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Erminio Juvalta
Dottrina delle due etiche di Spencer e morale come scienza

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  • Parte Seconda CRITICA PRELIMINARE: LE QUESTIONI PREGIUDIZIALI E IL PRECONCETTO DAL QUALE HANNO ORIGINE
    • Capitolo Terzo LA PREGIUDIZIALE DELL’IMPERATIVO CATEGORICO
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Parte Seconda
CRITICA PRELIMINARE:
LE QUESTIONI PREGIUDIZIALI E IL PRECONCETTO
DAL QUALE HANNO ORIGINE

Capitolo Terzo

LA PREGIUDIZIALE DELL’IMPERATIVO CATEGORICO

 

La dottrina esposta traccia il piano che lo Spencer si è proposto di seguire per soddisfare al compito da lui assegnato all'Etica: quello di determinare scientificamente le norme della condotta morale.

Ma già intorno a questo modo di intendere l'ufficio dell'Etica incalzano le difficoltà e le obbiezioni; le quali devono essere, almeno nel loro contenuto sostanziale, esaminate. Perché, se non si riconosce la legittimità del suo concetto sull'ufficio dell'Etica, è vano discutere della possibilità e legittimità del piano proposto per attuarlo.

L'esame critico si distingue perciò naturalmente in due parti; delle quali la prima potrebbe dirsi critica preliminare.

 

***

 

1. - L'Etica può, o non può, essere scienza normativa? Ecco una prima questione pregiudiziale, che, a giudizio di un profano (solamente dei profani?), potrebbe dare un'idea poco lusinghiera dei progressi e dei frutti della speculazione morale.

L'opinione se non universalmente, certo generalmente, dominante è che non possa. L'opinione dominante par che si chiuda in questa alternativa: l'etica o è scienza, e non è piú normativa; o è normativa, e non è piú scienza. La ragione dell'antitesi, che cosí si pone, tra le esigenze della scienza e le esigenze della morale, è nota. Dicono i puri moralisti: — Una morale che non dia alla norma carattere di obbligatorietà non può essere vera morale; e darle obbligatorietà assoluta non si può senza uscire dal campo della scienza. Nel fatto, una condotta che si ponga scientificamente come morale, è obbligatoria soltanto se si accetta il fine, al quale è ordinata la norma; cioè è obbligatoria ipoteticamente, non categoricamente. E se non c'è imperativo categorico, non c'è morale. — E i puri scienziati rincalzano: — La scienza è scienza delle cose e dei fatti come sono e non come dovrebbero essere. Si può cercare quali sono i caratteri e i fattori, la formazione e le trasformazioni dei modi di operare, dei sentimenti, delle credenze distinti come morali; si potrà anche, tracciati i lineamenti generali del processo di formazione, argomentare induttivamente una possibile evoluzione ulteriore con qualche probabilità; ma la scienza non sa di bene e di male; cerca ciò che è; tenta di prevedere, se le riesce, quel che sarà; dimostrando che certi effetti dipendono da certe condizioni, ci fa capire che se vogliamo gli effetti dobbiamo volere quelle condizioni, ma non può obbligare né a volerle né a disvolerle. —

Gli uni e gli altri, accordandosi nell'ammettere che la scienza non possa dare un imperativo categorico, par che ammettano esplicitamente o implicitamente, che la morale debba o possa essere una dottrina che determina la norma obbligatoria, ossia una teoria da cui si ricava il dovere. Ora, se hanno ragione nell'ammettere la prima cosa, hanno torto di supporre la seconda; hanno torto di credere che compito dell'Etica possa essere quello di dimostrare l'obbligatorietà, e di supporre che una dottrina religiosa o metafisica possa fondare quel che riconoscono non poter essere fondato da una dottrina puramente scientifica; possa fondare il tu devi12.

 

2. - Il «tu devi» è un giudizio di constatazione e non può essere altro. Dicendo «tu devi» io non posso intendere che l'una o l'altra di queste due cose: o «tu senti dentro di te qualchecosa che ti spinge, senti di essere obbligato a non fare o a fare»; oppure quest'altra: «c'è una volontà che ha il potere di obbligarti». Nel primo caso si fa appello alla coscienza; a uno stato o a un fatto di coscienza che esiste o si suppone che esista; nel secondo caso si fa appello a un potere, che parimenti o esiste o si ammette che esista. Ma nell'uno e nell'altro caso nessuno sforzo dialettico può ricavare l'obbligo dalla natura della cosa comandata o proibita; nessuna costruzione dottrinale può far esistere, se non esiste già, né quel fatto di coscienza, né questo potere.

Si dirà che v'è un altro senso. È vero; ma un senso improprio. «Tu devi» può voler dire: «È giusto che tu faccia; è giusto che ti senta obbligato a fare, o che ci sia chi ti obbliga». Ma se vuol dir questo, l'espressione è equivoca. Che sia giusto il fare e che sia giusto l'obbligo di fare (quando questo fare sia già sentito come un obbligo) si raccoglie dal contenuto, non dal tono del comando; e non basta a porre l'obbligo: lo giustifica dato che ci sia, e potrà far desiderare che esista, dato che non ci sia. Ma porre le ragioni che giustificano l'obbligo, non è porre in essere la forza o il potere o l'impulso (con qualunque nome si chiami) che obbliga. Ed è cosí vero che le due cose sono diverse e non confondibili tra di loro, che non si può ridurre l'una all'altra senza togliere una delle due. Non si può derivare l'obbligo dalle ragioni che giustificano la norma, senza riconoscere che l'obbligo vale solamente in quanto valgono queste ragioni; cioè senza assegnargli un valore ipotetico, non piú categorico. Né si può ricavare la giustificazione della norma dall'obbligo categorico, senza riconoscere che la norma vale solo in quanto esiste l'obbligo; ossia senza negare qualsivoglia giustificazione, cioè riconoscere che il contenuto della norma non avrebbe nessun valore se l'obbligo mancasse.

 

3. - Gli è che quando si dice essere il dovere condizione necessaria della morale, si scambia la morale colla moralità, la norma colla conformità alla norma. Ma l'obbligo riguarda l'osservanza, non la determinazione della norma. Ora, che dell'osservanza della norma sia condizione necessaria e caratteristica il dovere, è cosa che potrà o non potrà ammettersi, ma ha ad ogni modo un senso; che sia essenziale alla determinazione della norma, non è neppure discutibile, perché non ha senso. Sarebbe come dire che è essenziale alla costruzione della scienza medica l'obbligo di prendere le medicine. È verissimo che sarebbero perfettamente inutili le prescrizioni mediche se non si supponesse che vengano osservate; ma è non meno vero che l'obbligo di osservarle, posto che ci fosse, non muterebbe in nulla il contenuto e il valore delle prescrizioni. L'obbedienza del cliente non muta la scienza del medico. E le condizioni da cui dipende l'osservanza sono cosí distinte dalle ragioni che giustificano una norma, che l'ufficio di tutte le scienze precettive si fa consistere nel cercare e determinare le relazioni tra certi mezzi e un certo fine, nella supposizione che il fine sia voluto, e all'infuori da ogni preoccupazione che riguardi la reale esistenza ed efficacia del desiderio o dell'obbligo di conseguirlo. Il che si vede manifestissimamente in una scienza precettiva, che, a rigore, costituisce un capitolo dell'Etica; nella quale la questione dell'osservanza delle norme (e dell'obbligo di questa osservanza) è rimasta perfettamente distinta dalla questione della ricerca e della determinazione delle norme; forse appunto perché fu considerata e trattata indipendentemente dalla morale; voglio dire nell'igiene. Dove a nessuno viene in niente di pretendere che sia una condizione della legittimità o del valore delle norme dettate da lei, questa: che il conformarsi ad esse sia sentito come un dovere. E se accade, come può accadere in effetto, che l'osservanza di qualcuno dei suoi precetti sia già tenuto come un dovere, il riconoscere che questo precetto è ordinato a un fine, al quale si valore di bene, fa che l'obbligo stesso appaia giusto. Ma in questo caso è facile vedere che la giustificazione dell'obbligo riesce in ultimo a questo: a dare un valore ipotetico all'obbligo categorico; cioè a dimostrare che sarebbe bene osservare il precetto, anche se non ci fosse l'obbligo.

Ora lo stesso vale, né piú né meno, per la morale. Altro è cercare quali siano le norme da osservare per raggiungere un certo ordine di effetti (quello che la morale ponga come fine) e altro è cercare da quali condizioni dipenda che l'osservare queste norme possa essere sentito e posto come un dovere. E l'importanza che questo secondo problema può avere non toglie che esso sia diverso e debba esser distinto dal primo.

La pregiudiziale dell'obbligo categorico non tocca dunque la costruzione dottrinale delle norme; in primo luogo perché l'obbligo categorico si constata o si assume, e non si dimostra, né si ricava da una dottrina qualsiasi. In secondo luogo perché se si intende, come si intende in effetto, che l'Etica deve dare non l'obbligo, ma la giustificazione dell'obbligo, questa giustificazione non può consistere che nel mostrare come la norma abbia valore anche indipendentemente dall'obbligo; cioè che sarebbe bene o sarebbe giusto conformarsi ad essa anche se il conformarsi non fosse sentito come un dovere indiscutibile. Ossia, poiché dimostrare il valore di una norma vuol dire mostrar la derivazione di una norma da un fine a cui sia riconosciuto quel valore, giustificare l'obbligo viene a dire derivare la norma da un fine, il cui valore si ammetta non dipendere dall'esistenza dell'obbligo, e al quale perciò rimane del tutto estranea la considerazione dell'obbligo e delle condizioni che lo rendono possibile.

 

4. - La caratteristica di una dottrina etica non sta dunque nell'obbligatorietà, ma sta nel valore del fine che si assume13. Ed eccoci alla vera ed unica differenza tra l'Etica e le altre costruzioni precettive; che è questa. Qualsivoglia scienza precettiva si riduce a un sistema di relazioni e di leggi che hanno valore di norme da seguire per chi si propone come fine quell'effetto o quell'ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le condizioni ed i fattori; cioè suppone la desiderabilità che valore di fine a quell'effetto; ma non pretende né che questa desiderabilità sia riconosciuta universalmente, né che essa sia, pure universalmente, riconosciuta come superiore e preminente rispetto a quella di qualsiasi altro fine. Ma questo appunto pretende l'Etica. Onde il compito dell'Etica si specifica in due punti, di cui il primo segna la sua caratteristica: cercare se vi sia e quale sia l'effetto o l'ordine di effetti che possa avere un tal valore, cioè il fine del quale possa essere ammessa la universale desiderabilità sopra ogni altro; determinare le condizioni e i fattori da cui quell'effetto dipende. E, nel supposto che dipenda dall'azione umana individuale e collettiva, determinare la condotta, ossia le norme dell'operare, corrispondente.

Se il fine di cui può essere assunta questa universale e preminente desiderabilità è umanamente possibile, cioè tale che se ne riconosca possibile il raggiungimento senza assumere o postulare nessun intervento soprannaturale o sopraumano, la costruzione etica sarà scientifica; se no, sarà religiosa o metafisica. E quindi il problema della possibilità di un'Etica scientifica assume questa forma: se si possa assegnare un fine, naturalmente cioè umanamente possibile, al quale sia riconosciuto un valore superiore a ogni altro fine. La determinazione delle norme morali sarebbe data dalle relazioni trovate o da trovarsi tra quel fine e la condotta individuale e collettiva da esso richiesta.

Ed eccoci ad una seconda questione pregiudiziale.





12 Ho già mostrato altrove, in un capitolo rivolto direttamente a questo esame (Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica, Cap. I) come e perché sia perfettamente vano e illusorio credere che da una costruzione teorica, scientifica o no, possa ricavarsi in qualsiasi modo una norma obbligatoria, se l’obbligatorietà non è già per altra via data o assunta o supposta: e come nasca e si mantenga l’illusione, e lo sforzo di credere che non è un’illusione. Ma l’argomento è di capitale importanza; e, del resto, la breve trattazione che segue, benché concluda il medesimo, è fatta da un punto di vista diverso.



13 Sono lieto di notare che in un articolo dal titolo Ethics, a science pubblicato nella «Philosophical Review» novembre 1903, Volume XII, 6) il prof. E.B. Mc Gilvary insiste sul concetto, che è conforme a quel che ho sostenuto e sostengo, che l’Etica come scienza, è indicativa non imperativa. Senonché, per un verso, non si capisce dall’articolo se egli ammetta o escluda il medesimo di qualsivoglia costruzione dottrinale; per l’altro, egli non tien conto di quella differenza, nella quale consiste a mio giudizio la caratteristica dell’Etica.





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