Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
In tempo sacro...
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IN TEMPO SACRO FERVORINI PER OGNI GIORNO DELLA QUARESIMA

XXVIII. La consolazione dei patimenti

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XXVIII.

La consolazione dei patimenti

Questa sia la mia consolazione, che affliggendomi con dolore non <mi> si perdoni, né contraddica al discorso del Santo.

Giobbe 660

  1. [149]Il discorso dei santi è questo: "Patire, o Signore, ovvero morire, anzi non morire ma patire". Non odi tu quotidianamente dal labbro delle anime giuste questo sospiro: "Signore, accrescete pur le mie pene, ma datemi pazienza"?

- 884 -Tieni tu stesso questo discorso e ne proverai consolazione grande.

  Il prigioniero, quando ha potuto assuefarsi alle sue catene e che ha trovato di mutar la noia della sua solitudine nel godimento di uno studio proficuo o di una contemplazione santa, non è egli fortunato? Sia tu quel desso. Già che sei nella [150]carcere del mondo, imita l'ape che sa convertire in miele saporito l'amaro del timo selvatico, e tu sarai appieno contento.

  2. Del santo Giobbe chi fu tormentato più vivamente e più a lungo? Era già re potente nell'Idumea e fu privato di tutti i suoi beni. Era padre amante e fu privato in un tratto di tutti sette i suoi figliuoli. Era coniuge affettuoso e la consorte sua in poco momento gli divenne velenosa al pari di un aspide. Aveva amici e questi pure venivano per dirgli: "Va che tu sei un ipocrita!". Finalmente Giobbe, che nel corpo godeva florida sanità, in un sol giorno fu coperto da una fetida piaga di lebbra che tutto il ricoprì dal capo ai piè, sicché il percosso sovrano, scacciato da casa e messo sopra un letamaio, valevasi di un coccio di legno per ripulire le piaghe sue. Ti par dunque che Giobbe fosse afflittissimo? Pure fu allora che pregò: "Questo mi sia di [151]consolazione, o Signore, che nello affliggermi non mi si perdoni". Scorgi tu adesso che linguaggio purissimo può tenere un'anima con Dio?

  3. Se ben ragioni, questo e non altro discorso tu devi tenere con Dio. Non è vero che tu, figlio di un padre ribelle, meritasti già per te il tormento d'inferno? Non è vero altresì che per tante gravi trasgressioni tu meritasti che la terra si spalancasse in voragine sotto a' tuoi piè, che l'inferno si aprisse per ingoiarti? Or come puoi pensare al caso tuo e poi non dolerti come il pubblicano del Vangelo? Come puoi ricordare la cattiveria tua e non impetrare con gran gemiti che Dio prema pur su di te la mano del suo castigo quaggiù, ma che ti perdoni la punizione del castigo eterno dell'inferno? Così discorrono le anime umili le quali riconoscono l'eccesso delle proprie colpe. Questo è il discorso che piace al Signore che è il Santo dei santi.

  4. [152]I cherubini in cielo sono beati in lodare il Signore

- 885 -dicendo: "Santo, santo, santo è il Signore Iddio". I giusti della terra trovano consolazione ineffabile in ricordare questo: "Il Signore, che è santissimo, lo sappiamo bene che non rimprovera senza ragione, che non castiga se non per correggere". Quando a punire è un padre ottimo, un maestro retto ovvero un sovrano molto pio, par che si sopporti più volontieri da tutti la punizione, perché ciascun può dire: "So che chi rimprovera è netto da colpa e se punisce il fa per amore, non mai per ira".

  5. Maddalena de' Pazzi come il santo Giobbe faceva con Dio questo patto: "Signore, concedetemi rassegnazione e poi in darmi patimenti non guardate misura!". E quando la verginella scorgeva che Dio, quasi impietosito, le mandava sorsi di consolazione, subito ella sclamava come la sposa dei sacri Cantici: "Fuge, dilecte mi61. Non è così [153]il patto nostro, o Signore; il patto è questo: patire o morire, e non è altro". Che ti pare di sentire in queste parole? La voce di una creatura terrestre ovvero il discorso di un angelo?

Riflessi

  1. La consolazione quaggiù è patire.

  2. Né solo è di sostenere afflizioni comuni, ma dolori intensi.

  3. Perché ogni peccatore che si riconosca desidera il suo castigo.

  4. Lo implora poi da Dio che è tre volte santo.

  5. Il tuo discorrere finché vivi sia dunque questo e non altro: "La mia consolazione quaggiù è patire".





p. 883
60 Gb 6, 10.



p. 885
61 Ct 8, 14.



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