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Erminio Juvalta
Per uno studio dei conflitti morali

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  • Capitolo Secondo
    • § 23. — Il giudizio della coscienza morale della persona
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§ 23. — Il giudizio della coscienza morale della persona

Ma anche di questi contrasti è giudice in ultima istanza la coscienza morale della persona che pronuncia il giudizio e che, nella serenità e imparzialità del giudizio, nella buona fede, della quale deve essere a se stessa testimonio sicuro, esercita quella sovranità che è inscindibile dalla dignità della persona umana: la sovranità della coscienza morale13.

Perché la coscienza morale o è sovrana o non è coscienza morale. È sovrana nel senso a tutti chiaro e presente che non v'è autorità che soverchi la sua; anzi che non abbia bisogno, per valere, di essere provata, accettata, fatta propria da lei. E se abdica, la sua abdicazione deve essere voluta da lei; ed è, anch'essa, soggetta al giudizio suo. Ed è radicalmente vano e inconcludente qualunque tentativo di giustificare questa sovranità, cercandone le ragioni dietro di lei o davanti a lei: in cause che possono averla generata; in effetti o conseguenze che ne possano o debbano scaturire. Essa è prima di ogni giustificazione: perché non v'è giustificazione che valga contro di lei, e che non debba in ultimo cercare in lei o a lei i titoli della sua legittimità.

 





13 È forse superfluo ricordare che se non è meditata non è coscienza e se non è disinteressata non è morale. Ed è poi da tener presente a questo proposito il problema che sorge dalla considerazione pratica delle persone, che sono «potenzialmente» morali ma alle quali manca quella maturità di coscienza che è richiesta da una effettiva «sovranità». Questo problema della minorità morale si riallaccia al problema della continuità della coscienza morale nella forma e della mutabilità del contenuto e al problema dell'autorità non solo nel campo dell'osservanza della legge, ma nel campo delle valutazioni.

Se qualche lettore osservasse che qui si attribuisce alla coscienza morale della persona il compito che comunemente si riconosce proprio di una dottrina morale filosofica, non avrei nulla da dire in contrario. Perché una morale filosofica vale, per la persona che la costruisce o la fa sua, in quanto esprime il suo stesso sforzo (inestinguibile come l'esigenza da cui nasce) di tradurre in discorso quell'atto di fede, che sta al fondo della sua coscienza morale; di rendere intelligibile la sintesi assiologica, irriducibilmente personale, della forma morale con quel contenuto; di fare storica la ragione, o razionale la storia.





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