Michele Amari
Storia dei Musulmani di Sicilia

LIBRO SECONDO.

CAPITOLO VI.

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CAPITOLO VI.

 

Com'ai forti non manca giammai chi abbia bisogno di loro, e, per fuggire altro pericolo più imminente, corra dassè ad avvilupparsi nella rete; così i Musulmani di Sicilia presto trovarono amici in terraferma. L'Italia dopo la morte di Carlomagno era rimasta a un tempo serva, divisa e mal sicura. I principi Franchi, signori della parte settentrionale, impediti da discordie di famiglia e dalla troppa vastità dell'impero non pensavano ad allargare i confini nella penisola. I papi, mezzi principi e mezzi cappellani del novello impero, teneano senza spada l'Italia centrale, insudiciandosi in ogni scandalo della corte di Francia. All'incontro i principi longobardi di Benevento, liberi dal timore dei papi e dei Carlovingi e padroni pressochè di tutta la regione meridionale, agognavano ad occupare quella striscia di costiera, ove, con maravigliosa costanza e poche forze, resistean loro le repubbliche di Napoli, Amalfi, Sorrento, Gaeta. Nelle vicende di cotesta lotta disuguale, Napoli ch'era come capo di quelle città, da Gaeta in fuori, avea promesso tributo ai principi di Benevento. Ma l'ottocentotrentasei, volendosene svincolare l'audace repubblica o crescendo la tracotanza del principe Sicardo, si raccese la guerra. Disperando d'avere aiuti dagli imperatori d'Oriente o d'Occidente, Andrea console di Napoli si volse ai Musulmani di Sicilia. Mandatovi a quest'effetto un segretario, i Musulmani colsero il destro: andarono a Napoli con un'armatetta; la quale costrinse Sicardo a levare l'assedio, a fare un trattato coi Napoletani, ed a render loro i prigioni539. Questo principio ebbe la lega della repubblica di Napoli con gli emiri di Sicilia, che durò mezzo secolo, fino al novecento, con tutte le scomuniche dei papi, le minacce degli imperatori e la rapacità e insolenza dei Musulmani. Son corsi già dieci secoli, la storia ci rammenta altro intimo accordo che questo tra i due paesi, cristiani, italiani e oppressi entrambi; sì che ben avrebbero avuto ed avrebbero cagione di accostarsi l'uno all'altro, d'amarsi, d'aiutarsi a vicenda!

In altro capitolo si tratterà la guerra condotta dai Musulmani in terraferma; dove si vedranno appieno le conseguenze della detta lega, e si scoprirà la man dei Napoletani che guidava que' pericolosi amici su per l'Adriatico, a fine di gittarli addosso ai Longobardi e di sviarli sempre dalla costiera occidentale. Al quale effetto occorrendo procacciar loro un porto nel lato orientale della Sicilia occupato dai Bizantini, si comprenderà di leggieri come la repubblica di Napoli aiutasse i Musulmani all'assedio di Messina; se pur non fu dessa che lo consigliò.

Andò a questa impresa con l'armata, correndo l'anno dugentoventotto dell'egira (9 ottobre 842 a 28 settembre 843), Fadhl-ibn-Gia'far della tribù di Hamadân; il quale, sbarcato in sul porto, cominciò a stringere la città insieme coi Napoletani che già gli avean chiesto l'accordo, scrive Ibn-el-Athîr. Sparse Fadhl sue gualdane per la campagna; ma quei guasti, i frequenti e gagliardi assalti dei Musulmani, valsero a sbigottire i Messinesi, eroica gente in tutti i tempi. Alfine, il capitan musulmano, mandata una parte de' suoi a girar dietro i monti e salir da quello che sovrasta alla città, presentò la battaglia, sì com'ei solea fare, dalla marina; attirò a quella parte tutte le forze del presidio: e in questo l'altra schiera irrompeva in città dall'alto; feriva alle spalle i difenditori; li scompigliava; e Messina era presa540. Pur non leggiamo che Fadhl vi abbia sparso molto sangue. Il medesimo anno cadde in poter dei Musulmani un'altra città che Ibn-el-Athîr chiama Meskân, o Miskân541; importante al certo, poich'ei ne fe' menzione; ma non ritrovo tal nome appo i geografi antichi, altrove. Se si leggesse Mihkân, che veggiamo in Edrisi, risponderebbe ad Alimena; la quale è terra in sito assai forte, a cavaliere su la riva del Salso e in su la strada che mena da Palermo nel Val di Noto valicando le Madonie a Caltavuturo: sentieri alpestri, tinti di molto sangue in quelle guerre542.

E veramente non tardava lo esercito di Palermo ad assaltare il Val di Noto. Espugnovvi dell'ottocento quarantacinque le rôcche di Modica543, città antica, le quali così al plurale sono ricordate nella cronica di Cambridge; e ciò mostra che parecchi castelli difendessero i poggi frastagliati da due burroni, ov'oggi siede la città. Forse l'anno medesimo, i Musulmani capitanati da Abu-'l-Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iakûb-ibn-Fezâra, ebbero a combattere un esercito in quella provincia. Par che alla morte di Teofilo (20 gennaio 842) la ristorazione del culto delle immagini, savio provvedimento poichè tanto lo sospiravano i popoli, abbia dato riputazione alla reggenza dell'imperatrice Teodora appo i Siciliani. Scorgiamo, in fatti, da uno scritto contemporaneo544 il bollor delle passioni che destò in Sicilia la festa della Ortodossia,

istituita in quell'incontro, da far quasi dimenticare che i Musulmani occupavano mezza l'isola e guastavano l'altra metà. La reggenza, alla quale mancò la virtù ma non il ticchio della guerra, volendo usar quello zelo popolare, apprestò allora un esercito per la Sicilia. Mandovvi le milizie del tema di Kharsiano, così detto da una città dell'Asia Minore, le quali si davan vanto d'essere le più valenti dell'Impero545; ma fecero prova contraria in questo incontro. Venute alle mani con Abbâs nelle campagne, cred'io, di Butera, furono rotte con grandissima strage: nove o diecimila uomini uccisi, combattendo no, ma fuggendo; perocchè i Musulmani, vogliosi di esagerare l'agevolezza di lor vittoria, ebber fronte di dire che tre soli credenti vi avessero incontrato il martirio546.

D'allora in poi non lasciaron tranquilla quella regione. Andati l'anno dugentotrentadue dell'egira (27 agosto 846 a 15 agosto 847) all'assedio di Lentini, antica e notissima città, Fadhl-ibn-Gia'far, il vincitor di Messina, che li capitanava, trovò modo di terminar presto la impresa. Risapendo che i cittadini avessero chiesto soccorso al patrizio il quale si chiudea con le genti a Siracusa o a Castrogiovanni, e che quegli avesse ordinato con essoloro uno assalto da prendere in mezzo i Musulmani, Fadhl ritorse lo stratagemma contro il nemico. Mandato ad accender fuoco per tre notti sopra un monte a vista della città, chè tal segnale era ordinato per annunziare la venuta del patrizio al quarto , il capitano musulmano lasciò poche genti sotto Lentini; pose le altre in agguato; e commise alle prime che alla sortita dei cittadini facessero sembiante di fuggire verso l'agguato. E al quarto i Lentinesi, armatisi popolarmente per andare a sicura vittoria, la credettero guadagnata ad un soffio, quando videro i Musulmani volger le spalle: onde tutti si posero a inseguirli; rimase in città uom che potesse combatter bene o male. Trapassato il luogo delle insidie, i fuggenti rifan testa; le altre schiere avviluppano i Cristiani; li mettono al taglio della spada: e pochissimi ne camparono in città. Pertanto questa s'arrese, non guari dopo, salve le persone e gli averi547.

Tornò infelice al paro una fazione tentata l'anno appresso (16 agosto 847 a 3 agosto 848) da dieci salandre bizantine, che ponean le genti a terra nella cala di Mondello ad otto miglia da Palermo, per dare il guasto al contado, scrive Ibn-el-Athîr; aggiungendo che, smarrita la via, delusi se ne tornarono alle navi. Dal qual cenno chiunque conosca i luoghi scorgerà un disegno di maggior momento che mera scorreria. Tra i golfi di Mondello e di Palermo s'innalza tutto solo in una vasta pianura e sporge in mare il Pellegrino: monte di bizzarra forma, di quindici o venti miglia di giro; ed ha una salita aspra ma praticabile in faccia a Palermo, un'altra più malagevole assai verso libeccio, poi due o tre sentieri arrisicatissimi; e il resto scosceso, tagliato come a piombo: su l'alto si stendon pianure; ricchi pascoli per ogni luogo; mancan acque di pozzi e cisterne. Quivi par si fosse accampato per tre anni Amilcare Barca, nella prima guerra punica, fronteggiando le legioni di Roma. Quivi i Bizantini avrebbero potuto similmente, a voglia loro, tener sicuro un picciol nodo di soldati o nudrire un esercito; minacciando Palermo, ch'è a manco di due miglia dalla parte di scirocco. A ponente avrebbero signoreggiato la fondura di Mondello, in oggi paludosa ma coltivata; la quale fu mezza tra pantano e lago nel secolo ottavo; dal nono al duodecimo fu laguna profonda abbastanza da poterlesi dare il nome di Marsa-t-tîn ossia porto-fangoso che troviamo in Edrisi; e tre secoli innanzi l'era volgare era stato capace porto da contenere l'armata di Amilcare: tanto si è ritirato il mare, per alluvione o per sollevamento del suolo, in quello e altri punti della costiera. Il Pellegrino poteva occuparsi solamente per un colpo di mano dalla scala di libeccio: poichè, a tentare l'altra, sarebbe stato presentare battaglia a tutto l'esercito musulmano di Palermo. Però la fazione era audace, non temeraria; e però, non trovata la via, i Bizantini lasciarono ogni speranza e precipitosamente si ritrassero alle navi. Salparono anche a furia; e in una tempesta che si levò perderon sette salandre delle dieci548.

Guasti adunque i campi della Sicilia in ogni estate dai Musulmani, e l'ottocentoquarantadue anco dalle cavallette549, si patì dell'ottocento quarantotto una famecruda, da farsene ricordo tra tante calamità550. E forse fu quella carestia che domò Ragusa, forte castello in Val di Noto, surto o appellato, sotto la dominazione bizantina, col medesimo nome della notissima città di Dalmazia. I valorosi abitatori di Ragusa in Sicilia scossero poi sovente il giogo musulmano; ma del quarantotto si arresero senza battaglia al tristo patto di abbandonare tutta la roba ai vincitori; i quali ne presero quant'ei si fidarono di portarne; e prima d'andar via abbatteron le mura. Poi, del dugentotrentacinque dell'egira (25 luglio 849 a 13 luglio 850), piombarono ne' dintorni di Castrogiovanni; e dove posero taglie, dove saccheggiarono, arsero, empierono di stragi le campagne; e impuni si ridussero in Palermo551.

Quivi il dieci regeb dell'anno appresso (17 gennaio 851) mancò di vita Abu-'l-Aghlab-Ibrahim, dopo sedici anni di governo. Senza uscire giammai dalla capitale, Ibrahim tutto quel tempo avea condotto gagliardamente la guerra per luogotenenti; disegnato con senno le imprese; dato riputazione alle forze navali; infestato l'Italia meridionale; corso l'isola da un capo all'altro; sì che i Cristiani appena vi si difendeano nelle fortezze principali; e, un passo fuori da quelle, persona roba stava sicura che non pagasse la taglia ai Musulmani. Meritò lode non minore nelle cose della pace; leggendosi negli autori arabi, ch'ei fortemente reggesse e con saviezza ordinasse la colonia: e attestanlo i fatti; poichè posavano al tempo di Ibrahim que' pertinaci movimenti ne' quali avea incontrato la morte Mohammed suo fratello: la tranquillità in casa, la vittoria fuori, i grossi acquisti scompartiti con equità attiravano novelle genti; onde presto crebbe lo esercito, o vogliam dire il popolo musulmano di Palermo, che è lo stesso ragionando di quella età. Nelle memorie dunque della Sicilia musulmana, il nome d'Ibrahim è degno di andar congiunto con quello di Ased-ibn-Forât: due valorosi vecchi; dei quali il giurista con impeto e furore principiò il conquisto, e il guerriero col senno lo assodò552.

A costui succedette un uom ferocissimo, eletto dalla colonia, Abu-l'Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iacûb-ibn-Fezâra, chiaro per la vittoria sopra i Kharsianiti dell'ottocento quarantasei. E incontanente mandò gualdane che corsero il paese de' Cristiani; li ruppero in più scontri sanguinosi; li avvilirono, dice l'autore del Baiân553; e riportarono il bottino ad Abbâs, come scrivono altri annalisti554: il che mostra che lo eletto esercitasse ogni ragione di supremo capitano, senza aspettar beneplacito del principe d'Affrica. Questi riconoscendo il diritto della colonia, o non potendo disdire il fatto, mandò tosto ad Abbâs il diploma di elezione. Poi non si mescolò altrimenti nelle faccende di Sicilia; se non che, alla espugnazione di Castrogiovanni, si fece a scriverne lettere solenni ai califo, e gli presentò qualche fior delle spoglie opime, avute come in cortesia dall'emiro di Sicilia. Queste vane cerimonie avanzavano ormai della teocrazia musulmanapotente e accentrata; la Sicilia obbediva all'Affrica, più che questa alla pontifical sede di Bagdad!

Abbâs continuò impetuosamente la guerra. Condusse ei medesimo l'esercito il dugento trentasette (4 luglio 851 a 21 giugno 852), affidando lo antiguardo al suo congiunto Ribbâh-ibn-Iakûb, che sempre segnalossi per gran valore, e resse poi la Sicilia. Abbâs dapprima assalì Caltavuturo555, forte rôcca nella giogaia delle Madonie, com'abbiam detto; dove per certo aveano osato i Cristiani far testa, poichè Abbâs dava il guasto al contado, ammazzava i prigioni presi in questa correria e tornavasene alla capitale. A primavera (852), sopraccorso in quel di Castrogiovanni, lo depredò e arse, senza poter tirare a battaglia il patrizio bizantino che capitanava il presidio; onde senza intoppi cavalcò gran tratto di paese, e riportonne moltissimi prigioni, non uccisi questa fiata, ma venduti556. Poi sendo già venuta la state, ed entrato l'anno dugento trentotto dell'egira (22 giugno 852 a 10 giugno 853), montò su l'armata per andare a fare una vendetta, di cui si parlerà a suo luogo557. Tornò in autunno558. Alla nuova stagione, senza uscire di Sicilia, battè i contadi di Castrogiovanni, Catania, Siracusa, Noto, Ragusa; tagliando gli alberi, ardendo le mèssi, facendo prigioni, spargendo scorridori d'ogni intorno; e presa Camerina, o gli abituri che ritenean quel classico nome, si arrestò sotto Butera, in giugno o luglio; poichè di due diligenti cronisti l'uno pone coteste fazioni nell'anno dugento trentotto in cui cominciarono; l'altro nel trentanove in cui finirono (11 giugno 853 a 31 maggio 854).

Fu Butera forte città nei tempi musulmani; splendida e famosa nei feudali, sì che diè titolo al primo pari del reame fino alla riforma del mille ottocento quarantotto, nella quale il parlamento siciliano abolì la paría ereditaria. Cotesto nome geografico non apparisce innanzi il nono secolo; fabbriche o altri avanzi mostran abitato il luogo in età più antica, e mutatone soltanto il nome sotto i Bizantini. Siede la città in cima ad un colle, a poche miglia dal mare e dal fiume Salso; domina il fertil paese che gli antichi addimandavano Campi Geloi: in guerra, è naturale rifugio di quella popolazione agricola; in tempi di servaggio, albergo dei suoi oppressori. Par che alle prime scorrerie dei cavalli musulmani in Val di Noto i villici più fiate si fossero rifuggiti in quella rôcca. Ma quest'anno ottocento cinquantatrè, Abbâs, vedendoli affollare al solito covile, pensò coglierveli a un tratto di rete: assediò strettamente Butera oltre cinque mesi; alfine pattuì coi terrazzani che gli consegnassero cinque o sei mila capi, scrivon le croniche, come se fossero capi d'armento; e l'esercito traendosi dietro tanta torma di schiavi tornossene in Palermo559.

Ignoriamo or noi se orrenda necessità abbia sforzato a questo accordo tutti gli assediati, o se i borghesi, per salvar la roba, abbiano avviluppato con qualche nero tradimento gli inquilini delle campagne, lor fratelli in Cristo, ospiti, o noti per lunga consuetudine, e li abbian dato schiavi al nemico risguardandoli come animali d'altra razza: chè il cristianesimo prima del decimottavo secolo non erascrupoloso in fatto di uguaglianza. Quanto ai vincitori, il Dio di Maometto assai più esplicitamente loro abbandonava in anima e in corpo tutti gli uomini di religione diversa; non che que' seimila villani. Perciò gongolando di gioia se li divisero i coloni di Palermo, con l'altro bottino. E parmi evidente che fossero molto ricercati gli schiavi nella colonia per coltivare le terre del Val di Mazara. Perocchè Abbâs-ibn-Fadhl, in tutto il tempo che resse l'isola, pose indistintamente taglie di danari e di uomini alle terre che si calavano agli accordi560, e talvolta ricusò la moneta, e volle più tosto gli uomini561.

E non cessò di affliggere la Sicilia ogni anno, con saccheggi, cattività, arsioni di mèssi, rovine di edifizii, che i cronisti ripetono noiosamente, per lo più senza nominare i luoghi. Così l'anno dugento quaranta dell'egira (1 giugno 854 a 20 maggio 855); così quel d'appresso (21 maggio 855 a 8 maggio 856); nel quale dippiù leggiamo che Abbâs stette per tre mesi in uno altissimo monte, donde mandava scorridori ogni a battere il contado di Castrogiovanni, e torme di cavalli per ogni lato dell'isola. Da ciò è manifesto che si tratti dell'Artesino, il quale giace a tramontana di Castrogiovanni, discosto poco più d'otto miglia; l'Artesino dalla cui sommità vien visto grandissimo tratto della Sicilia come in carta geografica a rilievo: e di poteva il fier capitano abbracciare con lo sguardo la configurazione del paese; notar le principali catene di montagne; affisare su questa e quell'altra vetta le fortezze non espugnate per anco, e giù le ubertose pianure ove fosse da far preda. Forse da quel sito, egli o altro condottiero, immaginò la divisione della Sicilia in tre valli, come poi si chiamarono, i cui limiti si intersecavano non lungi dallo Artesino. Il medesimo anno Abbâs mandava con l'armata un Ali suo fratello; il quale corseggiando raccolse anch'egli e menò in Palermo gran torma di schiavi. Poi la state del dugento quarantadue (9 maggio 856 a 28 aprile 857) Abbâs condusse in persona un esercito più forte dell'usato; espugnò cinque castella di cui non sappiamo altrimenti i nomi. Del quarantatrè (29 aprile 857 a 17 aprile 858), nella sâifa come chiamavano la guerra di state, venutogli fatto di tirare a battaglia il presidio di Castrogiovanni, lo ruppe; e passò oltre a desolare le campagne di Siracusa, Taormina, e altre città. Indi pose il campo ad una fortezza, ch'altri scrive El-Kasr-el-Gedîd, ossia il Castel Nuovo; altri, con lievissima variante ortografica, Kasr-el-Hedîd, che suona il Castello del Ferro; e io credo, per la importanza sua, sia Gagliano, nominata dal Beladori che vivea di questo tempo a Bagdad. Gagliano fu rôcca di momento nelle guerre siciliane del medio evo; e serba oggi il nome con vestigia di formidabili fortificazioni di natura e d'arte. Assediolla Abbâs per due mesi; a capo dei quali, profferta da' terrazzani una taglia di quindicimila dinâr, o vogliam dire da dugento diciassettemila lire, la ricusò; strinse tuttavia il castello, ed ebbelo alfine a patti che le fabbriche fossero distrutte, che uscissero liberi sol dugento cittadini; gli altri rimanessero schiavi: e infatti menosseli in Palermo, e li vendè562. Lo stesso anno si arrese Cefalù la quale fu anco smantellata; ma andarono liberi tutti i cittadini: patto men tristo secondo i tempi; accordato da Abbâs, com'egli è manifesto, perchè Cefalù, stando in sul mare, non si potea di leggieri ridurre per fame563.

Più fortunosi eventi segnalavano l'anno dugentoquarantaquattro dell'egira (18 aprile 858 a 6 aprile 859). La state, uscivano a un tempo di Palermo l'esercito condotto da Abbâs e l'armata da Ali suo fratello: de' quali il primo depredò, senza trovare ostacolo, i contadi di Castrogiovanni e Siracusa, e fece ritorno in Palermo. Ali trovossi nei mari di Creta, non per assaltare la colonia musulmana com'altri ha pensato; ma forse accadde che scorrendo le costiere di Puglia, ove aspramente combatteano Musulmani e Cristiani, egli avesse preso a inseguire per lo Adriatico legni bizantini, o i venti lo avessero traportatolungi. S'avvenne in quaranta salandre bizantine il cui capitano era detto il Cretese, e potrebbe essere quel medesimo Giovanni che resse il Peloponneso nell'ottocento ottantaquattro564, soprannominato il Cretese, forse dopo questa battaglia, per vezzo di romaneggiare e mancanza di più segnalate vittorie. Il Cretese, combattendo con Ali nella state dell'ottocento cinquantotto, perdea dapprima dieci navi con tutte le ciurme; poi, rappiccata la zuffa e voltata la fortuna, egli diè una sanguinosa rotta ai Musulmani, lor prese dieci navi: e Ali con gli avanzi dell'armata si ridusse nel porto di Palermo565. Sopravvenuto in questo il verno, e andata, com'era usanza, una seconda gualdana nel contado di Castrogiovanni a spigolar bottino e prigioni, riportò tra gli altri in Palermo un uomo di molta nota in sua nazione566. Abbâs comandava di metterlo a morte, ardendo tuttavia di rabbia per lo caso dell'armata, ovvero infingendosene per cavar più grosso riscatto; o fu che quel gentiluomo nulla valea nel mercato delli schiavi, se povero e tristo egli era della persona come dell'animo. Fattosi costui ad Abbâs con patrizia disinvoltura, "Lasciami la vita," gli disse, "e darotti un avviso che fa per te." "Qual è?" domandogli l'emiro, trattol da solo a solo; e il traditore a lui: "Ti darò in mano Castrogiovanni. In questo verno," proseguì, "tra coteste nevi il presidio non aspettandosi assalti, sta a mala guardia; talchè, se vuoi mandar meco una parte dell'esercito, saprò io farla entrare in Castrogiovanni." Abbâs assentiva. Trascelti mille cavalli e settecento uomini da piè dei più valenti, li spartì in drappelli di dieci uomini; pose un capo su ciascun drappello; apprestò segretamente ogni altra cosa; e capitanando egli stesso le genti, uscì nottetempo dalla capitale. Scansò, com'ei pare, la solita via di Caltavuturo, aspra e difficilissima il verno, la quale corre quasi in filo da Palermo a Castrogiovanni su la dirittura di sirocco levante; e seguì l'altra più lunga e agevole che mena a Caltanissetta, città a sedici miglia a libeccio dalla insidiata rôcca. Leggendosi che lo stuolo musulmano sostasse a una stazione dalla montagna del lago567, del lago Pergusa per certo, lontano cinque miglia a mezzodì da Castrogiovanni, si dee supporre la fermata a Caltanissetta ovvero a Pietraperzia, terra vicina. Rimasovi come in agguato col grosso delle genti, Abbâs mandava a compiere la più ardua parte della fazione Ribbâh, con una mano di fortissimi eletti tra que' forti: i quali mossero senza strepito al far della notte, recando seco loro legato il traditore cristiano; che Ribbâh sel facea camminare dinanzi, gli levava gli occhi d'addosso. È manifesto che volendo tentar la salita dond'era più difficile e però men guardata, la schiera di Ribbâh doveasi indirizzare alla costa settentrionale del monte di Castrogiovanni, dal qual canto torreggia la rôcca: e che Abbâs dovea cavalcar poche ore dopo, alla volta del lago Pergusa per montare a Castrogiovanni dalla parte meridionale ov'era il sobborgo; e scoprirsi quando Ribbâh fosse padrone della rôcca. Così par ch'abbian fatto gli assalitori. Ribbâh, cominciato a inerpicarsi per l'erta come accennava il prigione, trovò una roccia stagliata; vi appoggiò le scale apparecchiate a quest'effetto; e si trovò alfine sotto la cittadella, cominciando a far l'alba. Ora fatale a tante fortezze assediate, parendo passato il pericolo con la notte: e così le scolte della rôcca si eran date al sonno. Il traditore menò allora i Musulmani alla bocca d'un aquidotto che s'apriva sotto le mura568; dove ad uno ad uno si imbucarono, e rividero il cielo ch'eran già dentro la fortezza. Si avventano impetuosi su i Bizantini; uccidono chiunque lor si para dinanzi; e schiudon la porta. Abbâs allora spronò a traverso il sobborgo; entrò nella rôcca che appena spuntava il sole, all'ora della prece mattutina dei Musulmani, il quindici scewâl dugentoquarantaquattro e ventiquattro gennaio ottocento cinquantanove dell'era cristiana. A niuno de' soldati cristiani si perdonò la vita. Figliuoli di principi, aggiugne la cronica, furon fatti prigioni; e donzelle patrizie coi loro gioielli; e il rimagnente del bottino chi il potea contare? Immantinente Abbâs inaugurava una moschea; facea drizzarvi la ringhiera; e salitovi il prossimo venerdì, il della unione, come il chiamano i Musulmani sapendo da' lor teologi che un tal giorno si fossero uniti insieme gli elementi del mondo, il feroce condottiero, tra le fresche stragi e 'l pianto delle vittime e gli eccessi dei vincitori, arringava i suoi: umile ed empio, riferiva ad Allâh la vittoria di Castrogiovanni569. La quale si noverò tra le più notabili di quel tempo570: e tanta fu l'allegrezza dei Musulmani, che, obbliando lor gelosie di Stato, lo emiro di Sicilia mandava spoglie opime al principe aghlabita d'Affrica; e questi trascegliea donne e fanciulli prigioni per farne presente al pontefice di sua setta a Bagdad571.

Sparso intanto il nunzio tra le popolazioni cristiane dell'isola, soggette o no ai Musulmani, le quali per trent'anni avean guardato alla rôcca di Castrogiovanni come a pegno di liberazione, alla prima n'ebber tale uno spavento che gli Arabi si affrettavano a scrivere avvilito e conculcato in quella stagione il politeismo di Sicilia. Ma succedendo allo sbigottimento sensi più generosi, venne fatto ai Siciliani di tirare a uno sforzo di guerra lo imperatore Michele terzo; involto com'egli era tra crapule, libidini, scempie buffonerie, raggiri di corte e gare di prelati. Della quale impresa tacciono i cronisti bizantini, preoccupati572 al tutto di quelle brutture; e se ne troviam ricordo, è dato dagli Arabi: però, breve ed incerto. I preparamenti sembran degni di Michele l'Ubbriaco. Fatte venire le soldatesche di Cappadocia, com'io leggerei; gittate su trecento salandre; date a capitanare a un patrizio: che altro mancava a ripigliar la Sicilia? Posero a terra a Siracusa, nell'autunno del medesimo anno ottocentocinquantanove, o nella state del sessanta: e par che tosto movessero accompagnate dall'armata, verso la costiera settentrionale. Perchè Abbâs, al dire d'Ibn-el-Athîr, uscì di Palermo ad incontrare il nemico; lo combattè, lo ruppe, lo inseguì fino alle navi, gliene prese cento, fe' orribile macello degli uomini; e de' suoi perdè tre soli, uccisi di saette, aggiugne l'annalista573, ricantando la stessa fola della vittoria sopra i Kharsianiti. Pur è notevole che tal vanto dei vincitori, certo argomento dell'altrui viltà, si dica in quelle due sole sconfitte di eserciti venuti d'oltremare; non mai nei combattimenti contro i Cristiani di Sicilia.

Ai quali non mancò il cuore in questo incontro. Perchè veggiamo sollevarsi al primo comparire dei rinforzi bizantini, e non piegare facilmente il collo dopo la sconfitta loro, molte castella dell'isola: Platani, Caltabellotta, Caltavuturo, ricordate di sopra, e inoltre Sutera574, una terra che non so se vada letta Ibla, Avola o Entella575, Kalat-Abd-el-Mumîn576, e altre di cui non si dicono i nomi; che tutte avean già promesso obbedienza e tributo ai Musulmani. Abbâs sopraccorreva immantinente a gastigarle dell'anno dugentoquarantasei (27 marzo 860 a 15 marzo 861). Fattoglisi incontro lo esercito cristiano, accozzato forse da quei municipii, lo sbaragliò Abbâs con molta strage; e passando oltre, pose l'assedio a Kalat-Abd-el-Mumîn, ed a Platani. E indarno vi si affaticava, quando seppe esser giunto, dice Ibn-el-Athîr, un altro esercito bizantino: gli avanzi forse dei Cappadoci, ingrossati dalle milizie dell'isola; i quali pare che marciassero lungo la costiera settentrionale sopra Palermo. Contro costoro si volse Abbâs, lasciando lo assedio; valicò i monti; trovò il nemico presso Cefalù; e dopo una zuffa ostinata, superatolo con l'usato valore, malconcio lo rimandò a Siracusa. Egli, tornato in Palermo, fece subito ristorare le fortificazioni di Castrogiovanni, racconciare le case, e posevi un grosso presidio musulmano. Ciò mostra che universale e di momento era stato lo sforzo de' Siciliani. Ma pare che la seconda sconfitta dello esercito imperiale li abbia consigliato a posare le armi: poichè non si intende più nulla di loro; e l'anno seguente dell'egira (16 marzo 861 a 5 marzo 862) si vede Abbâs andare spensierato a saccheggiar il contado di Siracusa, come solea prima della presa di Castrogiovanni.

Al ritorno da questa scorreria, era giunto alle Grotte di Karkana577 quando si ammalò, e trapassò al terzo giorno, il tre giumadi secondo (13 agosto 861), dopo undici anni di continua guerra; chè non passò anno, ripetono i cronisti, che la state o il verno, o in ambe le stagioni, non corresse i paesi cristiani della Sicilia, e talvolta anco di Calabria e di Puglia, ove pose colonie de' suoi. Seppellivanlo i Musulmani dove ei morì; ma non prima furono partiti, che i Cristiani, con vana vendetta, esumarono e arsero il cadavere del crudel capitano, al cui nome tremavano ancora578.

 

 

 





539  Ibn-el-Athîr, l. c., (sotto l'anno 201); e MS. A, tomo I, fog. 285 verso (sotto l'anno 223); Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 111, 112.



540  Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 7, 8. Lasciando indietro il secondo che non i nomi, è da notare che que' di Platani e Caltabellotta si trovano presso Ibn-el-Athîr e presso il Nowairi. Il nome di Corleone si legge distintamente in ambo i MSS. del primo; e in que' del secondo è scritto Kârûb. Il seguente è scritto in Ibn-el-Athîr Merw (notissima città del Khorâssan), e in Nowairi M r a con una lettera senza punti diacritici tra la r e l'a; talchè può essere b t th n i; ed io leggo per conghiettura Marineo, confrontandola col nome di questa terra in Edrisi. L'ultima è data dal solo Nowairi, Harsa in un MS., Harha nell'altro; probabilmente Gerasa, o Geragia. Si riscontrino le note del Di Gregorio in questo luogo. Io rigetto la sua correzione di Mirta, perchè Mirto è troppo lontana dalla provincia infestata l'840. Per la stessa ragione e per la diversità delle lettere non assento a leggere Kewârib il nome del Nowairi che risponde al Corleone d'Ibn-el-Athîr



541  Ibn-el-Athîr, l. c.; ove si trova, il nome di Ghirân, che significa "grotta" o "caverna", e anche il suo singolare Ghâr; talchè non resta alcun dubbio su questa lezione; Ibn-Khaldûn, op, cit., p. 112. Il MS. di Parigi di Ibn-Khaldûn ha Ghirûn; uno di Tunis, Ghirwân; nella edizione di M. Des Vergers si legge Kairûn, e nella versione Coronia.

                Il Fazzello, supponendo che il nome di ̉Ερβησσὸς ed Herbesus derivasse da ὲ̃ρεβος, e che significasse "caverne," credette riconoscere una delle due Erbesso dell'antica Sicilia nella terra delle Grotte, e l'altra non lungi da Siracusa nel burrone della rupe di Pantalica, ch'è bucherato, in fatti, di simili grotte come un alveare (Deca I, lib. X, cap. III, e lib. IV, cap. I). Veggasi su cotesti giudizii del Fazzello il Cluverio, Sicilia Antiqua, lib. II, cap. X e XI. Su le grotte destinate ad abituri o sepolture in varie parti della Sicilia, meritano di esser lette le osservazioni di M. Felix Bourquelot, Voyage en Sicile (Paris 1848), p. 164 e segg. M. Bourquelot ne cita a Castrogiovanni, altre presso il lago Pergusa, altre tra Piazza e Caltagirone, a Vizzini, Spaccaforno, Monte Aperto, Avola, Licodia, Ferla, Valle d'Ispica, e quelle infine di Pantalica, ch'ei descrive minutamente.

                Il mio amicissimo Saverio Cavallari, ingegnere e archeologo, ne ha osservato altre a Lentini, Sortino, Palagonia, e crede importanti sopra tutte quelle dette "Le Grotte di San Cono" presso Caltabellotta, e "Le Grotte dei Giganti" tra Bronte e Maletto. Lo ritraggo da una lettera ch'egli ha scritto recentemente al duca di Luynes, della quale il dotto archeologo francese si è piaciuto darmi una copia.



542  Johannes Diaconus, Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolit. Ecclesiæ. presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte I, p. 314. Non cito per questo fatto, per altri, i Chronici Neapolitani Fragmenta, pubblicati dal Pratilli, Historia Principum Langob., tomo III, perchè mi sembrano più che sospetti.

                Allontanandomi dalla cronologia del Muratori, Annali d'Italia, 837, ritengo che questo assedio sia precisamente quello di cui parla l'Anonimo Salernitano; che sia cominciato in maggio 836; e che Sicardo, levando il campo, abbia stipulato l'accordo del 4 luglio, 14a indizione, pubblicato dal Pellegrino, e indi dal Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte 1, p. 256. Gli assalti che, al dir di Giovanni Diacono, ricominciava Sicardo dopo la partenza dei Saraceni, presto si terminarono: Sicardo, com'io credo, fece mai altra grossa guerra alla repubblica di Napoli.



543  Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 118; Abulfaragi, Historia Dynastiarum, p. 237, che è la sola menzione che vi si faccia del conquisto della Sicilia; e in fine Hagi Khalfa, Cronologia, MS. turco di Parigi, sotto l'anno 228, e versione del conte Rinaldo Carli, intitolata Chronologia historica di Hazi Halifé ec., dove questo passo si corregga così: "Anno 228, gli Aghlabiti occupano l'isola di Sicilia, cioè a dire Messina."

                Dell'accordo con Napoli e degli aiuti che ne trassero i Musulmani, parla il solo Ibn-el-Athîr. Il nome della città si legge con poca difficoltà in entrambi i MSS., vedendovisi esattissimi gli elementi delle lettere, ed erronei solo alcuni punti diacritici. In ogni modo, non può rimanere  dubbio su la lezione; sendo Napoli la sola città cristiana di cui sappiamo che fosse collegata in quel tempo coi Musulmani di Sicilia, e che abbia potuto dar loro un'armata ausiliare. Debbo avvertire infine che secondo la lezione alquanto incerta di un altro passo nel MS. A, l'assedio sarebbe durato oltre due anni.



544  Ibn-el-Athîr, l. c.



545  Le condizioni topografiche assegnate a Mihkân nella geografia di Edrisi, non lascian dubbio che il sito sia lo stesso dell'Alimena d'oggidì. Un diploma latino pubblicato dal Di Gregorio, De supputandis apud Arabes Siculos temporibus, p. 52, seg., contiene le versioni dal greco e dall'arabico di due documenti del 1175, nei quali si legge il nome del casale Michiken, e si vede ch'era posto in quel distretto. Al dire del D'Amico, Diction. Siciliæ Topogr., si trovano presso Alimena rovine di antichi aquidotti e sepolcri. Tra questo indizio e tra il nome di Mehkan o Mihkan, parmi si possa supporre in quel sito la ́Ηεμιχάρα di Tolomeo, e Imachara di Plinio.



546  Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 41



547  Veggasi il capitolo XII di questo secondo Libro.



548  Il nome di Χαρσιανιτω̃ν si riconosce facilmente nella trascrizione arabica Kharz nîta della Cronica di Cambridge, presso di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42. Quantunque questo non si legga tra i temi, ossia divisioni militari, di Costantino Porfirogenito, non è dubbio che un corpo di truppe bizantine portasse questo nome, e che vi fosse stato un tema di tale denominazione, probabilmente unito ad altro al tempo del Porfirogenito. Veggasi Theophanes continuatus, p. 181, 183, 273 e 374.

                Non credo si tratti delle milizie del duodecimo tema di Oriente, il Chersoneso, cioè, di Taurica e la Crimea d'oggi. Ma il nome di Χερσωνίται, che si a que' popoli, risponderebbe ancora alla trascrizione arabica.



549  Chronicon Cantabrigiense, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; e MS. C, tomo IV, fog. 212 recto. Secondo l'una, seguì la battaglia l'anno 6354 (1 settembre 845 a 31 agosto 846); secondo l'altro, il 229 (29 settembre 843 a 16 settembre 844); ma il numero dei Bizantini uccisi che la Cronica di Cambridge porta a 9000, e Ibn-el-Athîr a più di 10,000, non lascia dubbio su la identità del fatto. Forse questo seguì nell'845. Ibn-el-Athîr assegna come luogo della battaglia Sciarra, secondo il MS. A, e un nome non dissimile, ma poco leggibile nel MS. C. Gli elementi calligrafici e la topografia mi portano alla lezione probabilissima di Butera.



550  Ibn-el-Athîr, l. c.; Ibn-Khaldûn Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 119.



551  Ibn-el-Athîr, l. c. Egli il nome di Marsa-t-tîn che troviamo scritto con la stessa ortografia in Edrisi. A miluogo tra Mondello e Palermo, Edrisi pone un punto chiamato Barca; il qual nome poteva esser dato dagli Arabi, o rimaso dalla impresa di Amilcare. In ogni modo si è dileguato dal duodecimo secolo in qua, e quella picciola cala in oggi si chiama "La Vergine Maria."



552  Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 41.



553  Ibid., p. 42.



554  Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e la Cronica di Cambridge, ll. cc. Si crede che Ragusa occupi il sito dell'Hybla Major degli antichi.



555  Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto; Baiân, p. 104; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148, verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 120; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 8; Abulfeda, Annales Moslemici, an. 228 e 237.

                Ho corretto il nome e la cronologia nel modo accennato di sopra, p. 301, nota 1.

                Una moneta, battuta in Sicilia sotto il governo d'Ibrahim, non porta il suo nome, quello del principe aghlabita. È di argento, del peso di grammo 1,10, e perciò del valore di circa venticinque centesimi di lira: moneta sottilissima; e, dove la leggenda non è logora, notabile per la picciolezza e nitidezza dei caratteri. Il diritto ha in giro vestigia di lettere dileguate, e nel campo il simbolo aghlabita, la leggenda religiosa, e una stelletta a sei raggi. Nel campo del rovescio è un'altra formola religiosa; e in giro: "Nel nome di Dio fu battuto questo dirhem nella città di Ba n rm, l'anno 239." Questa moneta appartiene al Cabinet des Medailles di Parigi, ov'io l'ho studiato. Tychsen ne pubblicò una simile, o forse lo stesso esemplare, nello Additamentum I Introductionis ad rem nummariam ec., p. 44. Il signor Mortillaro ha copiato la leggenda del Tychsen nel suo catalogo, Opere, tomo III, p. 346.



556  Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Baiân, tomo I, p. 104; Ibn-Khaldûn, op. cit, p. 120; Ibn-Wuedrân, § 3; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), MS., fog. 21 recto; e versione francese, p. 84; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8. Sendo morto Ibrahim di gennaio 851, le prime fazioni di Abbâs debbonsi riferire alla primavera del medesimo anno; quella di Caltavuturo alla state seguente.



557  Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. In questa frase, secondo la più parte dei MSS. di Ibn-el-Athîr, e di Ibn-Khaldûn che lo copia, il verbo manca dei punti diacritici che indichino la persona. Così resterebbe incerto, a prima vista, se il bottino fosse presentato dai soldati ad Abbâs, o da questi al principe d'Affrica. Nondimeno il senso generale del periodo e la tendenza degli altri fatti portano alla prima di così fatte interpretazioni; e vi assente il solo MS. di Ibn-Khaldûn in cui la detta voce sia fornita di punti diacritici.



558  Questo è il nome attuale; la giusta ortografia arabica data dai cronisti e da Edrisi è Kala't-abi-Thûr ossia "Rocca di quel dal toro," soprannome che occorre varie fiate nei ricordi arabi.



559  Ibn-el-Athîr, l. c.; veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c.



560  Veggasi il capitolo VIII del presente Libro.



561  Il Baiân, tomo I, p. 104, senza nominare Castrogiovanni altro luogo, porta i guasti in Sicilia il 237, e narra nel 238 l'altra impresa ch'è forza supporre in terraferma; poichè il cronista nota che Abbâs prima mandò in Palermo le teste degli uccisi, e poi tornò ei medesimo in Sicilia.



562  Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Baiân, Ibn-Khaldûn, ll. cc., badando a togliere il nome di Butera, e sostituirvi Noto, nella versione di M. Des Vergers, p. 121, ed a sostituire, all'incontro, Butera a Thira, nello estratto di Ibn-el-Athîr, ch'ei in nota a p. 122.

                Il nome che ho scritto Camerina si trova nel solo Baiân, guasto per altro dalla umidità nel MS., e non facile a deciferare; come ritraggo dal dotto amico mio, il professor Dozy di Leyde. Tuttavia vi si scoprono le lettere s h rina, s m rina, sci m rina, o simili. Tra coteste lezioni io ho preferito l'ultima perchè la cronica a questo luogo il titolo di città; perchè altra non se ne trova in Sicilia, antica moderna, da potersi adattare quelle lettere al suo nome; perchè Camerina giaceva a poca distanza da Ragusa; perchè, non ostante la nota distruzione di Camerina in tempi antichissimi, sappiamo che i Romani tentarono di ripopolarla, e le vestigia della città non sono per anco dissipate, il nome. Il nome di Camerana resta oggidì alla palude, a un fiumicello e ad una torre. Grandi avanzi di fabbriche vi erano tuttavia nel XVI secolo, quando, al dir di Fazello, testimonio oculare, furono tolte per costruire Terranuova. Pertanto mi pare probabile che nell'853 un po' di popolazione soggiornasse, o fosse corsa a rifuggirsi tra quelle rovine, difese dalla palude. Si potrebbe anco aggiungere il ricordo di due vescovi di Camerina nei principii del VI secolo; ma è dubbio se si tratti di Camerino nella Marca d'Ancona, come vuole l'Ughelli, ovvero di Camerina in Sicilia: su di che si vegga il Pirro, Sicilia Sacra, edizione del Mongitore, tomo I, p. 510.

                Quanto a Butera, la Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 42, la dice non venuta a sì tristo accordo, ma presa; tra l'uno e l'altro fatto corre molto divario. La detta cronica lo porta nell'anno 6362, cioè dal settembre 853 al 31 agosto 854, che risponde a un di presso alla data del 239 dell'egira che troviamo nel Baiân. Butera è stata creduta la Hybla Hærea, ovvero il Mattorium degli antichi; ma senza buone ragioni, com'ho accennato nel testo, giudicando la epoca delle fabbriche di Butera, su i ragguagli che ne trovo nei libri, e su quel che ne ho inteso. In ogni modo, sono avanzi che meritano molto studio, anche da chi vorrà conoscere la architettura dei tempi musulmani.



563  Attesta ciò il Nowairi, o per dir meglio il cronista ch'ei copiava, in un passo non ben letto da M. Caussin De Perceval, e pessimamente tradotto dal Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8: Tum ipsemet profectus fuit, ec. Però mi par bene dar una versione esatta di queste parole. Nowairi dice: "Ed egli (Abbâs) or uscendo in persona, or mandando sue gualdane, straziò, afflisse, e guastò le popolazioni e territorii nemici; se non che talvolta comperavan da lui la pace con danari o schiavi



564  Veggasi qui appresso l'accordo di Kasr-Gedîd.



565  Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso; e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Baiân, tomo I, p. 104, 105, 106; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et la Sicile, p. 121, dove non parmi esatta la versione «et s'empara même du château neuf de cette ville (Castrogiovanni).» Beladori, MS di Leyde,p. 275, porta nel califato di Motewakkel (an. 847 ad 861) la occupazione di Castrogiovanni e Gagliano, ch'egli scrive appunto come Edrisi; e son queste le due sole città prese in Sicilia, delle quali gli par doversi ricordare i nomi.

                Or io credo che il Kasr-el-Hedîd, o El-Kasr-el-Gedîd, non sia altro che un secondo nome della fortezza di Gagliano, perchè non posso supporre che gli altri cronisti abbiano trascurato questa notabile vittoria ricordata dal Beladori; e perchè il detto Kasr è la sola piazza d'importanza ch'essi dicono presa nel califato di Motewakkel senza che se ne ritrovi il nome nella geografia di Sicilia. Debbo avvertire nondimeno che Edrisi pone su la costiera tra Termini e Cefalù una Sakhrat-el-Herîr, o, secondo il MS. d'Oxford, El-Hedîd, che significherebbe la Rupe della Seta, o del Ferro; valida fortezza ai suoi tempi, ch'è il Castrum Roccellæ dei diplomi siciliani del medio evo; ed oggi ne rimangono le vestigia e il nome di Rocella, il quale si anco a un picciolo villaggio dentro terra, detto altrimenti Campofelice. Ma quantunque vicina a Cefalù, che fu presa lo stesso anno; e quantunque convengano nel suo nome le lezioni di alcuni MSS., non credo che questa fortezza abbia potuto mai contenere la grossa popolazione che si volea riscattare con 15,000 dinar, ec. Infine par che non si tratti di Castronovo, che sarebbe versione della lezione El-Kasr-el-Gedîd, poichè questo nome si trovava scritto in Edrisi Kasr-nubu.



566  Baiân, tomo I, p. 106. Il nome è scritto S l 'ûda, con errore di ortografia che occorre anco in alcuni MSS. di Edrisi.



567  Di Giovanni detto il Cretese, prefetto del Peloponneso, si fa menzione nella continuazione di Teofane, cap. LXII, p. 303; ma non si vede in che occasione abbia avuto quel soprannome, altrove si parla di lui.]



568  Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso, e 20 recto; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42; Baiân, tomo I, p. 106; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 9; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 121.

                La battaglia navale seguì innanzi il 31 agosto 858, poichè la Cronica di Cambridge la nota nell'anno 6366.

                Ritraendosi da Ibn-el-Athîr che il navilio combattuto di Ali appartenesse ai Rûm, ossiano Bizantini, cade la conghiettura di M. Caussin De Perceval, Histoire de la Sicile.... du Nowairi, p. 19, che il Cretese fosse Abu-Hafs-Omar. Pertanto correggasi ciò che ne hanno scritto il Rampoldi, Annali Musulmani, tomo IV, p. 315; e il Martorana, Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani, tomo I, p. 43. Il Wenrich, Commentarii, lib. I, cap. VIII, § 79, scansa quest'errore, ma cade nell'altro di dir seguita la battaglia navale dinanzi Siracusa; il che non si trova punto nel testo d'Ibn-el-Athîr da lui allegato sopra una citazione di M. Des Vergers.



569  Nowairi il dice "barbaro" che significa "non arabo," ma non se ne sogliono servire per indicare i Rûm, ossiano Bizantini e Italiani; Ibn-el-Athîr lo chiama a dirittura Rûmi.



570  Gebel-el-Ghadir, scrive Nowairi. La voce che rendo stazione è Merhela che risponde alla nostra "posta." La lunghezza del tratto di strada così chiamato, variava secondo i luoghi. Edrisi conta 18 miglia tra Caltanissetta e Castrogiovanni, e 12 tra questa e Pietraperzia. Caltanissetta poi è equidistante dal lago Pergusa e da Castrogiovanni; ma Pietraperzia, come situata a mezzogiorno libeccio, si avvicina più al lago che alla città.



571  Nowairi, dice un finestrino dal quale entrava l'acqua; Ibn-el-Athîr, una porticina dalla quale entrava l'acqua e si gettavano le immondezze.



572  Confrontasi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20 recto; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42, Nowairi, ibid., p. 9, 10; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de le Sicile, p. 121, 122; Abulfeda, Annales Moslem., erroneamente sotto l'anno 237 dell'egira; Ibn-abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto, e versione francese, p. 85, nella quale in luogo di Castrogiovanni si legge "il castel di Bona;" Ibn-Wuedran, §3, con l'errore del 237 come in Abulfeda.

                Ibn-el-Athîr e Nowairi, con altro errore, dicono che il giorno della occupazione fosse stato un giovedì, quando il 15 scewal 244, al par che il 24 gennaio 859, caddero in martedì.



573  Infatti è una delle due città prese in Sicilia, delle quali diè i nomi il contemporaneo Beladori, MS., p. 275.



574  Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 116.



575  Nell'originale "preoccucupati"



576  Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 123, compendia il primo, e sbaglia la data. La Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42, dice soltanto: Anno 6368 descenderunt Fendanitæ; data e nome, su i quali è necessario un po' di comento. Principiando dal nome, dirò che nel MS. è composto di sei lettere, senza contarvi l'articolo, tra le quali non si trova che un sol punto diacritico. Perciò si può leggere in cento maniere diverse, e le più strane sono al certo quelle a che s'appigliarono gli editori, cioè Fendanitæ con la variante Effenditæ. Parendomi evidente che tal nome etnico si debba cercare tra i popoli che allor militavano sotto le bandiere bizantine, non esito a leggere k b d kia, con che non si alterano gli elementi di alcuna lettera del MS., ma solamente si correggono i punti diacritici, e si trova il noto nome di Cappadocia; i soldati della quale provincia sono ricordati appunto in questo tempo nelle guerre d'Oriente.

                Quanto alla data, che corre dal settembre 859 al 31 agosto 860, la va a capello coi fatti ricordati da Ibn-el-Athîr; il quale al certo non segue rigorosamente la cronologia, quand'ei narra lo sbarco e la sconfitta del patrizio nello stesso anno 244, di cui non avanzavan che due mesi dopo la presa di Castrogiovanni.



577  Grossa terra in Val di Mazara; oggi in provincia di Girgenti. Ha vestigia di un forte castello poco distante dal sito attuale della città. Il nome ai trova in Edrisi con lezione poco diversa. È evidentemente greco; forse dei tempi cristiani.



578  L'un dei MSS. di Ibn-el-Athîr ha Ab ta; l'altre Aita; potendo bensì in entrambe mutarsi la prima a in qualsivoglia altra vocale. Cercando i nomi geografici che possano adattarsi a quei suoni, occorre in prima la classica voce d'Ibla, chè varie città di tal nome ebbe la Sicilia antica, nella regione tra levante e mezzodì, ancorchè di nessuna si conosca appunto il sito. Viene poi Avola, terra presso Siracusa, ch'è per certo l'Abola d'un diploma del 1149, e forse la Αβόλλα̉ di Stefano Bizantino. Ma non so comprendere la sollevazione di questa sola terra in Val di Noto, mentre tutte le altre che scossero il giogo stavano in un gruppo nel Val di Mazara, e Caltavuturo non era troppo lontana. Però vorrei aggiugnere una lettera, mutare i punti, e leggere Entella, fortezza antichissima di cui si veggono gli avanzi; e i Musulmani di Sicilia nel principio del XIII secolo vi si difesero lungamente contro Federigo II imperatore.



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