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Carlo Lorenzini, detto Collodi
Storie allegre

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4 - Pipì diventa l'amico del giovinetto Alfredo

 

Quando Alfredo e Pipì si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l'uno con l'altro, senza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.

E si guardarono per un pezzo.

Alla fine Alfredo, non potendo più star serio, dette in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.

E risero tutt'e due sgangheratamente, senza sapere il perché, come ridono i ragazzi un po' giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso.

Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:

«Come ti chiami di nome

«Pipì

«E il tuo casato

Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:

«Pipì senza casato

«Quanti anni hai?»

«Sono il più piccino de' miei fratelli

«E i tuoi fratelli che età hanno?»

«Sono più giovani del babbo e della mamma

«Ho capito tutto», disse il giovinetto ridendo. Poi gli domandò:

«E la coda dove l'hai lasciata

«Non lo so

«Come non lo sai

«L'avrò perduta per la strada! Sono così scapato!...»

«Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada

«Allora vuol dire che l'avrò lasciata a casa. Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole

«Dimmi Pipì; le dici mai le bugie

«Qualche volta... specialmente quando mi vergogno a dire la verità...»

«Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.»

«Non le dirò più.»

«Raccontami dunque la verità. Com'è che hai perduta la coda

Pipì, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:

«Me... l'hanno... mangiata!...».

«E chi te l'ha mangiata

«Arabà-Babbà, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!...»

«E come avvenne che te la mangiò

«Io volevo fare il chiasso... e lui fece per davvero

«Oh povero Pipì

«E che bella coda! Una coda, lo creda, signore... Come si chiama lei?»

«Alfredo

«E il casato

«Alfredo senza casato

«Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio

«E perché sei scappato di casa

«Non sono scappato... mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via

«E ora che cosa pensi di fare?»

«Qualche cosa farò. Io mi accomodo a tutto.»

«Per esempio

«Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso. Non domando nulla di più.»

«Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare

«Io confido in lei.»

«Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo. Sei avvezzo a lavorare

«Se debbo dir la verità, invece di lavorare, io mi diverto molto più a veder lavorare gli altri.»

«Vuoi prendere il posto di mio cameriere

«Si figuri!», rispose Pipì, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.

«Fra pochi giorni», rispose il giovinetto Alfredo, «io partirò per fare un lungo viaggio. Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure

«Si figuri

«A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco

«Si figuri

«A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche

«Si figuri

«A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati

«Si figuri

«Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino

«Mi piacciono di più i fichi dottati», mugolò Pipì grattandosi il capo con tutt'e due le zampe.

«Accetti dunque i miei pattidomandò Alfredo.

«Accetto tutto... fuori però che quelle carezze...»

«Anche le carezze col frustino: se no, vattene!...»

«Ma le carezze... me le affibbierà adagino... senza farmi male... non è vero

«Te le affibbierò secondo i tuoi meriti. Dunque?...»

«Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio

Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello d'argento. A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.

«Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario

Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.

«Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere», disse Alfredo.

Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a Pipì.

Poi gl'infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghette color di uliva fradicia.

Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.

Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:

«Su, da bravo, vieni qua da me e va' a guardarti in quello specchio».

Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.

Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.

Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva. Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito un'altra musata battuta sul pavimento.

Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:

«Io... con le scarpe non so camminare... Io voglio andare scalzo».

«Fatti coraggio», disse Alfredo, «con un po' di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.»

«Ma io ci patisco troppo.»

«Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo. Su, su: vieni a guardarti allo specchio

Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.

Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo; e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:

«Oh come sono brutto!... Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!... Non sono più io!... Non sono più Pipì!... Mi hanno vestito da uomo... e sono diventato un mostro da far paura. Non voglio più star qui: voglio andarmene... voglio tornarmene a casa mia. Non voglio più questi vestitacci; no, no, no!...».

E, gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscì fuori dalla finestra e si dette a correre per i campi.

Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.

 

 




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