danza delle cose; e distesa nella poltrona, con le mani
abbandonate lungo la persona, ella teneva chiusi gli occhi: quella sera odiava
anche il cielo.
– Buona sera
– le disse Cesare Dias, giunto presso a lei.
Ella aprì gli
occhi, ma nessun suono potette uscire dalla sua bocca: non poteva che
guardarlo, con tale una espressione di felicità desolata che lui,
immediatamente, pensò: Questa donna mi ama veramente. Egli appariva pensoso.
Prese una sedia e le sedette vicino.
– Siete
sorpresa di vedermi, Anna? Non vi avevo promesso di venire?
– Credevo...
che lo aveste dimenticato... è così facile dimenticare...
– Io mantengo
sempre le mie promesse – egli soggiunse.
Quando lo
aveva inteso parlare così con quel tono di voce, quando? In quel periodo della
sua malattia, allorchè credevano che ella morisse. Era adunque la pietà della
morente, che lo aveva indotto a venire a Sorrento: era dunque la pietà, che
ammolliva la durezza ironica della sua voce.
– L'aria di
Sorrento non vi ha guarita – osservò lui, chinandosi un po' a guardarla.
– Non mi ha
guarita; di nessuna malattia. Credo che... non guarirei, in nessun paese del
mondo.
– Gli è che
il solo medico di voi stessa, siete voi stessa – e cavando il suo astuccio
d'argento prese una sigaretta e l'accese.
Ella guardò
vacillare la piccola fiamma; tacque un momento.
– È facile
dire questo – soggiunse, poi, fievolmente. – Ma sapete che sono un essere
debole; gli è per questo, che avete tanta compassione di me. Io non posso
guarire, Cesare.
Ed era così
disperata la sua affermazione che vi disparve la familiarità di chiamarlo per
nome, d'un tratto.
– Ne siete
certa?
– Certa. Ho
tentato. Ciò che provo, è più forte di me; questa passione mi spezza: il mio
cuore non la può sostenere.
– E tutti
quei bei progetti spirituali – egli disse, guardando nell'aria chiara della
notte involarsi la breve nuvolina di fumo della sigaretta – tutto
quell'edificio di abnegazione, di devozione, di amor solitario, non
corrisposto! Tutto il piano del vostro avvenire che avete concepito, con
tant'altezza di sacrificio, è dunque fallito?
– Fallito,
fallito! – ella esclamò, con un lamento, guardando l'alto cielo stellato, quasi
a rimproverargli la propria disfatta. – Tutto quello che io vi avevo scritto,
era una fallace, passeggera illusione; tutto il mio piano era campato
sull'assurdità. Forse esistono, anzi, esistono, delle creature perfette
talmente, che possono contentarsi di amare solamente, senz'essere amate; felici
e nobili creature che vivono per gli altri, che sono la purità stessa. Ah, io
sono una miserabile ego |