Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il pane dell'anima (I corso)
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IL PANE DELL'ANIMA PRIMO CORSO DI OMELIE DOMENICALI ESPOSTE IN UNA MASSIMA SCRITTURALE

Evangelio della domenica nona dopo Pentecoste Un guaio inavvertito

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Evangelio della domenica nona

dopo Pentecoste

Un guaio inavvertito

  1. [278]Entriamo per un momento nella città capitale di Palestina, Gerusalemme. Ecco un popolo di gente tutto in giubilo in guardare al cumulo delle proprie sostanze e goderlo. Il pensiero maggiore di quei cittadini è fare un po' di robba ad ogni per acquistar credito e godere la vita. Intanto viene un angelo celeste <ad> avvisarli perché pensino, più che alla terra, al paradiso, ma quelli sono sordi. Il messaggero opera prodigi per commuoverli, ma quelli indurano maggiormente. Hanno il cuore attaccato a quel gruzzolo d'oro che sonosi raccolti, e intanto si stanno dinanzi quasi in atto di adorazione e né sentonovedono un palmo sopra alla terra. Miseranda cecità! Chi può vedere e non piangere?...[279] Ascoltiamone ciò che ne riferisce il santo Evangelo.

  "Gesù Cristo avvicinandosi a Gerusalemme e rimirando la città pianse su di essa e disse: Oh, se conoscessi anche tu, e in questo giorno, quello che importa al tuo bene! Ma ora questo è celato a' tuoi occhi. Concios<s>iaché verrà per te il tempo quando i tuoi nemici ti circonderanno di trinciera e ti serreranno all'intorno e ti stringeranno d'ogni parte e ti caccieranno per terra, te e i tuoi figliuoli con te, e non lascieranno in te pietra sopra pietra, perché non hai conosciuto il tempo della visita a te fatta.

- 324 -  Ed entrato nel tempio cominciò a scacciare coloro che in esso vendevano e comperavano, dicendo loro: Sta scritto: la mia casa è casa di orazione, e voi l'avete cangiata in spelonca di ladri. E insegnava ogni giorno nel tempio" (San Luca <capitolo> 19)78.

  Che ne dite, o fratelli? Chi di voi si sentirebbe di scusare quegli ebrei da tanta loro cecità? Avere nel mezzo loro il Salvatore e non riconoscerlo... ascoltarne le predicazioni e scorgerne i miracoli e non seguirlo... mangiare, bere e, più che mangiare e bere, trafficare per far danaro: ecco [280]il reo costume di quella gente. Perfino il tempio santo l'avevano convertito in una piazza da mercato. Qual meraviglia se, attendendo con tutto l'animo alle cose di terra, niente pensavano ai beni del cielo? Che guaio terribile è questo mai! I ricchi che hanno il cuore attaccato alla terra non se ne avvedono, pure li aspetta una terribile minaccia. Il Signore in altro luogo di san Luca tiene riservato questo fulmine di discorso: "Guai a voi, ricchi, i quali avete la vostra consolazione"79. Ecco il guaio tremendo: è avere il cuore attaccato alle ricchezze. Il guaio è tanto più funesto quanto meno è avvertito.

  2. Ascoltiamo qui un esempio che invero merita altissima compassione. Si trova un figlio il quale riuscì a vedersi le mani piene di un gruzzolo d'oro. Da questo momento niente più valse ad acquetarlo alla obbedienza paterna. Uscì di casa e si affrettò per moltiplicare non si sa quante fortune. Però partito che si fu, il meschino perdette di vista la casa paterna. Cominciò a volgersi in viaggio per ritrovarla, ma quella manata80 di lucente oro che tiene gli ruba il vedere, gli toglie il sentire. Sciagurato, quanto più si affretta e suda in [281]corse, tanto più s'allontana dal tetto natio. Egli s'aggira ancora oggidì e continuerà allo indomani, finché le minaccie d'una belva lo sbrani<no> o che i dirupi di un burrone lo precipitino sepolto in un abisso. Misero, chi ha compassione dello sciagurato- 325 - che si ritolse all'obbedienza del genitore? Tanto gli costò allo infelice mettere il suo cuore in pace in quell'oro, come gli dolse d'aver albergato in seno una furia.

  Quel figlio sconsigliato è la volontà dell'uomo che obbedisce ad uno scrigno fornito di buone monete. Scorgetelo il ricco interessato come è messo in fuga da una furia tempestosa. Egli non cammina che per far la sua volontà. Viaggi, divertimenti, spassi e conversazioni, comodi e capricci, tutto si vuole per fare la propria volontà. Ma chi l'ignora che il volere delle proprie passioni è un pazzo che infuria, è uno stolido che s'aggira, è un cieco che cammina brancicante?

  Dal momento che uno interessato ha tolto ad amare più il danaro che Iddio, l'infelice ha voluto uscire dalla casa del Padre. Lo spirito maligno dello interesse lo insegue ed egli corre come un forsennato. Però quanto più si involge nei divertimenti vani e nei capricci detestabili,[282] tanto più si allontana da Dio. Non vedete già che il Signore l'ha smarrito e che omai non è probabilità che ancora lo rinvenga? Eccolo lo sciagurato che è spinto dalla sua pazzia in rapida corsa. Certamente egli corre ad affogarsi nelle onde dell'acqua ovvero che si precipita da quel burrone. Possiamo noi vedere e non esclamare: "Guai al meschinello, guai allo interessato che nelle sue ricchezze pone la sua consolazione"? Ah sì, guai a lui, perché facendo la propria volontà non eseguisce la volontà del Signore del cielo.

  3. Poi chi tripudia tanto in godimenti su questa terra, è giusto che abbia a rallegrarsi anche dopo morte nel paradiso? Nientemeno! Ascoltiamo quest'altro esempio che è evangelico e che certo è terribile. L'Epulone godeva il buon tempo di possedere le sue sostanze in copia e di posar tranquillo il capo sovr'esse. Di tempo in tempo chiamava parenti, invitava amici. Allestiva poi una mensa squisita dove si mangiava e si beveva con molta allegria. Or che avvenne? La morte bussò alla porta all'ora di un convito più allegro del solito; entrò e percossolo il gaudente con un fulmine di morte, lo seppellì in [283]fondo allo inferno. Sciaguratissimo il ricco! Stando , pregava il poverello Lazzaro a versargli una goccia d'acqua sulle arse fauci, ma il Signore gli fece intendere: "Non recepisti bona in vita

- 326 -tua?81... Hai pur riso tanto e tanto ti sei trastullato sulla terra: adesso soffri giù". Non si può sempre ridere su questa terra e poi godere nel paradiso.

  Sicché che vi sembra omai, fratelli? Un pazzo che ride di continuo, ancor quando si presentano scene atte a far piangere, quegli si presume che omai sia perduto. Vediamo il ricco che passa di continuo da uno all'altro divertimento, oh come il misero fa tremare! L'infelice entra in un guaio tanto più funesto quanto meno è avvertito.

  4. Direte: dunque da nessuno si potrà più possedere un colmo di ricchezze? Vi rispondo che essere povero e non attaccare il cuore ai beni di quaggiù è facile, essere ricco e non attaccar il cuore alle ricchezze è miracoloso. Una casa di abbondanza è come uno stagno paludoso; le ricchezze in questa casa son come il fango entro a quello stagno. Or com'è possibile vivere e dormire, trastullarsi e godere entro senza immergersi tutto nella persona in [284]quel loto?... Si è veduto mai che uno s'avvolga a piacere nel brago e poi che non ne rimanga tutto insozzato? Chi si briaca nelle ricchezze macchia l'anima propria e poi s'affonda in uno stagno di delitto iniquissimo.

  Non è senza alta ragione pertanto che il Signore dice: "Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli"82. Non è senza alta ragione che poi soggiunge a danno dei ricchi: "È più facile che il capo di una fune entri per la cruna di un ago che un ricco nella porta del regno dei cieli. Guai ai ricchi, i quali nei loro beni ripongono la propria consolazione!"83.

  Il santo Evangelo accenna ai gravi mali che toccarono al popolo dei gerosolimitani e a quei dippiù che li avrebbe<ro> raggiunti. Quanto ai mali presenti, primo a numerare è quella cecità di mente che più non lasciava scorgere la vista di Dio. Avevano perfino convertito il tempio santo in una spelonca di

- 327 -ladroni. Per trafficare con ingiustizia e per rubare con iniquità non avrebbero bastato le vie o le piazze, le case o le campagne? Ma occuparono anche il tempio santo perché loro pareva più atto a ciò. Bisognò che il divin Salvatore si [285]armasse di flagelli a dar ad<d>osso a quei sacrileghi, che si armasse di forza a rovesciare i banchi dei venditori e scacciarli tutti, perché la casa del Signore non è una spelonca di ladroni.

  Quegli usurai si partirono frustati, ma non si legge che aprissero gli occhi a ravvedersi. Anni dipoi, quando Tito Vespasiano venne ad assediare la città e che ridusse a morir di fame la maggior parte, si trova che le madri per vivere ancora un'ora sbranavano i loro figli per divorarne le carni, ma tanto meno battevansi il petto per riconoscere il flagello del Signore. Così è vero che un guaio terribile attende i ricchi. Non è dunque vero che gli interessati sono a compatire?... Compatiamoli tutti perché si trovano in un guaio tanto più funesto quanto meno è avvertito.

Riflessi

  1. I ricchi che mettono la loro consolazione nei beni della terra sono in un guaio minaccioso.

  2. Sfogano i propri capricci e in far ciò si allontanano da Dio.

  3. [286]Ridono fuor tempo in questa terra per piangere poi nello inferno.

  4. Crescono ad una cecità pazza. Esser povero e non ambir le ricchezze è facile. Esser ricco e non amar le ricchezze è miracoloso.





p. 324
78 Lc 19, 41-47.



79 Lc 6, 24.



80 Nell'originale: mannata.



p. 326
81 Lc 16, 25.



82 Mt 5, 3.



83 Cfr. Mt 19, 24; cfr. Lc 6, 24.



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