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8. Abbiamo detto come passò la cacciata di Dante, e per che cagione e per che modo: ora diremo qual fusse la vita sua nello esilio. Sentito Dante la ruina sua, subito partì da Roma, dove era imbasciadore, e camminando con gran celerità ne venne a Siena; quivi intesa chiaramente la sua calamità, non vedendo alcun riparo, deliberò accozzarsi con gli altri usciti: e il primo accozzamento fu in una congregazione delli usciti, la quale si fe’ a Gargonsa, dove, trattate molte cose, finalmente fermaro la sedia loro ad Arezzo, e quivi ferono campo grosso, e crearono loro capitano generale il conte Alessandro Da Romena, ferono dodici consiglieri, del numero de’ quali fu Dante, e di speranza in speranza stettero per infino all’anno 1304. Allora, fatto sforzo grandissimo d’ogni loro amistà, ne vennero per rientrare in Firenze con grandissima moltitudine, la quale non solamente d’Arezzo, ma da Bologna e da Pistoia con loro si congiunse; e giugnendo improvviso, e subito presono una porta di Firenze, e vinsono parte della terra. Ma finalmente bisognò se n’andassero senza frutto alcuno.
Fallita dunque questa tanta speranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d’Arezzo e andossene a Verona, dove, ricevuto molto cortesemente da’ Signori della Scala, con loro fece dimora alcun tempo, e ridussesi tutto a umiltà, cercando con buone opere e con buoni portamenti racquistar la grazia di poter tornare in Firenze per ispontanea rivocazione di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s’affaticò assai, e scrisse più volte, non solamente a’ particulari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo: e intra l’altre una Epistola assai lunga, che incomincia: Popule mee, quid feci tibi?